la grande tristezza

Un esercito di attori di calibro (da Servillo a Bonaiuto, Bentivoglio, Smutniak, Scamarcio, Ricci, Herlizka, persino Ugo Pagliai in un fugace cameo di Mike Buongiorno) non riescono a salvare il film di Paolo Sorrentino dal franare miseramente come la povera nostra Aquila sotto le scosse del terremoto di nove anni fa. Ma che occasione sprecata, per un regista magnifico, che soltanto in un paio di scene mostra il suo innegabile talento, virando sul lirismo in un film noioso e troppo lungo, di sicuro poco equilibrato.

Dopo “la grande bellezza”, la grande tristezza! Ecco perché il cinema era affollato (di mercoledì a metà prezzo) da gente di una certa età. Perché alla fine la tragicommedia di un matrimonio che finisce cosa volete che interessi ai più giovani, ma anche a quelli di trent’anni, che stanno ancora annaspando tra lavori precari e relazioni magari appena iniziate? E infine il mascherone di Berlusconi è pure simpatico, e come dargli torto quando dice che è stato il più bravo tra i venditori, tra gli imprenditori, a far soldi? Come non essere dalla sua parte quando discute con la moglie pseudo intellettuale e arcigna, che comunque fa una vita da nababba grazie ai soldi di lui?

Ecco cosa sorte fuori dal film: un nemmeno tanto sottile maschilismo che mostra le arrampicatrici, le ambiziose senza talento, le prostitute che grazie al tycoon arrivano al cinema e alla tivù, senza saper far nulla. Un maschilismo che mette in scena bei corpi femminili che si dimenano, disponibili a tutto, perché la giovinezza dura un soffio e “bisogna approfittarne”, donne cui piace mercificarsi, perché pare più semplice, più comodo. Il voyeurismo di Berlusconi è un po’ il voyeurismo del regista intellettuale, e forse su questo Sorrentino poteva interrogarsi, indagare, invece che lavorare su due piani (il sottobosco di nani e ballerine e l’iperspazio del monarca-.buffone) in modo mal riuscito, cosicché nella seconda parte del film il personaggio di Scamarcio, che nella prima parte appare come principale, sfuma e svanisce, come succede nei romanzi dei dilettanti.

Che tristezza e che dispiacere, per un film che aveva l’ambizione di raccontare un tempo, il nostro tempo, che non è ancora finito, anzi. E’ avvolto nell’incertezza di una mancanza di vero servizio, vero sostegno alle persone di chi ambisce a governare nazioni e non riesce nemmeno a governare se stesso.

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