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Archivio mensile:luglio 2018

Berta Isla, il nuovo romanzo di Javier Marias (Einaudi, 2018) è impareggiabile. C’è poco da fare: leggere letteratura ci fa capire subito la differenza tra questa e la narrativa di puro intrattenimento, senza bisogno di arrampicarsi sui famosi specchi, anche quelli di Umberto Eco.

La letteratura ha tempi lunghi: una scrittura distesa, che qualcuno dice “verbosa”, profonda, avvolgente, una narrazione che si aggancia e sviluppa temi letterari, come in questo splendido romanzo dove i personaggi, tutti, sono collegati tra loro dai versi di T.S.Eliot, che sono, per i loro ruoli, illuminanti. La letteratura è sempre metaletteratura e qui i rimandi sono a Shakespeare (come sempre in Marias, che ha usato anche celebri frasi shakespeariane per i titoli di alcuni suoi romanzi), a Balzac, e strutturalmente a Omero, perché Berta Isla è una nuova Penelope, il cui Ulisse è un uomo misterioso, un agente segreto che scompare per oltre dieci anni e fa ritorno a casa irriconoscibile, proprio come nel poema omerico. Non a caso Berta si chiama Isla, isola, come l’Itaca in cui la regina tesseva la sua perenne tela, che nel caso di un’eroina moderna è il suo ragionare e ricordare, mantenendo intatta la lealtà a un uomo conosciuto quando entrambi erano ragazzi e si scelsero, cementando una legame indissolubile.

Ma la storia non è soltanto questa. I personaggi spagnoli e inglesi, nati negli anni ’50, permettono all’autore di raccontare il suo paese nel passaggio dal franchismo alla democrazia, di discutere su cosa sia la democrazia, e come si difenda anche attraverso la violenza di Stato, anche attraverso trame segrete. E permette pagine bellissime sulla narrazione, sul fatto che non sia solo la letteratura a raccontare storie, ma il potere, per esempio, per promulgarsi, per ingannare, manipolare, sopire.

Certi libri ti dispiace finirli, vorresti durassero di più (e questo comunque è un romanzo di 470 pagine), ma è anche vero che libri come questo sanno invece lasciarti, e ti restano dentro per molti giorni, poi credo per sempre.

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Less, il romanzo di Andrew Sean Greer, parla di uno scrittore che appunto si chiama Arthur Less, e il nome è, come dicevano i miei prof in un tempo perduto, nomen omen, cioè dice tutto: meno di una persona che dovrebbe essere, a cinquant’anni quasi suonati, un po’ realizzata, oltretutto facendo il lavoro dello scrittore che però, è “meno” di successo del suo ex amante, famoso poeta e “genio”. Less non è geniale, è mediocre, è pavido, e scappa in giro per il mondo per evitare il matrimonio di un altro amante, l’ultimo, il giovane Freddy che lo ha lasciato.

Less è insomma noiosetto, non ha talento, ha scritto un libro forse buono più amato all’estero che non in patria, è stupito perciò dei premi (in Italia, patria dei premi), dai complimenti, e si aggira tra Festival e conferenze sempre poco a suo agio, oltretutto impedito da una conoscenza delle lingue pari a zero, un po’ come la gran parte degli americani e degli inglesi che, beati loro, possono contare sulla loro lingua come veicolare globale.

Capisco la mia amica Sarah che va molto a rilento nella lettura di questo libro scelto per fare conversazione “letteraria” in inglese. Non c’è nulla che ti attiri, ti incuriosisca, mi dice delusa. Io trovo interessante Less perché alla fine ogni scrittore si sente un po’ così, a meno che il proprio ego non lo spinga a immaginarsi un premio Nobel incompreso. Però, sì, dopo qualche centinaia di pagine in cui il personaggio soprattutto si è mosso per il mondo, smuovendo poco della propria interiorità, ti chiedi come abbia fatto Greer a scrivere un libro tanto bello come “Storia di un matrimonio” e se per caso questo nuovo romanzo non parli proprio di lui, alla soglia dei temutissimi fifties.

Fino agli anni ’70, lo stilista come divo di massa non esisteva. C’erano i sarti che inventavano l’alta moda per una ristrettissima cerchia di élite, composta da aristocratici e ricchissimi. Per il resto, la gente si cuciva gli abiti o li faceva cucire da sarte e sarti in piccole botteghe, dove magari si entrava con una rivista in mano, per copiare gli ultimi modelli. Non esistevano neppure le taglie, che gioia: erano gli abiti ad adattarsi a ogni donna, non le donne a costringere i loro corpi a omologarsi.

Credo sia soprattutto questo il fascino del film di Anderson, Il filo nascosto: la storia di un “creativo” che ancora non pretendeva di chiamarsi così, perché erano gli anni ’50, e anche la parola “chic” è considerata un insulto. La storia è anche quella di un tormento personale di chi sta chino sui fogli a disegnare e ancor più chino a cucire per le regine e le contesse, abiti molto più simili a quelli delle fiabe che non a vestiti da lavoro o anche da cerimonia.

Il film ha quella bellezza classica che gli inglesi e gli americani (come in questo caso) riescono a promanare nei loro film in costume, con attori sublimi (Daniel Day Lewis, Lesley Manville, e Vicky Kriep), scene e costumi ovviamente perfetti (infatti si sono aggiudicati l’Oscar). Insomma, un filmone che piace e turba anche un po’, perché a un certo punto entra in gioco pure eros /thanatos.

Vedere il film al cinema ha certi interessanti risvolti: nella scena in cui la contessa prova l’abito speciale per la serata, tra le esclamazioni di meraviglia delle sarte, un ragazzo dietro di me commenta: “Orrendo”. E ha ragione. Il cinema ha sempre bisogno di essere visto in mezzo al pubblico.