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Archivio mensile:agosto 2018

S’alzan l’arme contro l’uso del famigerato “politically correct” in letteratura, naturalmente dei bambini.  Ma la letteratura per ragazzi è sempre in fin dei conti “educativa”. Anche se di puro intrattenimento, non lasciatevi ingannare, nasconde moltissimi paletti o, come dicono in altro modo elegante, “parametri”.

Così alcuni scrittori (importanti, e uomini) sbraitano o si lamentano contro lo stravolgimento delle fiabe che dagli USA propagherebbero un modello nuovo per storie antichissime, anzi, ancestrali (e dunque simboliche): ma è polemica vecchia, sono decenni che in USA si vorrebbero proibire le fiabe, e di fatto non c’è stato neppure bisogno di proibirle, perché nessuno le legge né le racconta più, nell’allegro oblio dell’ignoranza moderna.

Se è per questo, tutti i classici stanno passando direttamente in quel buco nero che è “fare a meno della lettura tanto c’è Internet”, e la manipolazione sociale passa appunto per l’ipocrisia del politically correct o dei “parametri” editoriali per cui nei romanzi non si parla di politica (attuale) né di certi temi scottanti, primo dei quali il sesso (orrore supremo).

Ma il politically correct è infidissimo, come tutte le armi ideologiche. E chi si era piegato a evitare argomenti tabù e scrivere storielle divertenti epurate da un’editoria terrorizzata dai numeri (che tanto sono sempre bassi), ora si trova a passare la gogna di ben altre richieste, dettate dai “nuovi parametri” scaturiti da un mercato mutato. Leggono di più le ragazze, e allora i protagonisti e le storie devono essere tutte al femminile, ma un femminile non troppo esuberante, eh, meglio le rivisitazioni del passato con eroina piratesca o guerriera, tanto è tutta fantasia, buona per un empowerment che è dagli anni ’90 che sento dire, e che è lento assai.

Che la letteratura sia poco corretta si sa dai tempi di Omero, che mise come protagonista un farabutto come Ulisse, infido, traditore e meschino, un “eroe” che fece distruggere una città con un’astuzia spregevole, ingannò tutte le donne possibili e immaginabili (pure maghe), ammazzò e rubò, e alla fine riuscì pure a cavarsela. Sono sicurissima che anche all’epoca ci fossero regole assai precise per raccontare storie “politically correct” che piacessero a Pisistrato, magari per le sue splendide, partecipatissime Panatenee.

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E’ una delle cose che adoro della città d’estate: il cinema all’aperto, nelle arene. Non sono di certo l’unica. Ogni sera la sala è piena, soprattutto di giovani che lasciano i divani davanti all’imperante tivù per il grande schermo circondato dalle stelle (in queste notti si vede Marte, un puntino rosso brillante).

Così uno riesce anche a rimettersi in pari. Ieri sera per esempio ho visto il tanto celebrato “Tre manifesti a Ebbing” che ho trovato un po’ una mazzata. Un film che vuol essere troppo un capolavoro per esserlo sul serio, e se l’inizio è magnifico, come sa esserlo il cinema quando sa usare il proprio linguaggio (prettamente d’immagine), poi si sbrodola nelle chiacchiere, nelle scene implausibili (ci sono diverse cosette che non tornano, per chi sa un po’ maneggiare le storie), nella solita storia di vendetta all’americana e di durezza alla Eastwood (che però è unico), con una donna diventata una specie di guerriera ninja o anche veterana Vietnam, con la bandana tipica dei film post-Vietnam.

Lo so che susciterò lo sdegno in chi ha giudicato il film eroico e grandioso, ma io l’ho trovato forzato, e forse, come me, anche le giurie che hanno premiato Frances Mc Dormand ma non il film devono aver avuto dubbi. (Una nota divertente sul turpiloquio eccessivo in un film dove i figli chiamano “tr…” la propria madre: all’intervallo la gente usava un linguaggio superforbito rivolgendosi al barista: “potrei avere per cortesia dell’acqua minerale?” Barista: “Volentieri. Prego, signora, desidera anche un bicchiere di plastica?” “La ringrazio infinitamente, gentilissimo.” “Ma prego, non c’è di che, buona serata”)

Invece contentissima di aver visto “The Party”, film di Sally Potter (ma come ho fatto a perderlo? Facile: sono film che forse passano come meteore nelle sale). Una specie di “Carnage” umoristico, molto meno denso, ma con lo stesso impianto teatrale, un camera film con attori ottimi, humour british, una buona dose di sarcasmo sui politici (inglesi e nel caso laburisti), che comunque, rispetto ai nostri, mostrano un contesto di sobrietà impressionante, quasi commuovente: quale ministro della sanità italiana vivrebbe in un appartamento piccolo borghese, con un bagno da dopoguerra?