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Archivio mensile:agosto 2021

Quali sono le letture migliori da proporre ai ragazzi delle scuole secondarie (di primo e secondo grado)? Questa la domanda che mi viene spesso posta e che anch’io mi pongo. A scuola c’è comunque la necessità di ripercorrere i classici della letteratura, perché appunto si studia letteratura e da decenni non si è più concentrati su quella italiana (leggi: Manzoni), ma in un ventaglio che comprende quella angloamericana e francese dell’Ottocento e Novecento, grazie al lavoro sui generi narrativi codificati da trent’anni. Ci sono ovviamente i “nuovi classici” e cioè gli autori emersi nella seconda metà del Novecento e che hanno lasciato una traccia innovativa nella letteratura per ragazzi.

Avremo modo di vedere meglio insieme autori e volumi oggi proposti a scuola anche come strumento di analisi narrativa. La mia proposta è di parlare di un libro “classico” e di una storia più moderna, magari collegabile a quel classico, costruendo insieme un percorso di lettura di dialogo tra passato e presente, su temi che interessano la nostra sensibilità contemporanea.

Inizio oggi con Il buio oltre la siepe di Harper Lee, romanzo che ho riletto quest’estate per la collaborazione a un’antologia di letture di cui parleremo a tempo debito. Si tratta di un libro scritto nel 1953, e ambientato nel 1935 in Alabama, dov’era cresciuta la scrittrice. Non è mai indifferente la biografia di un autore/autrice, soprattutto in romanzi come questo che uniscono una storia di formazione e temi sociali. Qui si tratta del pregiudizio razziale: una storia vecchia? Non sembrerebbe, nei nostri ultimi mesi di rivolte in USA all’insegna di “Black lives matter”, dopo tragiche morti a causa dl razzismo. Non parliamo poi della difficile integrazione di persone definite “nere” o “con la pelle nera”, termini che personalmente trovo antichi. Un tema che interessa più gli americani che noi? Be’, non direi considerando i discorsi che (ancora) si sentono, le contumelie sui social di chi ancora è convinto che esista una “supremazia” tra umani, che sia di colore, di origine geografica, di religione, di genere o di qualsiasi altra scusa accampata dal bisogno di sopraffazione.

Il buio oltre la siepe ha almeno tre punti forti per la lettura degli adolescenti: 1) una scrittura piacevole, per niente invecchiata 2) il punto di vista di una ragazza, Scout, che appunto restituisce immediatezza e freschezza alla storia 3) la capacità di affrontare un tema delicato senza retorica, ma facendo leva su una pulsione più profonda e irrazionale: la paura.

(foto inviata da una lettrice in vacanza)

Inizio la settimana con il bellissimo messaggio inviato da una lettrice:

“... sono qui per ringraziarti della passione per i libri che tuttora mi accompagna. Sono una lettrice forte, di quelle che i cinque minuti nella metro li passano con un libro in mano. Sono certa che la mia passione è nata dai libri tuoi, perché sono loro ad avermi insegnato a trovare un po’ di sé in ogni singola pagina, a giocare con le parole, a immaginare per ore e ore, non riuscendosi a staccare dal libro.

Ieri in stazione ero in ritardo per il treno e non ho potuto fermarmi in libreria, ma nei prossimi giorni mi fionderò a comprare il tuo “Il ritratto”. Non so se sia narrativa per ragazzi o per adulti, ma poco mi importa. Io l’ultimo della Zannoner comunque voglio leggerlo!”

Be’, si ingrassa di qualche chilo di gratificazione con messaggi come questi. Ma la docente che è in me mi segnala anche come sia fondamentale il libro per la crescita, lo sviluppo dell’immaginazione e la “compagnia”, in un mondo dove tutti si affannano a riempire vuoti con chiacchiere spesso più per ascoltarsi che per comunicare, dove si digita in continuazione sullo smartphone, e si vaga da un video all’altro come anime in pena.

Tra due settimane ricomincerà la scuola e spero che ricominci soprattutto dai libri, non soltanto di testo, ma libri di letteratura. Citando la mia amata lettrice: Sono qui per darvi una mano a orientarvi tra autrici e autori, storie, percorsi.

La commedia simpatica arriva dalla Spagna. Diversa dai soliti cliché, soprattutto senza vecchi che impazzano (ho notato poi che sono tutti padri, da Anthony Hopkins allo Sgarbi al padre di Mortesen, si vede che hanno ancora da monopolizzare lo spazio narrativo oltre che sociale), Il matrimonio di Rosa ci fa ridere e pensare, come fanno le buone storie, con personaggi azzeccati e soprattutto una fotografia contemporanea del mondo in cui viviamo.

Rosa è una attuale “anima buona del Sezuan”(googlare alla voce Brecht), non sa dire di no a nessuno e la sua disponibilità e generosità rischiano di sopraffarla. Ma quando il vecchio padre (eccolo là) dichiara di aver deciso di vivere con lei, anziché rimanere solo nel suo lussuoso appartamento, Rosa fugge nel paese d’origine della mamma, pensa di rimettere in sesto la sartoria che apparteneva alla donna e soprattutto annuncia di sposarsi con se stessa.

Tra malintesi causati dalla mancanza di attenzione e ascolto (tutti sono sempre allo telefono, sono interrotti da chiamate di lavoro, danno istruzioni ai figli in video, inviano vocali e messaggi), i parenti stretti e anche quelli più lontani si radunano per il matrimonio più atipico e divertente, quello di una ultraquarantenne che dichiara amore e fedeltà a se stessa.

A dirigere questo film allegro con punte di amarezza che ci toccano molto (quel senso di fallimento che tutti sentono addosso, a causa di aspettative sociali inarrivabili) è Iciar Bollain, che vanta una lunga carriera nel cinema, come attrice sceneggiatrice e regista e che confesso di non aver mai sentito nominare, ma forse dopo due anni di rincretinimento davanti alla tv non mi ricordo più nemmeno chi era Kurosawa.

(*tr. avviso di contenuti offensivi)

Attenzione a ciò che leggerete! Sto per parlare di un thriller che potrebbe piacere ai giovani, ma che tratta temi assai scottanti, anche se per fortuna ambientati nella solita America di pazzi, fanatici, serial killer, ex reduci di guerra (Il Vietnam, però, non la seconda mondiale ormai nelle nebbie di Avalon), alcolizzati, molestatori, violenti e chi più ne ha più ne metta. Con il coraggio però di sciorinare in piazza tutte queste sporche faccende in libri come questo: Tall Bones, tradotto in italiano da Feltrinelli con il titolo Chi ha peccato.

L’autrice è una giovane romanziera inglese, Anna Bailey (del 1994) e racconta una storia di ragazzi in una cittadina americana con atmosfere da Stephen King: una di loro, Abigail, sparisce una notte durante un party organizzato nel bosco e da questo momento i segreti e gli orrori cominciano a tracimare dalla pentola chiusa dell’ipocrisia americana. Un padre violento, reduce di guerra, fanatico religioso che abusa la famiglia, uno strano ragazzo di origine rumena che beve e permette alla migliore amica di Abigail, Emma, di ubriacarsi fino allo stordimento per non sentire il peso del senso di colpa, una famiglia bene con qualche scheletro nell’armadio che si chiude a riccio per non essere implicata, uno sceriffo lontano dal cliché del poliziotto che intuisce a una sola occhiata, considerato più un nemico che un protettore o un salvatore. Insomma, a quanto sembra, nascere negli Stati Uniti non è meglio che in certi luoghi dominati da religioni asfittiche o dittature crudeli. Perché la famiglia può essere un regime di terrore da cui sembra non vi sia uscita.

Vi avevo avvisati: sono letture un po’ traumatiche perché di certo i nostri cuccioli non bevono, né conoscono pregiudizi soprattutto legati alla sessualità, non patiscono bullismo, né sanno che ci sono genitori sadici, che il consumo di cocaina è diffusissimo, e che il male è dappertutto. Forse preferiscono rimanere per sempre rintanati nei confini del topo Stilton.

(nota vezzosa: vi piace la mia nuova tovaglia con i “cavalieri d’Italia”?)

Conoscete Jonathan Bazzi? Trentasei anni, di Rozzano, paesone alle porte di Milano da cui proviene anche Fedez, è uno scrittore che mi piace moltissimo, lo leggo volentieri sul giornale “Domani” a cui collabora. Spazia dalla letteratura ai temi sociali, che passano sempre attraverso la sua speciale sensibilità: così pare che facciano gli scrittori, se non sono prosivendoli (vedi ieri). Il suo romanzo d’esordio è autobiografico: Febbre, edito da Fandango nel 2019 (finalista al premio Strega 2020) dove racconta la sua infanzia e la sua adolescenza di periferia, la sua sieropositività, con coraggio raro, con lucidità e in modo toccante.

Ebbene, qualche giorno fa Bazzi scrive un articolo che trovo acuto e divertente, sulla “body positivity” tanto di moda. Lo fa, appunto, a suo modo, parlando dell’ideale inarrivabile di asciuttezza scattante, di corpo adolescenziale ormai svanito, un corpo che vorrebbe adeguare a una mente giovane (non è il filosofo Savater che ci spiega come gli umani sono sempre in crescita, mai definiti, con una mente che potremmo definire da eterni apprendisti?), un corpo su cui si proiettano sogni e desideri. Scrive insomma un articolo suo eppure collettivo, dove io sessantenne, succube della nutrizionista e devota allo yoga, mi ritrovo perfettamente, ridendo anche molto dell’autoironia che mi pare molto evidente.

Ma per carità, ecco le critiche, le preoccupazioni, i soliti comitati improvvisati che si scandalizzano, dicono che a certi articoli bisognerebbe mettere una sorta di censura, perché anziché autoironia vi hanno letto un’inno all’anoressia, e si sa che oggi questo tema è delicatissimo presso i giovani. Eh, immagino quanti ragazzi leggano il giornale Domani e soprattutto lo prendano come un ricettario medico, una guida, con Bazzi guru. Ecco un paese dove nessuno legge un piffero, ma dove appena uno scrittore, una scrittrice, osano scoprire quei tipici coni d’ombra, quei temi borderline (di cui è sempre meglio parlare anziché annegarli in una melassa di avvertimenti controproducenti) che da sempre la letteratura (e solo la letteratura) affronta, ecco, allora si insorge, si stigmatizza, ci si scandalizza. Magari i ragazzi leggessero Bazzi, prendessero ispirazione dalla sua capacità di analizzarsi, raccontarsi, confrontarsi con il mondo letterario, studiare, amare la letteratura ed essere fiero di essere uno scrittore, mestiere poco remunerativo e di rara se non nulla visibilità.

Magari.

Un mesetto fa ho visto il film di Bellocchio, Marx può aspettare, e sono rimasta un po’ delusa, perché mi sembra un’opera mancata: il “mistero” del suicidio del fratello gemello avvenuto sessant’anni fa e rivisitato attraverso le testimonianze dei fratelli superstiti e molto anziani, mi è sembrato un docu-film molto chiacchierato e poco poetico, senza un balzo emotivo che magari ci aspettiamo da un autore di cinema.

Stessa sensazione ieri sera, vedendo “Lei mi parla ancora” con un bravissimo Pozzetto, un cast di attori di tutto rispetto (Gifuni, Isabella Ragonese, Chiara Caselli, Sandrelli, Haber) e la firma di Pupi Avati, forse scelto dai fratelli Sgarbi per l’emilianità condivisa e per le sue atmosfere nostalgiche nel ricostruire gli anni ’60 come i più belli dell’Italia. Ma anche qui, mi pare un film mancato. Oltre a ripetere una frase (“se ci ameremo per sempre saremo immortali”), la coppia Sgarbi-Cavallini è narrata da poche pennellate, un po’ come quegli aneddoti che i genitori vecchi ti ripetono fino allo sfinimento (lei che tenta la fuga appena sposata ma poi torna; il fratello coltissimo che cita Ariosto; la balera dove gli uomini invitano le ragazze indossando guanti bianchi). Mi aspettavo, lo confesso, un tocco noir che a volte Avati ha saputo regalare, soprattutto per quel “mi parla ancora” che potrebbe rivelare qualche figura fantasmatica in una casa-museo, invece è più banalmente il novantene papà che parla con la moglie morta, come fanno quasi tutti i vedovi.

Certo, la presenza di una famiglia ingombrante avrà limitato l’azione registica, e purtroppo anche l’immaginazione e quindi la commozione. Eppure ce ne sarebbe stata, soprattutto per una generazione che ha creduto nel valore sacrale della famiglia, rispetto non dico all’oggi, ma anche a quel già ieri rappresentato da un critico assai vanesio, che ha fatto del dongiovannismo la sua bandiera e da una potente editrice restata figlia, per ragioni personali e rispettabili, per non parlare di uno scrittore separato con figlia, esordiente a cinquant’anni. Mi sono chiesta su chi fosse disegnato questo personaggio poco simpatico, un prosivendolo opportunista. Magari è frutto di pura invenzione.

Carla Ida Salviati, Nuovi autori italiani per ragazzi, Editrice Bibliografica 2021

Nell’intervista rilasciata negli scorsi giorni su http://www.letture.org , Carla Ida Salviati spiega che i “nuovi autori” del titolo non sono gli esordienti o gli autori “rivelazione” spesso frutto di lanci degli uffici stampa “oggi molto webizzata”, ma gli scrittori che negli ultimi decenni hanno costruito un proprio catalogo di narrativa per i più giovani, cercando di inserire non pochi elementi di “novità” in una letteratura, quella italiana, piuttosto tradizionalista e legata a temi e generi codificati nel tempo (romanzo storico, memoir, autobiografia, all’insegna spesso del realismo). Perciò sono piuttosto fiera di rientrare nella scelta operata da Salviati, che comprende anche nomi molto noti nella scuola e in biblioteca, come D’Adamo, Carminati, Masini, Sgardoli, Lavatelli, scrittori e scrittrici che vantano un lungo percorso narrativo, contraddistinto spesso da scelte che contrastano con le mode del momento o con le tendenze.

Il che significa riuscire a convincere le case editrici che certi temi apparentemente difficili, persino ostici per i più giovani, possano invece coinvolgere il pubblico, a dispetto dei mantra del marketing che, per esempio (cito Salviati) annuncia di volta in volta il successo di libri brevi, veloci (e poi sono premiati romanzi fantastici di centinaia di pagine), la scelta di storie simili a esperienze personali (e piacciono storie con personaggi di altri paesi, di altre culture), e se i successi contraddicono le previsioni, si dice sia la scuola a imporre le letture, salvo poi contraddirsi con la lamentela che la scuola non conosca i “nuovi scrittori”. Già. La scuola dovrebbe forse assoggettarsi, anch’essa, al marketing e darsi pace della funzione educativa di accesso e consolidamento degli strumenti letterari.

Magari bisognerebbe smettere di scrivere “per ragazzi”. Un tempo di diceva “letteratura giovanile”, una definizione più onorevole di questo “per ragazzi”, che sembra sempre etichettare cose di importanza secondaria se non irrisoria, benché ragazzi, oggi, vogliano essere tutti, persino ben oltre la soglia dei cinquanta.

Camilla Trainini Chiara Raimondi, Rigoni Stern, Becco Giallo 2021

Uno dei best seller della scuola è l’evergreen “Sergente della neve” di Mario Rigoni Stern, scritto nel 1953, quindi a una certa distanza dalla sua terribile esperienza di sottufficiale degli alpini nella guerra d’Albania, poi nella disastrosa campagna di Russia e infine nei campi di prigionia tedeschi. Perciò questa bellissima graphic novel può integrarsi a una lettura che per i Millennial e oltre potrebbe risultare distante, benché il memoir, grazie alla penna felice di Rigoni Stern, riesca a coinvolgere per la sua semplicità e immediatezza.

L’autrice trentenne Trainini parte dagli anni ’70 per ricostruire la vicenda di un uomo che sente di avere “un conto sospeso con la memoria” e decide di rivisitare i luoghi dove, appena ventenne, aveva sofferto, combattuto, e si era salvato percorrendo strade infinite in mezzo al buio e alla neve. L’illustratrice ventenne Raimondi ci proietta nelle scene evocate dalla storia con efficacia, alternando con sapienza i toni coloristici freddi di un passato tragico a quelli caldi e solari del presente narrativo, quando Rigoni Stern ripercorre la sua storia.

Ci tengo a dire le età delle due autrici, perché dimostra quanto sia attuale e sentito l’insegnamento di un uomo che odiava la guerra per averla vissuta e che si era salvato la vita e l’anima grazie alla natura dell’altopiano in cui viveva, grazie all’amore per la letteratura che aveva appreso da autodidatta e integrata soltanto dopo la fine del fascismo, quando molti romanzi furono finalmente accessibili.

Può una graphic novel incoraggiare la lettura oppure è una scorciatoia all’impegno del leggere? Per me la risposta è scontata: li chiamavano fumetti (un termine un po’ dispregiativo) e io li ho sempre adorati perché da ragazza mi permettevano di entrare in un mondo dove il pensiero crea la dinamicità della storia, unendo le inquadrature, leggendo i dialoghi nei “baloon”, costruendo un affresco mentale. Altro che scorciatoia alla lettura: questi volumi si rileggono più volte per cogliere sempre dettagli nuovi, e apprezzare l’icasticità delle immagini.

La Velata, Raffaello, 1516 circa, Firenze Galleria Palatina

Sono due anni che non scrivo su questo diario pubblico. Pensavo che la modalità dei social fosse più dinamica, ma credo che infine, da scrittrice, mi sia più congeniale un luogo dove si comunica scrivendo e leggendo, magari testi un po’ più lunghi delle dieci righe che dicono poco e nulla.

Ho scelto un’immagine impegnativa per riaprire il blog, un ritratto tra i più celebri del geniale Raffaello Sanzio, però è l’immagine che ha ispirato il mio ultimo romanzo ambientato in parte nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, con due protagonisti giovani, appassionati di arte, e con un mistero che si dipana tra le pagine e che tocca diversi temi: il furto di opere, la sicurezza, gli apparati di sicurezza e i sistemi di tracciabilità, incursione nella privacy, controllo.

Con questo nuovo libro, scritto durante mesi difficili, di malattia mondiale, chiusura delle attività, paralisi della vita culturale di tipo associativo (incontri, concerti, spettacoli, fiere, festival e così via), torno a quei (molto pochi) di voi che avevano la curiosità di seguirmi e comunicare con me.

Per chi invece arriva adesso: nel mio blog troverete recensioni di libri e film, arte, musica, non come mio personale sfogo o sfoggio (come vedete, si tratta di parole molto simili), ma come dialogo tra pensieri, come riflessione sulla cultura contemporanea, e come spunto per letture o visioni o ascolto.

A presto!