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Arte

Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.

fridaIl secondo libro che ho consigliato ieri a Fahrenheit è la novità della collana Grandissimi di E. Elle, in uscita nei prossimi giorni in libreria: Frida Khalo, raccontata da Sabina Colloredo.

La collana, oltre a famosi personaggi storici, conta anche “grandissimi” della scienza (Galileo), della musica (Mozart), e persino “grandissimi” contemporanei che hanno lasciato un segno profondo nella lotta all’illegalità, come Falcone e Borsellino (l’autore è Francesco D’Adamo, scrittore di impegno civile).

In questa biografia romanzata, Sabina Colloredo ci racconta la storia di un’artista meravigliosa, dalla massima tempra oltre che di talento ammirevole, che seppe affrontare una grave disabilità e una sofferenza enorme, sublimandola nell’arte raffigurativa. Non soltanto: Frida fu donna impegnata politicamente e socialmente, moglie del pittore e muralista Diego Rivera, e figura di riferimento della vita culturale messicana nei decenni dal 1930 al 1950. I suoi quadri sono autoritratti perché “sono il soggetto che conosco meglio” e perché di sé Frida realizza una vera icona, con abiti e acconciature della tradizione popolare, come una Madonna messicana. La sua arte, riconoscibile, intensa e brillante, incanta il mondo e può trasmettere ai ragazzi una forza, un magnetismo e un’energia che anche nell’arte non sempre si può incontrare.

francofoniaIn una sala strapiena di gente accorsa anche per solidarietà con la Francia, ho visto in anteprima Francofonia di Sokurov. Il film si basa su un’idea bellissima, sul Museo del Louvre, luogo dell’identità non solo francese, ma occidentale, occupato durante l’invasione nazista. Potrebbe essere di massima attualità per la metafora della salvezza di patrimoni culturali e identitari, e sa donarci anche momenti notevoli, ma è una straordinaria occasione sprecata.

Perché risulta noioso, e la mente, invece che essere sfidata in riflessioni sull’arte e la cultura, la memoria, l’unicità della rappresentazione umana così come si è costruita in millenni nella cultura occidentale, tende a distrarsi, a sfuggire.

Sarà la voce fuori campo che filosofeggia in modo un po’ lugubre, sarà questo assemblare il falso documentario d’epoca con veri spezzoni dell’occupazione nazista di Parigi e con un girato nel Museo dove il fantasma di Napoleone si aggira nelle sale a ricordarci che il patrimonio artistico si fonda anche su furti di opere durante la guerra. Insomma, alla fine il film sembra che non finisca mai e quando si accendono le luci in sala ci si stupisce che sia passata soltanto un’ora e mezza.

Che peccato! Perché domandarsi a cosa servono i musei, e ricordare che uno stato “ha bisogno di musei” per l’identità, il valore della storia e della memoria, dell’arte, della bellezza e del sublime, che la cultura occidentale si fonda sul ritratto, sul guardare l’altro e riconoscersi anche attraverso secoli, sarebbero pietre miliari. Come bella è l’idea del cargo in un mare tempestoso, che perde i container con i tesori d’arte. Però non basta mettere insieme idee e concetti per realizzare un bel film, bisogna saper tenere la barra o si rischia di perdere i pezzi e affondare.

 

settisDiritto alla città: è questo il concetto-chiave che Salvatore Settis, illustre archeologo e studioso dell’arte, espone nel suo libro imperdibile: Se Venezia muore, appena pubblicato da Einaudi. Se abitate a Venezia, e se abitate a Firenze come me, o a Roma, Siracusa, in una delle nostre uniche città storiche e artistiche, e se abitate in un piccolo centro italiano, un borgo, un paese, una cittadina dal cuore medievale o rinascimentale o settecentesco, come sono quasi tutti i centri piccoli e grandi dell’Italia, troverete in questo saggio di denuncia e di proposta un utilissimo strumento per comprendere e agire, per non subire la tiritera dell’inesorabile “legge di mercato” che caccia le persone dalle proprie città, dai centri storici, per deportarle in periferie lontanissime o in agglomerati finto antichi o finto moderni in campagne spesso desolate.

Venezia è città di tale bellezza sconvolgente che bisogna pur trovare modo di addomesticarla, renderla più “consumabile” di quanto già si sta facendo: per esempio cingendola di una corona di grattacieli per danarosi proprietari che possono guardarla dall’alto e da lontano come uno sfondo; per esempio trasformandola in Veniceland, dove gente in abiti settecenteschi ci spiega  monumenti che non riusciamo più a leggere, a conoscere, dal momento che arte e storia sono bandite dalle nostre scuole. Progetti assurdi? Macché, progetti per il momento solo ventilati, ma non del tutto aborriti. Del resto, il passaggio di navi mastodontiche non cessa mai, per via del “business”.

Vabbé, Venezia, si sa. E’ improduttiva, è invivibile, non è moderna. Perché la si vuole così, meschina e attraversata da colonne di turisti, e simile destino è toccato al centro di Firenze, ed è chiaro che nessun cittadino può competere con un albergo e abbandona la sua casa, anche perché i costi altissimi, la mancanza di servizi e la fuga delle scuole lo fa emigrare in periferie più comode. Ma quel “diritto alla città” deve ricordare a tutti quanti noi che le città non sono state costruite per il turismo di massa mondiale, ma per e dalle persone che lo vivono, che il patrimonio nazionale non è una spa per pochi soci, che è anzitutto patrimonio di chi vive e lavora, gli antichi e i nuovi cittadini, italiani antichi e nuovi, coloro che tessono da sempre relazioni anzitutto culturali tra le piazze e le vie, e che contribuiscono, essi, i cittadini, al cambiamento e alla modernità, non orrende costruzioni che rendono il mondo omologato al brutto.

Ci si domanda allora chi siano i conservatori e i nemici della modernità: chi pretende una città armoniosa, vivibile e ricca di progetti adatti ad essa o chi si piega al pensiero unico, a un modello autoritario di chi decide che cosa deve “valere” come rappresentazione convenzionale e come merce.

 

IMG_2830Si fa presto a dire e-book. Certi libri sono insostituibili: il pop-up, per esempio, soprattutto quando è così raffinato e, già che ci siamo, istruttivo. Ecco “La meraviglia di Firenze” (Marsilio, 2014) realizzata da un mago dell’arte con la carta qual è l’italiano (e veneziano) Dario Cestaro. Si tratta di un libro con pagine di cartoncino dai colori acquatici, nei toni dell’azzurro e verde mare. Aprendole, formano piccole sculture di carta che riproducono fedelmente i monumenti più famosi di Firenze, perfetti nella loro geometria rinascimentale o nella robustezza medievale, meravigliosi nei loro colori che queste immagini incoraggiano a vedere dal vivo: la cromia bianco-verde dei marmi con gli inserti rosso-arancio del cotto nel Duomo. il bruno terra del bugnato dei palazzi, il rosa che s’insinua tra il verde acqua della cattedrale gotica di Santa Croce.

E’, insomma, un piccolo capolavoro adatto a tutti, forse più ai grandi che ai piccini possibilmente non troppo piccini, perché il libro va gustato con gli occhi e non aggredito da manine che senz’altro amerebbero infilarsi nelle arcate del ponte Vecchio o di palazzo Pitti. Invece, il testo di Franca Lugato, che ci offre alcune indispensabili informazioni sui monumenti (e discretamente posto sotto linguette illustrate, in modo da non risultare una didascalia che guasterebbe la grafica), è in linea con immagini architettoniche di massima precisione, lo rende un libro per amanti dell’arte e dei libri, dell’architettura, della storia e soprattutto del nostro patrimonio che non c’è bisogno di andare a scovare chiusi in qualche museo o galleria: è disponibile a cielo aperto, basta soffermarsi a guardarlo.

Per i tanti amici che hanno intenzione di passare qualche giorno a Firenze, consiglio una visita al nuovo Museo del Novecento in piazza Santa Maria Novella, proprio di fronte alla magnifica chiesa disegnata da Leon Battista Alberti, nell’ex convento delle Leopoldine.

leopoldineE’ una di quelle architetture rinascimentali di tale armonia e bellezza, con il tipico bianco e grigio fiorentino, che contribuiscono a dare serenità e piacere a chi le abita, anche per poco tempo, per esempio quello della visita ai tre piani che offrono una testimonianza dell’arte dello scorso secolo in una città che ha sempre rischiato di restare impietrita ad ammirare il sontuoso passato e che pure molti artisti hanno cercato di sfidare, seguendo il suggerimento di critici del calibro di Carlo Ludovico Ragghianti, che esortava a non subire il “cabotaggio archeologico” del passato. Operazione difficilissima, perché Firenze non è Milano, più disinvolta e proiettata sulla modernità, ma è cittadina conservatrice, e dunque lo sforzo di artisti, architetti, designer e illustratori è quasi stato ignorato.

Certo, il Museo rammenta l’importanza editoriale e letteraria di una città che fu, per quasi tutto il Novecento, luogo di riviste letterarie e artistiche (per non dire degli editori oggi quasi del tutto scomparsi) e dunque potenziale piazza della discussione artistica, se non che il facile e più lucroso turismo di massa ha spazzato via ogni altra vocazione che non sia quella di spremere fragilissimi musei e un centro storico trasformato in una specie di Disneyland dove soprattutto si mangiano gelati panini e pizze.

Così, è commuovente aggirarsi in un Museo nuovo di zecca, progettato e realizzato da giovani fiorentini competenti, preparati e appassionati (la curatrice è Valentina Gensini), che alla città di consumo e molto consumata hanno saputo offrire una traccia concreta di cura, conservazione e valorizzazione, dinamica visione della modernità.

pompidouCos’è questa cosa che chiamiamo arte contemporanea? Uno si aggira per il Museo del Centro Pompidou di Parigi intristendosi. Quell’uno sono io che da ragazza trovavo tanto interessante e stimolante l’arte del momento, e che oggi vorrei scappare e basta dopo essermi aggirata in sale con opere che sembrano più l’ingrandimento di certi esperimenti d’illusione ottica, più divertenti se si vanno a vedere alla non molto lontana Villette, il Museo della Scienza, e altre opere che francamente sembrano quei lavori delle scuole, con il cartone e lo scotch a vista, e posso garantire che nelle scuole medie e elementari si fa molto meglio, se non altro la visione è più solare.

banksyFuori, per le strade, mi sembra ci sia più arte contemporanea che non dentro musei che sono nati piuttosto per la conservazione di quanto è già storicamente determinato. Per le strade, ci sono fontane e sculture, graffiti anche immensi come questo di Banksy, ci sono store ricavati in fabbriche, ci sono persone abbigliate in modi originali, uomini con gonne lunghe, ragazze in vestiti da monaci giapponesi e pettinature rasta, c’è il design di accessori per la casa o di borsette da donna, ci sono i giovani turisti giapponesi o coreani, ragazzi con grandi camere che filmano mentre camminano, mostrando la stolidità e l’ossessione dell’immagine e della registrazione di un’esperienza.

le balconSi dirà che è un modo di pensare vecchio, di chi, cioè la sottoscritta, andando al Museo d’Orsay s’incanta davanti all’eterno Manet, questo “Le balcon” più ancora del famosissimo Dejeuner sur l’herbe, con quei personaggi pensosi, eterei nella loro voluminosa gravità. Si sa che quest’arte ottocentesca così luminosa piace a tutti, ma è quel “si sa” discutibile: quest’arte colpisce ancora, storicizzata certo, non solo per l’immediatezza della rappresentazione, ma per l’espressione luminosa dell’essere, per il piacere dell’armonia che sembra un regno perduto nelle ossessioni odierne di artisti declamati tali da un gruppo di critici e curatori di musei dai quali si esce snervati. Ti domandi perché la gente (ed è gente motivata, preparata, non il turista di massa che va alla torre Eiffel per tre ore di coda disneyana) debba arrivare a dire che non s’intende, non ne capisce, e debba magari studiare un pamphlet prima di arrivare al nocciolo della questione sollevata da qualcuno che ha fatto una sala di labirinti arancioni tutti uguali.