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francofoniaIn una sala strapiena di gente accorsa anche per solidarietà con la Francia, ho visto in anteprima Francofonia di Sokurov. Il film si basa su un’idea bellissima, sul Museo del Louvre, luogo dell’identità non solo francese, ma occidentale, occupato durante l’invasione nazista. Potrebbe essere di massima attualità per la metafora della salvezza di patrimoni culturali e identitari, e sa donarci anche momenti notevoli, ma è una straordinaria occasione sprecata.

Perché risulta noioso, e la mente, invece che essere sfidata in riflessioni sull’arte e la cultura, la memoria, l’unicità della rappresentazione umana così come si è costruita in millenni nella cultura occidentale, tende a distrarsi, a sfuggire.

Sarà la voce fuori campo che filosofeggia in modo un po’ lugubre, sarà questo assemblare il falso documentario d’epoca con veri spezzoni dell’occupazione nazista di Parigi e con un girato nel Museo dove il fantasma di Napoleone si aggira nelle sale a ricordarci che il patrimonio artistico si fonda anche su furti di opere durante la guerra. Insomma, alla fine il film sembra che non finisca mai e quando si accendono le luci in sala ci si stupisce che sia passata soltanto un’ora e mezza.

Che peccato! Perché domandarsi a cosa servono i musei, e ricordare che uno stato “ha bisogno di musei” per l’identità, il valore della storia e della memoria, dell’arte, della bellezza e del sublime, che la cultura occidentale si fonda sul ritratto, sul guardare l’altro e riconoscersi anche attraverso secoli, sarebbero pietre miliari. Come bella è l’idea del cargo in un mare tempestoso, che perde i container con i tesori d’arte. Però non basta mettere insieme idee e concetti per realizzare un bel film, bisogna saper tenere la barra o si rischia di perdere i pezzi e affondare.

 

Per i tanti amici che hanno intenzione di passare qualche giorno a Firenze, consiglio una visita al nuovo Museo del Novecento in piazza Santa Maria Novella, proprio di fronte alla magnifica chiesa disegnata da Leon Battista Alberti, nell’ex convento delle Leopoldine.

leopoldineE’ una di quelle architetture rinascimentali di tale armonia e bellezza, con il tipico bianco e grigio fiorentino, che contribuiscono a dare serenità e piacere a chi le abita, anche per poco tempo, per esempio quello della visita ai tre piani che offrono una testimonianza dell’arte dello scorso secolo in una città che ha sempre rischiato di restare impietrita ad ammirare il sontuoso passato e che pure molti artisti hanno cercato di sfidare, seguendo il suggerimento di critici del calibro di Carlo Ludovico Ragghianti, che esortava a non subire il “cabotaggio archeologico” del passato. Operazione difficilissima, perché Firenze non è Milano, più disinvolta e proiettata sulla modernità, ma è cittadina conservatrice, e dunque lo sforzo di artisti, architetti, designer e illustratori è quasi stato ignorato.

Certo, il Museo rammenta l’importanza editoriale e letteraria di una città che fu, per quasi tutto il Novecento, luogo di riviste letterarie e artistiche (per non dire degli editori oggi quasi del tutto scomparsi) e dunque potenziale piazza della discussione artistica, se non che il facile e più lucroso turismo di massa ha spazzato via ogni altra vocazione che non sia quella di spremere fragilissimi musei e un centro storico trasformato in una specie di Disneyland dove soprattutto si mangiano gelati panini e pizze.

Così, è commuovente aggirarsi in un Museo nuovo di zecca, progettato e realizzato da giovani fiorentini competenti, preparati e appassionati (la curatrice è Valentina Gensini), che alla città di consumo e molto consumata hanno saputo offrire una traccia concreta di cura, conservazione e valorizzazione, dinamica visione della modernità.