archivio

musical

Mi sono lasciata convincere dalle mie nipoti adolescenti a vedere la nuova Cinderella formato musical, con ammodernamento della storia che prevede una Cenerentola bruna (e vincitrice di X factor), una matrigna frustrata più che malvagia, un regno multiculturale su cui domina Pierce Brosnam, un patriarca pronto ad accettare un cambio totale di potere: invece del Principe Azzurro, l’erede sarà sua sorella, la “Principessa del Popolo” (riferimento a lady Diana?), pronta a svecchiare stili e temi di un paese che comunque è fiabesco, cioè senza tempo, e il cui palazzo pare Versailles.

E poi c’è Cinderella, con gli amici topolini come da vulgata disneyana, che non vuole diventare principessa né regina ma sarta, anzi stilista, non soltanto uno dei mestieri più popolari tra i social e gli influencer, ma anche perché in effetti nella fiaba originale Cenerentola sfoggia ben tre abiti meravigliosi, confezionati dalla magia, che tradotta in americano significa “talento”.

Che vi devo dire? Le fiabe hanno significati assai profondi e simbolici e anche Cenerentola li serba, al di là di quelli più superficiali che ne hanno fatto la storia su cui gli Americani si sono assai accaniti considerandola antifemminista, e prendendola a modello per film come Pretty Woman o Flashdance. Dite che le bambine saranno più motivate a non cadere nel trappolone romantico del sacrificio di sé e delle proprie aspirazioni con storie come queste? Chissà. Per ora le donne sono ancora nella fase focolare, non perché hanno scarpe di cristallo, ma una bella lastra sopra la testa e qualsiasi professione decidano, che sia stilista o scienziata, devono fare i conti con la cura dei figli, lo stipendio inferiore, la scelta di non essere madri, la violenza sessista, la mancanza di servizi e anche di sostegno femminile, perché da lì si parte, da sorelle che non ti rubano le scarpe, ma percorrono il cammino dell’esistenza con te.

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.