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E’ una delle cose che adoro della città d’estate: il cinema all’aperto, nelle arene. Non sono di certo l’unica. Ogni sera la sala è piena, soprattutto di giovani che lasciano i divani davanti all’imperante tivù per il grande schermo circondato dalle stelle (in queste notti si vede Marte, un puntino rosso brillante).

Così uno riesce anche a rimettersi in pari. Ieri sera per esempio ho visto il tanto celebrato “Tre manifesti a Ebbing” che ho trovato un po’ una mazzata. Un film che vuol essere troppo un capolavoro per esserlo sul serio, e se l’inizio è magnifico, come sa esserlo il cinema quando sa usare il proprio linguaggio (prettamente d’immagine), poi si sbrodola nelle chiacchiere, nelle scene implausibili (ci sono diverse cosette che non tornano, per chi sa un po’ maneggiare le storie), nella solita storia di vendetta all’americana e di durezza alla Eastwood (che però è unico), con una donna diventata una specie di guerriera ninja o anche veterana Vietnam, con la bandana tipica dei film post-Vietnam.

Lo so che susciterò lo sdegno in chi ha giudicato il film eroico e grandioso, ma io l’ho trovato forzato, e forse, come me, anche le giurie che hanno premiato Frances Mc Dormand ma non il film devono aver avuto dubbi. (Una nota divertente sul turpiloquio eccessivo in un film dove i figli chiamano “tr…” la propria madre: all’intervallo la gente usava un linguaggio superforbito rivolgendosi al barista: “potrei avere per cortesia dell’acqua minerale?” Barista: “Volentieri. Prego, signora, desidera anche un bicchiere di plastica?” “La ringrazio infinitamente, gentilissimo.” “Ma prego, non c’è di che, buona serata”)

Invece contentissima di aver visto “The Party”, film di Sally Potter (ma come ho fatto a perderlo? Facile: sono film che forse passano come meteore nelle sale). Una specie di “Carnage” umoristico, molto meno denso, ma con lo stesso impianto teatrale, un camera film con attori ottimi, humour british, una buona dose di sarcasmo sui politici (inglesi e nel caso laburisti), che comunque, rispetto ai nostri, mostrano un contesto di sobrietà impressionante, quasi commuovente: quale ministro della sanità italiana vivrebbe in un appartamento piccolo borghese, con un bagno da dopoguerra?

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Fino agli anni ’70, lo stilista come divo di massa non esisteva. C’erano i sarti che inventavano l’alta moda per una ristrettissima cerchia di élite, composta da aristocratici e ricchissimi. Per il resto, la gente si cuciva gli abiti o li faceva cucire da sarte e sarti in piccole botteghe, dove magari si entrava con una rivista in mano, per copiare gli ultimi modelli. Non esistevano neppure le taglie, che gioia: erano gli abiti ad adattarsi a ogni donna, non le donne a costringere i loro corpi a omologarsi.

Credo sia soprattutto questo il fascino del film di Anderson, Il filo nascosto: la storia di un “creativo” che ancora non pretendeva di chiamarsi così, perché erano gli anni ’50, e anche la parola “chic” è considerata un insulto. La storia è anche quella di un tormento personale di chi sta chino sui fogli a disegnare e ancor più chino a cucire per le regine e le contesse, abiti molto più simili a quelli delle fiabe che non a vestiti da lavoro o anche da cerimonia.

Il film ha quella bellezza classica che gli inglesi e gli americani (come in questo caso) riescono a promanare nei loro film in costume, con attori sublimi (Daniel Day Lewis, Lesley Manville, e Vicky Kriep), scene e costumi ovviamente perfetti (infatti si sono aggiudicati l’Oscar). Insomma, un filmone che piace e turba anche un po’, perché a un certo punto entra in gioco pure eros /thanatos.

Vedere il film al cinema ha certi interessanti risvolti: nella scena in cui la contessa prova l’abito speciale per la serata, tra le esclamazioni di meraviglia delle sarte, un ragazzo dietro di me commenta: “Orrendo”. E ha ragione. Il cinema ha sempre bisogno di essere visto in mezzo al pubblico.

 

Un esercito di attori di calibro (da Servillo a Bonaiuto, Bentivoglio, Smutniak, Scamarcio, Ricci, Herlizka, persino Ugo Pagliai in un fugace cameo di Mike Buongiorno) non riescono a salvare il film di Paolo Sorrentino dal franare miseramente come la povera nostra Aquila sotto le scosse del terremoto di nove anni fa. Ma che occasione sprecata, per un regista magnifico, che soltanto in un paio di scene mostra il suo innegabile talento, virando sul lirismo in un film noioso e troppo lungo, di sicuro poco equilibrato.

Dopo “la grande bellezza”, la grande tristezza! Ecco perché il cinema era affollato (di mercoledì a metà prezzo) da gente di una certa età. Perché alla fine la tragicommedia di un matrimonio che finisce cosa volete che interessi ai più giovani, ma anche a quelli di trent’anni, che stanno ancora annaspando tra lavori precari e relazioni magari appena iniziate? E infine il mascherone di Berlusconi è pure simpatico, e come dargli torto quando dice che è stato il più bravo tra i venditori, tra gli imprenditori, a far soldi? Come non essere dalla sua parte quando discute con la moglie pseudo intellettuale e arcigna, che comunque fa una vita da nababba grazie ai soldi di lui?

Ecco cosa sorte fuori dal film: un nemmeno tanto sottile maschilismo che mostra le arrampicatrici, le ambiziose senza talento, le prostitute che grazie al tycoon arrivano al cinema e alla tivù, senza saper far nulla. Un maschilismo che mette in scena bei corpi femminili che si dimenano, disponibili a tutto, perché la giovinezza dura un soffio e “bisogna approfittarne”, donne cui piace mercificarsi, perché pare più semplice, più comodo. Il voyeurismo di Berlusconi è un po’ il voyeurismo del regista intellettuale, e forse su questo Sorrentino poteva interrogarsi, indagare, invece che lavorare su due piani (il sottobosco di nani e ballerine e l’iperspazio del monarca-.buffone) in modo mal riuscito, cosicché nella seconda parte del film il personaggio di Scamarcio, che nella prima parte appare come principale, sfuma e svanisce, come succede nei romanzi dei dilettanti.

Che tristezza e che dispiacere, per un film che aveva l’ambizione di raccontare un tempo, il nostro tempo, che non è ancora finito, anzi. E’ avvolto nell’incertezza di una mancanza di vero servizio, vero sostegno alle persone di chi ambisce a governare nazioni e non riesce nemmeno a governare se stesso.

Mentre a Cannes sono stati inseriti i film di Garrone, Golino, Rohrwacher (un bel risultato soprattutto al femminile), nelle sale si ricominciano a vedere film belli, anche se a volte incomprensibilmente bistrattati dalla critica

E’ il caso di “Quanto basta” di Francesco Falaschi, una bella commedia che fa commuovere e divertire perché si tratta un tema delicato, come la sindrome di Asperger, sostenuto dal buonumore, da un’ambientazione incantevole come la mia bellissima Toscana (con i suoi sempre affascinanti paesaggi e ville sconosciute di antica, immanente presenza), e soprattutto condotto da un cast di tutto rispetto, con attori perfetti, misurati, perfettamente calati nei diversi ruoli, dallo straordinario Luigi Fedele che offre un lavoro attoriale superbo, al pacato, calibrassimo Alessandro Haber, alla luminosa Valeria Solarino all’ottimo Vinicio Marchioni e tutti gli altri che lavorano con calore, passione in una storia che, si capisce, ha convinto e coinvolto tutti.

Bravo Francesco Falaschi! Bravo anche nella capacità di girare un film senza strafare, in modo quieto, mi verrebbe da dire “slow”, lasciando che siano i personaggi a prendere campo, a catturare sguardo e cuore degli spettatori. Davvero un saper dosare la scrittura cinematografica “quanto basta”. Oltretutto finalmente ironizzando sugli intoccabili chef stellati, che sono chiamati oggi a dire la loro su tutto: politica, cultura, pure letteratura perché già che ci sono scrivono anche libri.

Quando ho visto le tre misere stelline attribuite da un famoso sito sul cinema, mi è venuto un gran fastidio. Ma possibile che in Italia regni sovrana una certa snobistica insoddisfazione?

Povero Godard! Nell’impietoso ritratto, girato ironicamente alla sua maniera, il regista che fu venerato da una generazione di cineasti e critici, un talento indubitabile del cinema, appare un artista nevrotico, geloso, meschino, invidioso dei colleghi che ipocritamente chiama “maestri” e con cui non sa condividere idee e nemmeno una bella serata in compagnia. Un borghesuccio che cerca di infiltrarsi, ormai molto fuori tempo, nelle rivolte studentesche del Maggio del 1968, per coglierne l’essenza giovanile, la purezza rivoluzionaria, ma alla fine peccando di paternalismo e di qualcosa che per un artista è irredimibile: il proprio personale punto di vista, l’io che ai rivoluzionari non piace mai, perché tutto deve essere comune, collettivo, assembleare.

Ma il film del regista dal nome che per me è un po’ uno scioglilingua, Hazanivicius (autore del bellissimo e nostalgico “The artist” ), basato sul memoir della moglie di Godard (anche lei con un cognome che non scherza, Anna Wiazemsky) si concentra più sugli aspetti privati, sulla relazione amorosa sbilanciata tra un quasi quarantenne e la diciannovenne aspirante attrice che deve pur sentirsi dire dal sarcastico Godard che gli attori non valgono nulla, sono disprezzabili perché non pensano, fanno tutti ciò che viene chiesto loro, sono senza coscienza. Come sempre, quando di un artista si raccontano gli aspetti della vita personale, intima, familiare, escono le magagne e la luminosità di certe opere risulta offuscata dalle manie, persino dalle ossessioni politiche di anni in cui tutti furono presi da furore rivoluzionario.

Se un giovane spettatore vede questo film, resta orripilato da questo egocentrico presuntuoso antipatico e maschilista. Perciò, è meglio se il giovane spettatore va a vedere “A bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro), che Godard girò a 28 anni, e inventò un nuovo modo di fare cinema, con due indimenticabili attori, e un modo affannoso, instabile, di filmarli, un occhio che rincorre la vita altrui, uno stile che poi hanno copiato tutti.

 

Non ho capito perché questo film si intitola “La tenerezza”. Piuttosto la “tristezza” o anche la “tragedia”, perché la storia raccontata da Gianni Amelio in un film ovviamente di stampo realista, in presa diretta, senza trucco né parrucco né abbellimenti che fanno troppo “finto”, è una tragedia di cronaca che s’interseca con la vicenda di un anziano brusco, cinico e per nulla simpatico, che se ne sta molto solo rifuggendo la compagnia dei figli, ma non quella del nipotino che va a prendere a scuola di mattina, facendogli saltare le lezioni. Intorno a loro, una Napoli imbruttita e imbrattata da scritte, sporco, motorini che ti sfiorano incuranti, gente sfaccendata, nessun sorriso.

Non capisco nemmeno perché fare un film e non una rappresentazione teatrale, dal momento che certe sequenze sono girate e recitate come a teatro. Non so che dire: la critica ha incensato il film per i “dialoghi sublimi”. Mah!

Bravi gli attori, ma un buon cast non fa un buon film e poi questa tristezza cosmica li contagia: sono tutti brutti, cupi, con occhiaie livide, e anche la povera Ramazzotti, pur sforzandosi, non ce la fa a illuminare il film con il suo bel sorriso.

Il film italiano più bello dell’anno, Tutto quello che voglio di Francesco Bruni,  l’ho visto in un orrido cinema d’essai senza aria condizionata e con le poltroncine di finto vellutino, nelle peggiori condizioni quindi per godersi uno spettacolo.

Ma il film è coinvolgente al punto che riesci a uscire dal corpo tormentato dall’ultima sala di stampo brechtiano (mi riferisco alla teoria per cui lo spettatore doveva essere sempre cosciente di sedere in teatro, quindi non stare comodo, figurarsi sparapanzato) e fatti trascinare dentro una bella storia di incontro tra generazioni ormai sideralmente lontane quali un anziano ultra ottantenne, poeta e minato dall’Alzheimer, e un ventenne NEET (not in education employment and training) di oggi, che cammina pericolosamente lungo quella linea sfocata di confine con la delinquenza, fatta di piccolo spaccio e pestaggi, alimentati da una rabbia cieca.

Uno straordinario Giuliano Montaldo presta la sua personalità all’anziano poeta che ricorda Mario Luzi, toscano e autore di magnifiche poesie anche sulla seconda guerra mondiale (inoltre, senatore a vita e amico di Sandro Pertini) una guerra che i giovanissimi di oggi devono andare a cercare sul web, perché chi ricorda una data, un nome? Ma il contatto non tanto con la poesia (che c’è nei libri di scuola come testimonianza del passato), quanto con il corpo del poeta, la sua biografia, le sue parole, trasformano un ragazzo ignorante in una persona sensibile, più consapevole e infine pronta ad aprirsi all’altro, a innamorarsi, a chiedere scusa e a saper trovare le parole per le emozioni.

Interessante e divertente che le poesie di stampo classico e un po’ “alla Luzi”, siano state scritte da Simone Lenzi, leader dei Virginiana Miller e scrittore, che appare nelle vesti del parroco officiante il funerale, al termine del film.

Peccato per il titolo di questo bel film che porta fuori strada, rispetto al tema relazionale. Avrei preferito qualcosa sul genere “Io e il poeta”, ma forse i produttori alla parola poeta si terrorizzano, senza sapere che la poesia va molto di moda: vadano a sentire un reading di Catalano, e capiranno.