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Povero Godard! Nell’impietoso ritratto, girato ironicamente alla sua maniera, il regista che fu venerato da una generazione di cineasti e critici, un talento indubitabile del cinema, appare un artista nevrotico, geloso, meschino, invidioso dei colleghi che ipocritamente chiama “maestri” e con cui non sa condividere idee e nemmeno una bella serata in compagnia. Un borghesuccio che cerca di infiltrarsi, ormai molto fuori tempo, nelle rivolte studentesche del Maggio del 1968, per coglierne l’essenza giovanile, la purezza rivoluzionaria, ma alla fine peccando di paternalismo e di qualcosa che per un artista è irredimibile: il proprio personale punto di vista, l’io che ai rivoluzionari non piace mai, perché tutto deve essere comune, collettivo, assembleare.

Ma il film del regista dal nome che per me è un po’ uno scioglilingua, Hazanivicius (autore del bellissimo e nostalgico “The artist” ), basato sul memoir della moglie di Godard (anche lei con un cognome che non scherza, Anna Wiazemsky) si concentra più sugli aspetti privati, sulla relazione amorosa sbilanciata tra un quasi quarantenne e la diciannovenne aspirante attrice che deve pur sentirsi dire dal sarcastico Godard che gli attori non valgono nulla, sono disprezzabili perché non pensano, fanno tutti ciò che viene chiesto loro, sono senza coscienza. Come sempre, quando di un artista si raccontano gli aspetti della vita personale, intima, familiare, escono le magagne e la luminosità di certe opere risulta offuscata dalle manie, persino dalle ossessioni politiche di anni in cui tutti furono presi da furore rivoluzionario.

Se un giovane spettatore vede questo film, resta orripilato da questo egocentrico presuntuoso antipatico e maschilista. Perciò, è meglio se il giovane spettatore va a vedere “A bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro), che Godard girò a 28 anni, e inventò un nuovo modo di fare cinema, con due indimenticabili attori, e un modo affannoso, instabile, di filmarli, un occhio che rincorre la vita altrui, uno stile che poi hanno copiato tutti.

 

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Non ho capito perché questo film si intitola “La tenerezza”. Piuttosto la “tristezza” o anche la “tragedia”, perché la storia raccontata da Gianni Amelio in un film ovviamente di stampo realista, in presa diretta, senza trucco né parrucco né abbellimenti che fanno troppo “finto”, è una tragedia di cronaca che s’interseca con la vicenda di un anziano brusco, cinico e per nulla simpatico, che se ne sta molto solo rifuggendo la compagnia dei figli, ma non quella del nipotino che va a prendere a scuola di mattina, facendogli saltare le lezioni. Intorno a loro, una Napoli imbruttita e imbrattata da scritte, sporco, motorini che ti sfiorano incuranti, gente sfaccendata, nessun sorriso.

Non capisco nemmeno perché fare un film e non una rappresentazione teatrale, dal momento che certe sequenze sono girate e recitate come a teatro. Non so che dire: la critica ha incensato il film per i “dialoghi sublimi”. Mah!

Bravi gli attori, ma un buon cast non fa un buon film e poi questa tristezza cosmica li contagia: sono tutti brutti, cupi, con occhiaie livide, e anche la povera Ramazzotti, pur sforzandosi, non ce la fa a illuminare il film con il suo bel sorriso.

Il film italiano più bello dell’anno, Tutto quello che voglio di Francesco Bruni,  l’ho visto in un orrido cinema d’essai senza aria condizionata e con le poltroncine di finto vellutino, nelle peggiori condizioni quindi per godersi uno spettacolo.

Ma il film è coinvolgente al punto che riesci a uscire dal corpo tormentato dall’ultima sala di stampo brechtiano (mi riferisco alla teoria per cui lo spettatore doveva essere sempre cosciente di sedere in teatro, quindi non stare comodo, figurarsi sparapanzato) e fatti trascinare dentro una bella storia di incontro tra generazioni ormai sideralmente lontane quali un anziano ultra ottantenne, poeta e minato dall’Alzheimer, e un ventenne NEET (not in education employment and training) di oggi, che cammina pericolosamente lungo quella linea sfocata di confine con la delinquenza, fatta di piccolo spaccio e pestaggi, alimentati da una rabbia cieca.

Uno straordinario Giuliano Montaldo presta la sua personalità all’anziano poeta che ricorda Mario Luzi, toscano e autore di magnifiche poesie anche sulla seconda guerra mondiale (inoltre, senatore a vita e amico di Sandro Pertini) una guerra che i giovanissimi di oggi devono andare a cercare sul web, perché chi ricorda una data, un nome? Ma il contatto non tanto con la poesia (che c’è nei libri di scuola come testimonianza del passato), quanto con il corpo del poeta, la sua biografia, le sue parole, trasformano un ragazzo ignorante in una persona sensibile, più consapevole e infine pronta ad aprirsi all’altro, a innamorarsi, a chiedere scusa e a saper trovare le parole per le emozioni.

Interessante e divertente che le poesie di stampo classico e un po’ “alla Luzi”, siano state scritte da Simone Lenzi, leader dei Virginiana Miller e scrittore, che appare nelle vesti del parroco officiante il funerale, al termine del film.

Peccato per il titolo di questo bel film che porta fuori strada, rispetto al tema relazionale. Avrei preferito qualcosa sul genere “Io e il poeta”, ma forse i produttori alla parola poeta si terrorizzano, senza sapere che la poesia va molto di moda: vadano a sentire un reading di Catalano, e capiranno.

Libere disobbedienti innamorate è il titolo un po’ fatuo del bel film della regista palestinese Maysaloun Hamoud, che racconta di tre giovani donne a Tel Aviv, tre palestinesi che mostrano facce diverse dell’essere donna araba, oggi.

Leila è un’avvocata brillante, sexy e bella, che passa le notti nel tipico sballo metropolitano che accomuna Tel Aviv alle città occidentali; Salma è una dj di famiglia cristiana ortodossa, che condivide con l’amica le notti allegre, oltre che l’appartamento. Infine Noor, la nuova coinquilina, è una musulmana osservante, con tanto di velo e camicione che la copre dal collo ai piedi, studentessa e fidanzata con un uomo molto religioso.

Il titolo originale, in inglese, è In Between, Nel mezzo, ed è assai significativo. Non soltanto per la condizione di queste ragazze, che, oltre ad essere palestinesi dentro Israele (cioè appartenenti a un popolo senza stato dentro uno stato che non permette un’integrazione) sono donne che vogliono essere libere e dunque si scontrano con le famiglie (Salma, omosessuale, viene minacciata di essere rinchiusa in manicomio dal padre), con la violenza degli uomini che prima di tutto esercitano la sopraffazione sulle donne (come il pio fidanzato che violenta Noor) e con la cultura patriarcale da cui non sfugge neppure il liberal, moderno compagno di Leila, che dalla sua donna si aspetta di mantenere il decoro.

Ma è significativo, questo titolo “Nel mezzo”, anche per noi italiani, se ricordiamo ancora l’eco dell’inizio folgorante del nostro poema antico, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, perché è lì che noi tutti siamo, quando manca la comprensione, quando siamo addolorati e incerti, quando le nostre istanze di libertà umana, di persona, vanno a configgere contro muri di ostilità ideologica, tradizionale e arcaica.

 

 

lalalandBisogna che lo dica, anche se mi inimicherò orde di adoratori sia del film che dei due interpreti: La la Land è una grandissima pacchianata. Sono andata al cinema convinta di vedere un film meraviglioso e mi sono trovata davanti una parata dei più triti cliché, che fino all’ultimo ho sperato si ribaltassero con qualche trovata sorprendente. Macché.

Operazione nostalgia, che ha funzionato perfettamente visto il massimo successo. Un po’ di reminiscenze di Fred Astaire e Ginger Rogers, l’amore per il jazz che si vuole salvare nella sua purezza, l’elogio ai folli e ai sognatori, e infine il sacrificio d’amore per rispettare il talento della donna amata… Pare che questi temi portino a fiumi di lacrime, e visioni multiple del film.

Ma come sia fa a crederci? Quale jazz è quello autentico? E perché nessuno ride, soprattutto in Usa, quando lo slavato Ryan Gosling vorrebbe insegnare al fantastico John Legend, che è un vero pianista e compositore, qual è il vero jazz? Neanche fossimo a Scherzi a parte! Quanto alla storia, mi pare ultrascontata: la cameriera che vuole diventare diva e lo diventa, anche grazie alla spinta del jazzista puro, che la porta di peso al provino fatale.

Sono bravi gli attori, ma per un musical allora prendete direttamente dei cantanti e ballerini, altrimenti l’effetto è un po’ Ballando con le stelle. Che vi devo dire? A me Damien Chazelle non mi ha convinto nemmeno con Wishplash, che mi pareva tremendo. Ma con Trump al governo, ovviamente è il nuovo che avanza.

sullyL’impresa spettacolare del comandante Sullenberger, il 15 gennaio 2009, quando riuscì a far posare l’aereo che comandava sull’Hudson, è rimasta pressoché epica. Perciò il film di Clint Eastwood, Sully, può ben focalizzarsi sul tema dell’eroe, su chi sia e come agisca, in quali condizioni, spinto da quali motivi.

Il film conta sull’interpretazione perfetta di Tom Hanks, l’uomo “qualsiasi”, che fa il suo lavoro e che nel suo lavoro trova la forza e l’esperienza per agire non d’impulso, ma di sapienza: in pochi secondi è molto chiaro a un pilota che ha quarant’anni di esperienza, e una grande abilità nell’atterraggio, che se segue il protocollo e le indicazioni della torre di controllo, rischierà di far cadere l’aereo. Così decide una manovra mai sperimentata, l’ammaraggio sul fiume, e in quell’operazione salva tutti i passeggeri, oltre che se stesso e l’equipaggio.

Moltissimi ricorderanno l’episodio che fece il giro del mondo perché dopo la tragedia degli aerei che infilzarono le torri di NY, un aereo planò sull’acqua e in poco più di venti minuti vennero tutti salvati dai mezzi di soccorso accorsi con prontezza fulminante. Nessuno invece sa che il comandante fu comunque processato, perché si adombrava un suo gesto esagerato, fuori dalle procedure “standard”. Ecco perché Eastwood intitola il film “Sully”, diminutivo affettuoso di Sullenberger, ma anche voce del verbo “macchiare”. Difficile però infangare il pilota che sa in quanto (poco) tempo di prendono decisioni in condizioni impreviste. Allora ecco qua l’eroe: chi agisce con tempismo, con capacità, coraggio e freddezza, non soltanto per sé ma per tutti, e che tira un sospiro di sollievo soltanto quando sa che non manca nessuno all’appello: 155 passeggeri su 155.

Anche lo spettatore, che pure sa la storia, tira un sospiro di sollievo solo alla fine. Pare che sia anche grazie all’innovativa tecnologia IMAX che fa provare una esperienza molto realistica. Trucchi di un giovane cineasta ultraottantenne.

sing_street_posterSing Street di John Carey è proprio un bel film sul desiderio che trasforma la vita di adolescenti caricati di problemi all’apparenza irrisolvibili: disperazione della società adulta, con annesso alcolismo, droga, violenza, crudeltà. La musica ovvero l’arte musicale è la via per realizzare un’esistenza illuminata, e il quindicenne Conor decide di mettere su una band che segue le orme dei gruppi emergenti o in voga nei primi anni ’80 in Gran Bretagna e dunque in tutta Europa. Innamorato di una bellissima ragazza cui chiede di recitare nei suoi video, Conor riesce a uscire dal bozzolo mefitico di un ambiente esangue, che sa esprimere soltanto sopraffazione e malessere, e infine parte con la sua ragazza verso la favolosa Inghilterra dove tutto, invece, è possibile.

Di film del genere ce ne sono stati molti: la band, il talento musicale, il ragazzino o la ragazzina che grazie alla sua dote e a una certa tenacia riescono a farcela. Sono anzi temi molto cari al cinema USA. Certo, qui si evocano gli ultimi anni “spensierati” dello scorso secolo, gli anni Ottanta dei primi video, delle band allegre, del pop scatenato e queer, che è durato per oltre trent’anni con Madonna e Michael Jackson, esplosi proprio in quegli anni. Anni pre-unione europea, quando per andare all’estero ci voleva il passaporto e il permesso dei genitori: dunque è bene ripensare a cosa significasse essere costretti in un’isola malsana, pur dentro all’Europa florida.

Ed è interessante ricordare il bisogno di “futuro” che portò al successo la serie, ma soprattutto il primo film, di Zemeckis “Ritorno al futuro”, citato in questa storia, perché punto di riferimento di questa generazione di aspiranti Marty McFly. Per loro, l’età dell’oro era rappresentata dagli sfolgoranti anni ’50 dei propri genitori, in cui tutto riluccicava dopo la guerra, o almeno così sembrava, mentre la realtà sotto quella patina era formata da oppressioni razziali, di genere, di censo, poco risolte trent’anni dopo, con una società ancora sbilanciata, reazionaria, dove giusto le ragazze hanno preso autonomia, grazie alle battaglie delle loro mamme. Ma questo è un discorso tetro e complicato, come canta Conor all’apertura del suo concerto: è tutto complicato.

Chi riuscisse a beccare questo film, che esce per pochi giorni in sale d’essai, corra subito. Non capita spesso in periodo quasi prenatalizio di poter vedere al cinema una vera chicca.