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Francesco Costa   /   AC-Costa al Cinema


Ettore scola

ETTORE SCOLA (1931-2016)

Se in futuro sul nostro pianeta dovessero atterrare flottiglie di astronavi aliene per scoprire che cosa fosse l’Italia negli anni Settanta e Ottanta, non dovrebbero consultare le filmografie di registi che hanno svelato le loro fisime pretendendo di attribuirle a un’intera generazione, ma quella dell’incommensurabile Ettore Scola che più di chiunque altro è stato il cantore smaliziato, ma partecipe, dei pregi e dei difetti della sua gente.

Capace di declinare in modo del tutto personale la tradizione della commedia all’italiana, il regista è stato l’esponente più rappresentativo di un cinema popolare nell’accezione più alta del termine, visibilmente influenzato dalla lettura di grandi classici della narrativa francese e russa, e alcuni suoi film sono tratti da famosi romanzi, fra cui Passione d’amore (1981), ispirato al conturbante Fosca di Igino Ugo Tarchetti.

Trasferitosi a Roma con la famiglia dalla natìa Trevico, a soli quindici anni disegnava vignette satiriche per il celebre periodico Marc’Aurelio al quale aveva già collaborato Federico Fellini, ma il suo interesse era già orientato verso la sceneggiatura cinematografica. Dopo aver scritto con parecchi registi (particolarmente proficuo il sodalizio con il sensibile Antonio Pietrangeli), era stato inevitabile l’esordio alla regia. Il successo internazionale gli è arriso con l’immortale C’eravamo tanto amati (1974), trent’anni di storia italiana attraverso le vicissitudini di tre amici, due dei quali innamorati della stessa donna. Nel 1977 per Una giornata particolare ha riunito la celebre coppia Sophia Loren-Marcello Mastroianni (apparsa in tanti film di Blasetti e De Sica) nei panni di una casalinga analfabeta e di un omosessuale, umiliati, sfioriti e lasciati soli in un condominio il 3 maggio 1938, durante la visita a Roma di Adolf Hitler.

Raccontare vicende individuali di persone in difficoltà all’ombra di grandi eventi storici era d’altronde la sua originale cifra di narratore: a tal riguardo si ricorda Il mondo nuovo (1982) che immagina gli effetti della vana fuga di Luigi XVI a Varennes (20 giugno 1791) su un gruppo di viaggiatori, fra cui spicca l’ormai decrepito Giacomo Casanova (un eccelso Mastroianni). La terrazza (1981), tristemente profetico, narra disillusioni e compromessi della borghesia di sinistra a Roma, e non si può sorvolare sul magnifico La famiglia (1987), che narra ottant’anni di vita di una famiglia del quartiere Prati. Quasi tutti capolavori o comunque opere che mai perderanno il loro smalto e la loro verità, e che a Scola hanno procurato ben quattro candidature al premio Oscar (peccato non averlo vinto almeno per Una giornata particolare) e un riconoscimento per la miglior regia al festival di Cannes per il controverso Brutti, sporchi e cattivi (1976).

Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi erano i suoi interpreti favoriti, presenze quasi fisse nei suoi film, ma non sarebbe giusto ignorare la finezza con cui delineava i personaggi femminili e i bei ruoli offerti ad attrici stupende: della Loren si è detto, ma una presenza costante del suo cinema è Stefania Sandrelli, e fra le italiane gli devono molto Giovanna Ralli, Isabella Ferrari e Laura Betti, mentre in altri suoi lavori recitano fascinose attrici straniere come Fanny Ardant, Hanna Schygulla, Marina Vlady. La presenza della donna era nel suo cinema un imprescindibile punto di forza. A Ettore Scola, scomparso a 84 anni in un ospedale romano, un doveroso grazie per quanto gli deve la cultura italiana: il cinema ha perso un grande regista.

Francesco Costa

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389   Francesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

immLA CORRISPONDENZA

Regia, soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore; direttore della fotografia: Fabio Zamarion; scenografia: Maurizio Sabatini; costumi: Gemma Mascagni; montaggio: Massimo Quaglia; produzione: Isabella Cocuzza e Arturo Paglia; musica: Ennio Morricone; durata: 116’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Jeremy Irons (Ed), Olga Kurylenko (Amy), Shauna Macdonald (Victoria), Simon Anthony Johns (Jason), Anna Savva (Angela), Paolo Calabresi (Ottavio).

Giuseppe Tornatore ha vinto nel 1988 il premio Oscar per il miglior film straniero con Nuovo Cinema Paradiso, ma nella versione voluta, anzi imposta, dal produttore Franco Cristaldi che tagliava di netto tutta la seconda parte del racconto in cui il protagonista tornava disilluso sui luoghi dell’infanzia per crogiolarsi nei ricordi. In quell’ormai lontano episodio, che forse pochi ricordano, il regista avrebbe dovuto cogliere un monito di cui tener conto durante la stesura delle future sceneggiature, ma ci si deve ormai arrendere al fatto che non ce la fa proprio a risparmiare agli spettatori l’implacabile accavallarsi di innumerevoli prefinali che li costringe a boccheggiare in platea in attesa del vero finale che sembra non arrivare mai. Con l’eccezione del tetro La sconosciuta che, tagliato con la dovuta secchezza, non contiene un fotogramma di troppo, a ogni film del regista siciliano si potrebbe tagliar via almeno mezz’ora senza con ciò danneggiare il racconto che ne trarrebbe anzi un oggettivo miglioramento. Sussurrata a fior di labbra alla conclusione di ogni suo film, la verità è che vanno giudicate in modo diverso le sue due attività: il regista Tornatore ha un tocco inconfondibile, ma lo sceneggiatore Tornatore non sa scrivere. Ignora troppi fattori decisivi per la riuscita di un racconto: la progressione drammaturgica che deve scandirne le fasi, il valore della concisione, la distanziazione ironica che potrebbe alleggerire l’enfasi dei suoi dialoghi e, in quest’ultimo film che è sicuramente il suo peggiore, anche un ritmo che tenga sveglia la platea, ma a questo punto bisogna parlare di che cosa tratti La corrispondenza.

“Noi due siamo tutto un mistero altrimenti non staremmo insieme!”

Quest’uscita sublime (la prima di tante, e mette tristezza immaginare il regista che si spreme le meningi per cesellare queste scempiaggini) la sussurra nella scena iniziale la bellissima Amy all’attempato Ed mentre si stringe ardentemente a lui in una stanza d’albergo, e basta a far capire che il film parte male. Dopo aver baciato Amy, Ed esce di scena nel senso letterale del termine: non lo vedremo più se non sullo schermo di un computer perché, come certi astri ci appaiono vivi e brillanti anche dopo la loro morte, lui finge di essere vivo, ma è in realtà stato stroncato da un male incurabile. Valente astrofisico, tormenta l’infelice Amy (e gli incolpevoli spettatori) con massicci invii di lettere, cd, messaggi, in cui sputa sentenze sul cosmo e ripete all’amante quanto l’ami senza capire che, se l’amasse davvero, la lascerebbe in pace. Dopo quasi due ore di questa solfa, il finale è prevedibile: Ed non può certo resuscitare e la bella Amy dovrà pur piantarla di vagare affranta da un luogo all’altro, inseguita dal flebile commento musicale di Ennio Morricone che ha fornito prove ben più vivide del suo talento. C’è da aggiungere che Amy lavora come stuntgirl in film d’azione, uscendo puntualmente illesa da incendi o incidenti stradali quando in realtà spera di rompersi l’osso del collo per espiare la colpa di aver involontariamente causato la morte del padre, ma è una sottotrama di cui non si dice molto e di cui non c’importa niente, visto che del defunto non si vede neanche una foto.

La povera Olga Kurylenko regge da sola il peso del film, dal quale neanche un mostro di bravura come Meryl Streep uscirebbe indenne, e sarebbe iniquo infierire su di lei perché l’ex indossatrice ucraina rivela invece buone capacità di attrice nel riuscito Perfect Day del regista spagnolo Fernando Leon de Aranoa, che si può forse ancora recuperare in qualche sala. Film di ben altro livello, ambientato nei Balcani durante il conflitto serbo-croato, segue un gruppo di operatori umanitari, incaricati di tirar fuori un cadavere da un pozzo in una zona minata. Refrattari a ogni forma di stanzialità, i moderni picari spendono i giorni fra ripicche e sberleffi, schermaglie erotiche e sostanziale affinità d’intenti. In una girandola di emozioni genuine e di dialoghi scoppiettanti, la fascinosa Olga dà la replica (ma non su Skype) ad attori del peso di Benicio del Toro, Mélanie Thierry e Tim Robbins. Oscillante fra umorismo e commozione, il finale arriva al momento giusto e non quando si dispera di poter mai uscire dal cinema, e sui titoli di coda risuona, dono impagabile, la stupenda voce di Marlene Dietrich che lamenta gli orrori di ogni guerra! Chi può, corra a vederlo!

Francesco Costa

pasoliniMi è sempre sembrato così noto e familiare, Pasolini, così presente con la sua bella faccia, oltre che con le sue indimenticabili osservazioni, le poesie e gli articoli, i libri, i film, che non mi sono accorta che, da quando ero ragazza e tutti parlavano di lui, a oggi, la coltre del tempo la ha nascosto, lo ha fatto sparire nella confusione di chiacchiere che ci ostiniamo a chiamare informazione e persino cultura, e che insomma per i giovani, per i ragazzi che sono nati vent’anni dopo la sua morte, quest’uomo non esisteva nemmeno, non diceva più niente.

mostra pasoliniPeccato, perché quel che è stato scritto quaranta, cinquanta anni fa è ancora attuale e commuovente. Dunque, ben vengano mostre come quella di Roma, al Palazzo delle Esposizioni, che ripercorrono gli anni cruciali dell’affermazione di Pasolini come artista, intellettuale, poeta e cineasta, figura tormentata e indomita tra persecuzioni e accuse e censure, intellettuale di un’epoca che non esiste più, forse l’ultimo intellettuale, perché oggi nell’età dell’effimero e dell’insensato, chi come lui esplorava l’esistenza nella profondità e nelle contraddizioni del senso, è più che mai marginale, è del tutto emarginato.

PasoliniRoma_copertinaLa mostra dura fino al 20 luglio, ma chi non potesse andare di persona, può procurarsi il bellissimo ed esauriente catalogo, dove ancor meglio si può soffermare su tutti gli scritti, di tale forza e bellezza che suscitano meraviglia e gratitudine, e commozione. Vi garantisco: anche ai ragazzi del nuovo Millennio.

grande_bellezzaSono andata a leggermi qualche critica su La grande bellezza di Paolo Sorrentino pre-Oscar. Una faccenda penosa.

Credo che si cada sempre nel contenutismo, pericolosissimo nel caso di un regista mai realista, invece surreale e bravissimo a rendere simboliche le sue inquadrature geometriche, che francamente più che Fellini mi hanno ricordato Pasolini, e Bunuel per appunto il surrealismo, l’astrazione.

Capisco perciò che i suoi film siano di comprensione internazionale, perché il ragionamento non è sociale, non è sulla Roma d’oggi, sullo sconforto della vita contemporanea (come fece Fellini ne La dolce vita), ma casomai sullo stato dell’arte e la Roma che appare è quella eterna, di “grande bellezza” appunto, scenografia metafisica, eterea, su cui si stagliano le piccolezze delle umane vicende, ma soprattutto dell’arte piccolissima di oggi, fatta di performance autoreferenziali, egocentriche e prive di comunicazione, ad uso di un piccolo pubblico di addetti ai lavori, lontanissime dunque dal mondo, dalle persone.

Ma credo che già questa mia interpretazione sia parziale e non renda merito a un film bellissimo e melanconico, dove il rito del funerale assume la massima spettacolarità, rispetto a tutto ciò che è effimero eppure ripetitivo, le feste e i balli notturni, i discorsi fatui sulle terrazze lontane dalla gente normale che non c’è, è “fuori scena”.

Oggi si va al cinema per vedere commedie o thriller o film fracassoni o distopici o di denuncia. Si va per chiudersi nel genere. Invece Paolo Sorrentino non è riconducibile a nessun genere, nessuno schema, nessuna citazione benché si scomodino appunto Fellini o Pasolini o Malik. Ha una cifra inconfondibile, che ci libera dal soffocamento del marketing culturale.

 

foto 2Sarà che sono stata bibliotecaria e critico letterario, ma trovo che intervistare un autore soprattutto pubblicamente, con la presenza attenta e partecipata delle persone, sia un’esperienza stimolante e felice, un ritrovarsi e sentirsi parte di quella comunità pensante ed esigente che sono i lettori.

Così, venerdì sera, con il gelo improvviso calato sull’Italia, mi sono sentita assai fortunata di intervistare e far parte del pubblico  venuto nella sala dell’Abbondanza di Massa Marittima per ascoltare Cristina Comencini parlare del suo lavoro di scrittrice e regista, del suo metodo, della sua ricerca, con passione e verità, con energia, competenza e lucidità, intelligenza, sentimento.

Letteratura e cinema d’autore permettono riflessioni profonde, che integrano frammenti autobiografici con immaginazione, studio, osservazione. Comencini ci ha parlato di come le nascono le sue storie: da concetti che le interessa sviluppare, conoscere, comprendere, da sentimenti prima ancora che da figure o storie, sentimenti che diventeranno in seguito personaggi e relazioni.

Comencini è l’autrice per eccellenza delle relazioni contemporanee, dello scenario complesso, nuovo, profondamente cambiato negli ultimi trent’anni in Italia, trasformato per la radicale mutazione antropologica della donna, un cambiamento impressionante, avvenuto nell’arco di pochi decenni che ha scardinato un ruolo cristallizzato da secoli.

Perciò parlare con Comencini significa ampliare l’orizzonte letterario e cinematografico alla psicologia, la sociologia, l’antropologia, la politica, la filosofia, perché i suoi testi – letterari, cinematografici e teatrali – chiamano in causa introspezione psicologica, conflitti generazionali e dinamiche interpersonali, la scena sociale, il mutamento di costumi e il soggetto politico femminile.

Poi, c’è una piccola nota personale: come scrittrice, come donna italiana, sono fiera di una autrice di grande spessore in un panorama letterario e cinematografico che si appiattisce sulla televisione e sulla sua grande superficialità e che pretende di confondere il valore culturale con quello merceologico. Quando si sente vibrare le parole profonde e appassionate di un’autrice di calibro (una tra le rarissime registe italiane, che sa confrontarsi con i diversi media), si sente, si vive la differenza, la necessità che qualcuno ci coinvolga in viaggi introspettivi e concettuali, ci restituisca a noi stessi.

(la foto che ho pubblicato è stata scattata dallo scrittore Sasha Naspini, confuso tra il pubblico)

 

Anzi, ottima. Nanni Moretti è stato nominato presidente della giuria del prossimo Festival del Cinema di Cannes, a maggio. Una bella soddisfazione non soltanto per lui, ma per tutti quelli (e io mi annovero tra questi) che hanno seguito la sua ricerca.

A mio parere si tratta di una ricerca più intellettuale che cinematografica, considerando Moretti un “esploratore” della condizione umana e di alcuni temi essenziali come la solitudine, il rapporto con il potere, la crisi delle relazioni, la caduta dell’ideologia e la difficoltà nella comprensione dell’altro. Temi che hanno contraddistinto una cinematografia scarna, incentrata sugli attori e sulla loro capacità espressiva, ridotta nei movimenti di macchina e sottratta a ogni superflua spettacolarità, dunque ridotta dentro interni se non stanze (come appunto “La stanza del figlio”), a contraddistinguere un discorso interiore.

Per queste sue caratteristiche, Nanni Moretti è molto amato in Francia, ma per fortuna anche nel nostro paese, dove in moltissimi siamo orgogliosi di lui. Bravo Nanni.