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Il 27 ottobre incontro gli studenti che stanno lavorando al progetto “la pagina che non c’è”. Questo è il blog guidato dalla loro insegnante, Graziamaria Di Giorgio. Per ora, contatto social, presto faccia a faccia!

scrivoimparo

Avremo a scuola Paola Zannoner tra pochi giorni. Ecco alcuni approfondimenti per conoscerla meglio.

Lo scrittore vive in mezzo alla gente,
nel mondo, come un pesce nel mare,
sfatando così quel curioso clichè che
vede il romanziere rinchiuso in un
recesso lontano e irraggiungibile dove
inventa le sue storie. Ma le storie e i
personaggi sono nel mondo, pronti a

farsi catturare. Quasi tutti gli scrittori
concordano nel dire che è
dall’esistenza comune e
dall’osservazione di quanto accade
intorno a noi che nascono
“le
idee”.

Paola Zannoner

 https://paolazannoner.wordpress.com/

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IMG_5531 IMG_5532Progetto Lettura sopravvive nelle scuole grazie alla tenacia e alla passione di sparuti gruppi di insegnanti e di capi d’istituto che credono nella capacità formativa della letteratura contemporanea e del lavoro sul testo svolto a scuola, insieme, seguendo le molte sollecitazioni inventive che ogni testo è capace di offrire.

Un esempio molto interessante, che mi ha colto di sorpresa, è quello offertomi dalla scuola media “Leopardi” di Jesi dove i professori e la preside hanno attivamente lavorato a un progetto che ha coinvolto gli studenti delle terze medie, basandosi su “Zorro nella neve” (Il Castoro). Il libro è diventato strumento di riflessione semantica, come si può fare a scuola, ha offerto spunti di autoriflessione su alcuni temi (il coraggio, i sentimenti, l’odore come traccia biografica), ma ha portato anche a realizzare pagine di scrittura narrativa (un nuovo punto di vista interno al romanzo), e all’elaborazione di un video a seguito di una visita al canile municipale, dove gli studenti hanno scoperto “il mondo di Mary”, cioè della volontaria che si occupa dei cani abbandonati nel mio romanzo. Un secondo video (meno studiato del primo, più occasionale), è stato girato durante l’esercitazione offerta dalla polizia con le unità cinofile: la realtà praticamente si apriva oltre le pagine del romanzo, confermando il contesto realistico in cui è stato ambientato.

Inoltre, gli studenti hanno scelto brani e li hanno letti ad alta voce seguendo le orme tracciate sul pavimento della sala dove si è tenuto l’incontro, in una drammatizzazione accompagnata dalla musica eseguita dal vivo da un gruppo di ragazzi.

Bellissimo e interessante anche il “prodotto” che mi hanno regalato e cioè un grosso contenitore a forma di libro, intitolato Frammenti di Bio(dori)grafie, che racchiudeva oggetti che provocano o mantengono un preciso, inconfondibile odore e che sono in grado di rievocare ricordi: la pallina, lo spray solare, un dopobarba, le figurine, la carta del libro, il bagnoschiuma… Su questi odori speciali, i ragazzi hanno scritto pagine intense e toccanti, in certi casi migliori di tante pagine che si leggono nei libri per “grandi”, lontani ormai anni luce dalla grazia della sinestesia.

Per festeggiare il Premio Nobel a Malala, pubblico il racconto scritto due anni fa dalla quindicenne Nitasha, mia allieva nel laboratorio di scrittura all’Istituto Dagomari di Prato. Allora non conoscevo la storia di Malala e grazie a Nitasha ho potuto esserne informata. Il suo racconto si trova anche nell’antologia storica della rivista on-line Fuorilegge.

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“I speak up! Alzo la voce” di Nitasha Afzal
<I bambini certe volte non riescono a prendere sonno perché sono tenuti svegli da invisibili mostri nascosti sotto il letto. Malala, conosceva benissimo l’aspetto dei mostri che non la facevano dormire di notte né vivere di giorno. Avevano lunghe barbe e vestiti di colore opaco, erano entrati come una nube d’insetti a Mingora, nella valle di Swat, nel nord-ovest del Pakistan. Un tempo, questo luogo era lussureggiante e incontaminato. Era una stazione sciistica dove arrivavano tantissimi turisti. Ma quel giorno del 2003, quando giunsero i talebani, la città e la valle scomparvero dal resto del mondo e divennero una base militare operazione nel vicino Afghanistan. Sparirono i turisti, la bellezza, la pace, e arrivarono la violenza, la sopraffazione, la paura, l’ignoranza. Malala era nata nel 1997, e nel 2003 aveva soltanto sei anni. Suo padre, Ziaudin Yousafai era poeta e preside di una scuola e aveva chiamato così sua figlia, Malala, cioè “addolorata”, in ricordo di Malala Maiwand, poetessa e guerriera afghana, di etnia pashtun, come la famiglia Yousafai. Anche Malala Yousafzai ha dovuto combattere e soffrire, ma a differenza della guerriera, ha usato come unica arma il proprio coraggio. Aveva appena undici anni, Malala, nel gennaio 2009, quando i Talebani dichiararono il divieto alle ragazze di frequentare la scuola. “E’ inaccettabile! E’ orribile!” commentò Ziauddin. Malala non lo aveva mai visto così furioso. Fino a quel giorno, la presenza dei Talebani era stata accettata come un brutto capitolo che prima o poi sarebbe finito. Ma ora, Ziauddin vedeva che il capitolo che stava per chiudersi era l’educazione nel suo paese. Che la sua scuola sarebbe stata chiusa, che le ragazze ne avrebbero sofferto. Che sua figlia, per prima,ne avrebbe sofferto. Chi avesse osato di fare il contrario, avrebbe pagato con la vita o con terribili umiliazioni in pubblico. Ma questo non era il mondo in cui Malala aveva deciso di vivere. Continuò ad andare a scuola, sebbene il numero di studentesse diminuisse di giorno in giorno. Da 700 alunne, erano rimaste solo in 70. Poi da 70 passarono a 24. Era un vero stillicidio. In quel periodo, Abdul Hai Kakkar, reporter della BBC in Pakistan, chiese a Ziauddin se qualcuna delle studentesse avesse voluto descrivere la sua vita sotto i  Talebani, che, guidati da Maulana Fazlullah avevano il controllo su tutta la valle di Swat, e vietavano sia la scuola che la semplice uscita delle donne.Corpi di poliziotti senza testa pendevano nelle piazze delle città, per mostrare che nessuno poteva contrastare i talebani, neppure le forze dell’ordine. Una ragazza di nome Aisha accettò di scrivere per la BBC però poi i suoi genitori la fermarono perché avevano troppa paura dei Talebani. “Lo farò io” disse Malala, che era molto più giovane di Aisha. Benché avesse soltanto dodici anni, i redattori della BBC la accettarono. Malala era seduta alla finestra, chiusa in casa. Era già un gesto azzardato perché le ragazze, secondo i Talebani, non dovevano neanche affacciarsi alla finestra, per evitare che maschi estranei potessero guardare il suo viso e avere cattivi pensieri. Malala pensava. Pensava che fosse una grande responsabilità quella di scrivere per il blog della BBC. Andare contro a gente spietata non era di certo senza conseguenze, era molto impaurita, pensava: se l’avessero scoperta cosa ne sarebbe stato di lei? Come tutti gli altri ribelli, sarebbe stata uccisa e nessuno avrebbe saputo di lei, al massimo dopo la morte ci sarebbe stato un articolo su di lei, magari intitolato “La ragazza che sfidò i Talebani”. Ma lei non voleva una simile fama, voleva vivere! Il padre, vedendola triste e immersa nei suoi pensieri, capì cosa stava vagando nella testa di sua figlia. Sapeva che il compito assegnatole era davvero difficile. “Non essere triste, Malala, figlia mia.” Le disse. “Ho paura, papà” confessò allora lei. “Tu sei di gran lunga più forte delle tue paure” la incoraggiò Ziauddin, abbracciandola. Allora, Malala si sentì subito più forte, e quella sera stessa cominciò a scrivere per il blog, con lo pseudonimo di Gul Makai, fiore di mais, tratto da un racconto popolare Pashtun. Era il 3 gennaio. Scriveva a mano, poi il padre passava il foglio a un reporter che faceva una scansione e la inviava per e-mail alla BBC. I talebani decisero che nessuna ragazza poteva più andare a scuola dopo il 15 Gennaio 2009. Avevano ormai fatto chiudere centinaia di istituti femminili. Nei giorni seguenti, nella scuola di Malala, benché alcune studentesse si presentassero in classe, il preside decise, per la loro sicurezza, di non far più indossare l’uniforme ma abiti normali, per evitare di attirare l’attenzione dei Talebani su di loro. Nel frattempo, la città era diventata un campo di guerra, con assassinii, bombardamenti, sparatorie. Violenze che Malala testimoniò nel suo blog di bambina. Una mattina, Ziauddin stava bevendo il caffè, come sua abitudine, al bar, quando un suo amico esclamò ad alta voce con un misto di stupore e felicità: “Guardate qua, un articolo di denuncia contro i talebani! Dio sia lodato! Ma chi l’ha scritto? Una certa Gul Makai! Che coraggio ha questa ragazza a scrivere una denuncia così aperta contro i talebani. Vorrei tanto conoscere chi è il padre di questa coraggiosa ragazza! Sono sicuro che sarà orgoglioso di sua figlia. Che meraviglia! Mashallah!” Per tutta la mattina, gli uomini discussero apertamente dell’articolo e dunque del peso da portare tutti i giorni nel loro paese occupato. Il papà di Malala ritornò a casa felicissimo con il giornale in mano, chiamò subito la figlia e le mostrò l’articolo. Lei apparve sconcertata. “Oh mio Dio! Papà, non sapevo che l’avrebbero anche pubblicato! Cosa hanno detto gli altri signori? Hanno reagito bene o male?” Ziauddin guardò con dolcezza e benevolenza la propria figlia, si accorse che era come diventata tutta rossa dalla gioia, e che aveva gli occhi lucidi. Non rispose, non disse niente, ma le diede un bacio sulla fronte e la benedì con tutto il cuore e l’affetto che un padre può volere a sua figlia. Malgrado lo pseudonimo, non ci volle molto a scoprire che l’autrice dell’articolo era Malala. I giornalisti chiesero di intervistarla, anche con il patto di non mostrarsi, ma lei accettò di non nascondere il suo volto. Apparve perciò prima sui telegiornali locali, poi nelle televisioni nazionali e nei media internazionali: dalla BBC e dal New York Times. Ma i pakistani e i suoi sostenitori non furono gli unici ad ascoltare e leggere le sue interviste. Benché avesse acquistato una certa notorietà, Malala conduceva una vita normale e ogni giorno andava e tornava da scuola in pullman, insieme con le compagne. Così, dopo una faticosa giornata di scuola in cui lei, stanchissima, non vedeva l’ora di tornare a casa per riposarsi un po’, il pullman si fermò. Non era mai accaduto, e le ragazze si inquietarono. “Cos’è successo” si chiedevano. “Un incidente? Un guasto?” Il cuore di Malala batteva forte, perché aveva un brutto presentimento. Di colpo, apparvero sul pullman uomini armati, con lunghe barbe e turbanti sulla testa. Le ragazze repressero le grida, quasi si impietrirono per la paura, alcune di abbracciarono. Un uomo fissava ciascuna di loro e domandava in tono brusco: “Sei tu Malala?” Ogni ragazza scuoteva la testa, balbettava: “No”. L’uomo, seguito dai suoi compagni armati, sfilò lungo tutto il pullman, fino alla ragazza seduta proprio in fondo. La squadrò, ma non le chiese nulla. Si rivolse invece alle altre ragazze: “E’ lei Malala?”. Nessuna ebbe il coraggio di rispondere. Anzi, tutte chiusero gli occhi e proprio allora esplosero gli spari. “Questo succede agli infedeli che osano sfidarci” disse il capo. Poi, il gruppo armato scese in fretta dal pullman e ripartì sulla macchina con cui aveva bloccato la strada. Finalmente, l’autista chiamò l’ambulanza e la famiglia di Malala, che conosceva bene. Quando Ziauddin ebbe la notizia, per poco non sentì fermarsi il cuore. Si precipitò sulla strada e arrivò poco prima dell’ambulanza che portò Malala e una sua amica rimasta ferita nell’attentato all’ospedale di Peshawar, la città più vicina. Quella fu una notte interminabile per Ziauddin e sua moglie. Malala rimase in sala operatoria per tutto il pomeriggio e per tutto questo tempo le lacrime della mamma scesero sul suo volto. Sembrava non si fermassero più, come un fiume. I fratelli di Malala, aspettando e aspettando, si addormentarono. Ma Ziauddin non si dava pace, camminava senza sosta per il corridoio dell’ospedale, convinto che quella disgrazia fosse colpa sua. Infine un medico chirurgo uscì dalla sala operatoria e disse: “La situazione è molto critica, l’hanno colpita in un punto molto sensibile del collo e della testa, non sappiamo se riusciremo a estrarle il proiettile. Anche se ci riuscissimo, sarà difficile, per non dire impossibile che sua figlia rimanga in vita. Ci proveremo, cerchi di farsi coraggio.” Ziauddin era sempre stato ottimista, ma stavolta si sentì crollare il mondo addosso. Firmò dei fogli come un automa, e non gli restò che pregare. Nel frattempo, la notizia che Malala Yousafzai era stata ferita dai talebani era stata diramata e il presidente inviò esperti medici-chirurghi nell’ospedale di Peshawar. Fu subito deciso di trasferire Malala in Inghilterra, dove avrebbe potuto avere cure migliori. Così, Malala volò in cielo, ma in elicottero e con tutta la sua famiglia. Volò via dal suo paese e dal pericolo che ancora rappresentava per lei, volò fino in Inghilterra, nell’ospedale pediatrico di Birmingham, su un’eliambulanza messa a disposizione degli Emirati Arabi. Perché la storia di Malala non apparteneva più soltanto alla sua città e al suo popolo, ma era seguita con il fiato sospeso da tante persone nel mondo. Appena riuscì a parlare, Malala fu intervistata. Le chiesero se fosse pentita di quel che aveva fatto e lei rispose, con sicurezza: “Non sono affatto pentita, se avessi la possibilità di tornare indietro, lo rifarei non una ma cento volte! Ho il diritto di giocare. Ho il diritto di cantare. Ho il diritto di parlare. Ho il diritto di apprendere. Di vivere la vita come voglio, chi sono i talebani a togliermi questo diritto? Ho diritto di alzare la voce contro le ingiustizie” “Perché rischiare la vita per alzare la voce?”, le chiese un giornalista. “Se non lo faccio io, chi lo fa?” disse allora lei. “Le ragazze dovrebbero combattere la loro paura, come ho fatto io. Non ho paura a lottare per quel che mi spetta di diritto.” Poi fece un appello alle sue coetanee: “Non state sedute nelle vostre stanze. Dio vi chiederà il giorno del giudizio: <<dove eravate quando le persone a voi più care, le persone che vedevate ogni giorno chiedevano il vostro aiuto, quando i vostri compagni chiedevano il vostro aiuto e quando la vostra scuola chiedeva il vostro aiuto?>> ” Quando il 10 novembre Malala si alzò in piedi per la prima volta dopo il terribile attacco, era come se decine di milioni di bambine si fossero alzate in piedi. Quel giorno infatti è stato proclamato in Inghilterra la giornata internazionale di azione per Malala e per tutte le altre 32 milioni di bambine a cui era stata negata l’istruzione.>

Giovedì scorso ho partecipato a un dibattito sul tema dell’uso della bici in città, approfittando del mio buon vecchio libro “Firenze in 4 stagioni” pubblicato da Ediciclo nel 2009. Un libro che piace molto e che per tanti aspetti non è invecchiato, perché offre dei percorsi insoliti in una città famosa come Firenze.

1836654_262494603922892_4806837535779459967_oLa libreria è la “On The Road” di Firenze, tenuta dalla giovane libraria Martina. E qui devo complimentarmi con una ragazza, che oggi decide di aprire una libreria (!!!) in una periferia cittadina sul tema specifico del viaggio. Un’iniziativa che andrebbe benissimo in Germania o in Inghilterra, ma nel “paese dei non lettori” stupisce e suscita una immensa ammirazione.

Non solo, c’era anche un folto pubblico! Interessato a tal punto da rimanere fino alle 20.30, orario che in Italia è praticamente intoccabile. Evidentemente il tema della  bicicletta, della città a mobilità sostenibile e la proposta di percorsi storico artistici da realizzare semplicemente (senza competizioni sportive), per scoprire o ricordare personaggi e pagine importanti della nostra cultura, riesce ad affascinare le persone.

10257897_262494570589562_1663005688227098504_oPubblico qui delle foto tratte dalla pagina facebook della libreria On The Road, con me, Andrea Vannucci (Consigliere Comunale) e Massimo Boscherini (Presidente dell’Associazione “Firenze in bici – FIAB”)

 

 

 

 

GiroToscana_locandinaDal 6 settembre è iniziata una staffetta in bicicletta per le librerie di tutta Italia, che durerà fino al luglio 2015.

Dal 6 settembre al 29 settembre il giro avverrà in Toscana (per informazioni e partecipazioni:

www.letteraturarinnovabile.com

Il Prossimo 14 settembre, anch’io parteciperò alla staffetta in bici. Sarò alla Libreria Cuccumeo di Firenze alle 16, poi seguirò il “tour”. Ecco il programma della giornata:

Anteprima in Toscana: sulle strade dei mondiali di ciclismo

6-29 settembre 2013

14 settembre 2013

Firenze – ciclostaffetta  

In collaborazione con l’Associazione La Nottola di Minerva

Tappa centrale del Giro d’Italia in 80 librerie, la ciclostaffetta di Firenze metterà in luce l’eccellenza

culturale di una delle città più belle al mondo, portando eventi creativi in alcuni tra i suoi

spazi più vivi: laboratori per bambini, letture spettacolari e teatrali, Telegrammi da sogno, fotografia

culturale in azione, buonissimi CentriFugati e torte etiche, Racconti del cielo e una merenda

speciale al Parco delle Cascine.

Un ruolo fondamentale spetta a due biblioteche cittadine: l’Isolotto, da cui partirà la staffetta, e

le Oblate, con omaggio significativo a una delle figure di maggior spicco del panorama culturale

italiano, recentemente scomparsa: Margherita Hack.

Le librerie indipendenti saranno protagoniste della parte centrale della giornata; mentre il Caffè

Letterario delle Murate ospiterà l’incontro tra Cristiano Cavina e Paola Zannoner e

curiosi incontri tra sax, teatro e fotografia con Sualzo. Ma la presenza del Giro a Firenze non

si conclude qui, perché il 27 settembre le biciclette torneranno in città per un evento speciale

con protagonisti Paolo Nori, Marco Vichi, e il gruppo musicale Di Maggio Bros, che

darà il via alla terza stagione del Caffè Letterario.

Quinta tappa, sabato 14 settembre da Pistoia a Firenze.

Ciclisti: Cristiano Cavina e Marco Vichi.

Ecco l’entrata della Fiera del Libro di Campi Salentina (Lecce), dove sono andata venerdì per incontrare i ragazzi delle scuole medie sabato mattina.

Detto così sembra semplice, ma sono viaggi che durano sei-sette ore almeno, considerando tutti gli spostamenti in bus, aereo, macchina. Ma vale sempre la pena sacrificarsi un po’ perché i lettori ripagano di queste piccole fatiche.

I ragazzi della scuola media di San Vito dei Normanni, guidati dall’insegnante di italiano, dopo la lettura di “Lasciatemi in pace!” hanno realizzato addirittura due video-intervista sulla percezione di se stessi e sul recupero di una fabbrica a spazio sociale e culturale. In più, hanno scritto recensioni, disegnato fumetti, e sperimentato un esercizio per “conoscersi meglio” suggerito nel libro.

Per me, un’indubbia gratificazione, ma per loro e per tutti la riprova di quanto si può fare a partire dalla lettura, in modo assolutamente semplice (i video sono stati realizzati con una macchina fotografica, in due classi, grazie all’iniziativa di Chiara e Marzia, due alunne molto in gamba) e con il coinvolgimento di tutti.