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Autori

vita_e_morte_di_emilie_ajar_01Scrittori che si sono nascosti dietro nomi falsi: pare incredibile, considerando la grande vanità di porre il proprio nome in frontespizio su un volume, con l’idea di lasciare traccia imperitura di sé. Incredibile ma vero per molti che probabilmente sono (e sono stati) meno vanesi e più amanti della scrittura, al punto da nascondersi dietro pseudonimi perché solo la scrittura avesse valore, parlasse lei sola senza essere accompagnata da tour, selfie, YouTube, ad, totem e credit.

Uno di questi autori geniali fu Romain Gary, alias Emile Ajar, vincitore del Premio Goncourt con un romanzo che folgorò pubblico e critica, La vita davanti a sé. Soltanto vent’anni dopo rivelò, in Vita e opere di Emile Ajar, che era lui lo scrittore considerato una nuova e grande voce nel panorama letterario in cui, invece, Romain Gary era ormai finito. D’altronde anche Romain Gary era già uno pseudonimo di Romain Kacev, ebreo lituano trasferitosi a Parigi, dove si spacciava per figlio del divo del muto Rodolfo Valentino.

Il libretto che Romain Gary scrisse postumo, dopo il suo suicidio, fu pubblicato nel 1981 da Gallimard e ora da Neri Pozza. E’ interessante e molto divertente leggere quel che dietro lo pseudonimo di Ajar, lo scrittore sentiva dire o leggeva:

“Mio caro pitone era stato talmente apprezzato dalla critica che Nouvel Observateur indicava Raymond Queneau o Aragon tra i probabili autori del romanzo, perché “non poteva che essere l’opera di un grande scrittore”. Appresi presto dai giornali che Ajar in realtà era Hamil Raja, terrorista libanese. Un medico corrotto, abortista, un deglinquente comune o forse lo stesso Michel Cournot. Poi, che il libro era il prodotto di un “collettivo”. Incontrai persino una giovane donna che aveva avuto una storia con Emile, il quale, a suo dire, era un amante molto focoso.Spero di non averla troppo delusa.

Chissà chi sta dietro allo pseudonimo Elena Ferrante che risate si fa.

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ruttiSu Repubblica l’altro ieri la giornalista Susanna Nirenstein, intervistando David Grossman, gli chiede: “Ma come mai un autore così alto, che in Caduto fuori dal tempo ha varcato l’Ade e ha incontrato il dolore per la morte del figlio Uri, in Che tu sia per me il coltello si è infilato fino alle ossa dentro i tormenti dell’amore, e fin dai primi romanzi, da ebreo israeliano, ha elaborato l’orrore della Shoah a cui il nonno era scampato, come mai ha prodotto tanti racconti per bambini?”

Grossman, che se ne intende, risponde dicendo che quando finisce un romanzo ha bisogno di “scrivere altre cose”, in pratica di cambiare genere e dunque scrive poesie o un saggio o libri per bambini, riportando dunque il dilemma all’interno della diversità letteraria che non conosce pregiudizi tra generi ma casomai giudizi applicabili all’interno di uno stesso genere. Voglio dire: all’interno della letteratura mainstream (dire per adulti agghiaccia) c’è di tutto, c’è l’impegno e la complessità come il disimpegno e la banalità. Bene, lo stesso si può dire nella letteratura per ragazzi: c’è l’intrattenimento puro come il romanzo sociale, c’è chi scrive molto bene e trova che i ragazzi si meritino buoni romanzi, e c’è chi non si sforza molto o nemmeno scrive perché è famoso e pubblica solo le sue faccione e le sue battute dette in tv. Uno scrittore “così alto” come dice la Nirenstein era anche Calvino, che ha scritto fiabe.

Si potrebbe anche ribaltare la domanda: Come mai uno scrittore “così alto” per ragazzi come Piumini ha sentito il bisogno di scrivere libri mainstream? Per misurarsi con altri personaggi e altre ambientazioni, credo. Voglio sperare che non lo abbia mai fatto per dimostrare che è uno scrittore “vero” oppure “alto”. Perché molti autori mainstream, anche assai alti, quando si cimentano con la narrativa per ragazzi sono noiosissimi, pedanti e spesso molto didascalici, come se la letteratura per i più giovani dovesse per forza essere educativa e informativa. Perdono mordente e ritmo, oppure esagerano, non sanno trovare l’equilibrio, non sono più scrittori. Perché è proprio questa la capacità di raccontare: saper camminare in bilico e non cadere (che sia da molto alto o più in basso) nell’ovvietà.

 

Mi vien da dire “ci risiamo”: con lo scatenarsi in rete dell’identità di Elena Ferrante si ripete il solito copione. Non si tollera, in Italia, che una scrittrice abbia successo, venda libri e sia addirittura conosciuta se non acclamata all’estero. Esagerata? La faccio breve:

Susanna Tamaro fu sbeffeggiata dalla critica per aver venduto milioni di copie del suo “va’ dove ti porta il cuore”. Non è successo a nessuno dei suoi colleghi maschi. Invece un vero accanimento soffrì Elsa Morante, la più grande scrittrice del Novecento italiano, che osò vendere quasi 200.000 copie con La Storia, un romanzo giudicato perentoriamente “qualunquista”.

Oggi Elena Ferrante, che qualcuno sottovoce osa definire “scrittrice da portinaie”, deve pur pagare pegno. Si dice che è ormai personaggio pubblico e che guadagna moltissimo, come fossero utili giustificazioni. Ma perché non lo dite chiaro e tondo che non si può vedere una donna convincere eserciti di lettori con storie oltretutto complesse e non idiozie? Perché Fabio Volo nessuno lo ha mai messo in croce, e nemmeno altri scrittori ragazzetti tristi, che hanno indovinato un libro e basta, e si atteggiano a filosofi dell’esistenza.

fullsizerenderMilleduecentonovantaquattro pagine: non fanno che ripeterlo tutti questo numero di pagine che pare atterrire anche il lettore più attrezzato, e che sono quelle di “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati (Mondadori), vincitore del Premio Strega 2016. Ma oggi, intervistato a “Il tempo delle donne” a Milano, Albinati spiega con ironia come quelle migliaia di pagine siano il distillato di decine di migliaia di pagine di riflessione sul genere maschile, studi scaturiti dall’emancipazione della donna, dalla riflessione sul genere femminile che ha comportato dunque una riflessione anche sul maschile, sia fatto che ciò che sembrerebbe un vantaggio, nascere maschi in una società maschilista, sia in realtà un fardello, l’aspirazione a un modello irraggiungibile e perciò destinato al fallimento.

Interessante, coinvolgente: l’incontro con l’autore, con certi autori, è così. Ti spinge a interrogarti, a reagire, a ripensare posizioni, discriminanti, modelli e quella presunzione che oggi abbiamo di aver superato tante magagne del passato, per esempio la sottomissione della donna, che invece, come ben ci dice Albinati, è sempre oggetto del risentimento maschile. Pia illusione credere di poter leggermente e paritariamente affrontare il maschile ancora profondamente immerso nella simbologia e nella psiche antica: pensiamoci quando ci diciamo che il femminismo è tramontato.

SetteLeggo la rivista del Corriere della Sera, “Sette” e mi cadono le braccia: nel giro di poche pagine, prima un editore e poi uno scrittore vibrano mazzate sugli autori italiani contemporanei. Uno dice che oggi gli scrittori non sono più colti raffinati e intellettuali come una volta, ma parlano di scrittura come di un mestiere. L’altro, Giorgio Montefoschi, se la prende con il pubblico ignorante che premia libri commerciali, e anche con diversi colleghi, come Elena Ferrante che produce “libri da portineria”. Ne ha per tutti.

E bravi. La letteratura siete dunque voi?

Prima di tutto vorrei ricordare all’editore Russo di Neri Pozza quando gli editori si lamentavano che gli scrittori italiani erano tutti intellettuali, artisti, snob e lontani dalla gente, mentre gli americani, loro sì che erano professionisti, e parlavano di scrittura come di un mestiere! Così, bisogna proprio dire che non va mai bene.

Quanto a Montefoschi, è abbastanza discutibile prendersela con chi ha successo e soprattutto è una donna, usando proprio quel tipo di critica che gli intellettuali e i critici hanno sempre usato contro le donne e cioè che scrivevano libri per portinaie o sciampiste o ragazzine. Lo sapete? Lo dicevano anche della Austen, perché la letteratura difficilmente si codifica nella contemporaneità, ma si giudica nel processo storico e nei cambiamenti. Sono rimasti indelebili romanzi d’avventure come I tre moschettieri, e Pinocchio che era stato scritto a puntate. Vogliamo ricordare il solito esempio di Simenon, un tempo disprezzato in quanto scrittore di genere, ora assurto agli onori letterari? In fondo, non si può dire che Moravia scrivesse capolavori, eppure aveva la massima considerazione quando il mercato lo decidevano quattro professori e critici, invece che una fetta assai più variegata di pubblico.

Montefoschi dice quel che diceva il mio professore di italiano quarant’anni fa: quello non è uno scrittore, è un redattore, “qualità letteraria zero”. Sapete di chi parlava? Di Italo Calvino.

marainiCi sono donne che segnano i tempi con il loro lavoro, la loro coscienza, lo studio, l’osservazione, l’analisi, la lucidità. E’ il caso di Dacia Maraini, scrittrice (di romanzi, racconti, testi teatrali, articoli, saggi, interviste, poesie), figlia e nipote di scrittori, come ha ricordato ieri in una libreria affollatissima (la RED di Firenze, dove è stata intervistata dai giornalisti Laura Montanari e Fabio Galati): suo padre, l’indimenticato Fosco Maraini, e sua nonna inglese Yo Crosse Pavlowska, che nel primo decennio del Novecento viaggiava e scriveva, come alcune importanti scrittrici britanniche facevano all’epoca.

vitamarainiEra anche giusto che Dacia Maraini raccogliesse parte della sua vita in forma di libro, attraverso l’intervista condotta da Joseph Farrell e appena pubblicata da Della Porta in un libretto intitolato La mia vita le mie battaglie. “Io la penso come Bergson” dice nel libro, “quando dice che la memoria è la nostra coscienza“, facoltà indispensabile per chi scrive e, come lei, ha iniziato giovanissima, incontrando poi il celebre compagno con cui ha passato una vita letteraria, di grandi viaggi e di scrittura, e cioè Alberto Moravia.

Memoria, fantasia e storia sono importanti per uno scrittore” dice ancora nel libro-intervista, e ha confermato ieri in pubblico, spiegando che lei parte sempre da un personaggio, che la guida nella narrazione, procedendo senza sapere come finirà, proprio come un viaggio un po’ avventuroso, un po’ misterioso, che immaginiamo svolgersi in un modo, e invece sa riservarci sorprese. Passione per la scrittura, rigore nello studio e nella preparazione, ricerca, approfondimento, sono gli aspetti del mestiere che Maraini ci restituisce e che possono aiutare ad orientare chi voglia cimentarsi nella scrittura come conoscenza, oltre la superficialità del già noto e l’autoreferenzialità del proprio io.

Ashraf Fayad è un poeta di 35 anni, imprigionato e condannato a morte in Arabia Saudita perché la libertà di espressione si paga molto cara in tanta parte del mondo. Oggi la notizia che la condanna è stata commutata in 8 anni di prigione e 800 frustate in 16 sessioni (50 alla volta). E il divieto assoluto di pubblicare i suoi versi e di leggerli. Da oggi, ogni giorno, io pubblicherò alcuni versi di Ashraf tratti da “Le istruzioni sono all’interno”(2007) ancora inedito, ma tradotto in italiano.
‪#‎freeashraf‬
‪#‎apiedinudiacuoreaperto‬

Ashraf Fayadh is a Palestinian poet and artist who was sentenced to death in Saudi Arabia, where he was born and resides, on 17 November 2015 . The General Court in Abha, southwest Saudi Arabia, found him guilty of apostasy after an appeal court overturned the original sentence of four years in prison and 800 lashes for violating Article 6 of Saudi Arabia’s Anti-Cyber Crime Law. Ashraf Fayadh was first arrested on 6 August 2013 following a complaint by a Saudi Arabian citizen alleging that the poet was promoting atheism and spreading blasphemous ideas among young people. He was released the next day, but was rearrested on 1 January 2014 and charged with apostasy because of his supposed questioning of religion and spreading atheist thought through his poetry. He was also charged with violating Article 6 of the country’s Anti-Cyber Crime Law by taking and storing photos of women on his phone.  On 30 April 2014, the court sentenced Ashraf Fayadh to four years in prison and 800 lashes for the charges relating to images of women on his phone. It found the poet’s repentance in relation to the charge of apostasy to be satisfactory. The court of appeal, however, recommended that he should nevertheless be sentenced for apostasy and sent the case back to the General Court, which in turn sentenced him to death for apostasy. Ashraf Fayadh was denied access to a lawyer throughout his detention and trial, in clear violation of international and national law.

Ashraf Fayadh is a Palestinian poet and artist who was sentenced to death in Saudi Arabia, where he was born and resides, on 17 November 2015 . The General Court in Abha, southwest Saudi Arabia, found him guilty of apostasy after an appeal court overturned the original sentence of four years in prison and 800 lashes for violating Article 6 of Saudi Arabia’s Anti-Cyber Crime Law.
Ashraf Fayadh was first arrested on 6 August 2013 following a complaint by a Saudi Arabian citizen alleging that the poet was promoting atheism and spreading blasphemous ideas among young people. He was released the next day, but was rearrested on 1 January 2014 and charged with apostasy because of his supposed questioning of religion and spreading atheist thought through his poetry. He was also charged with violating Article 6 of the country’s Anti-Cyber Crime Law by taking and storing photos of women on his phone.
On 30 April 2014, the court sentenced Ashraf Fayadh to four years in prison and 800 lashes for the charges relating to images of women on his phone. It found the poet’s repentance in relation to the charge of apostasy to be satisfactory. The court of appeal, however, recommended that he should nevertheless be sentenced for apostasy and sent the case back to the General Court, which in turn sentenced him to death for apostasy.
Ashraf Fayadh was denied access to a lawyer throughout his detention and trial, in clear violation of international and national law.