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Classici

Ti racconto le fiabe, Giunti 2020

Ho risposto più volte alla domanda “perché le fiabe oggi?”: alcuni genitori le ritengono sorpassate, a causa di antipatici stereotipi (le principesse senza iniziativa, le donne che sognano il principe, le matrigne cattive, ecc.) e di orchi divoratori e di assassini, in scene raccapriccianti che possono sconvolgere i bambini e soprattutto le bambine. Meglio che l’infanzia sia serena, spensierata, finché e dove è possibile.

Poi però ci sono le brutte notizie che trapelano anche se noi spegniamo il telegiornale, ci sono i fattacci, e malattie che ci confinano nelle quattro pareti di casa, da cui non si sa come uscirne. Ebbene, le fiabe con la loro narrazione ancestrale, ci portano fuori dal labirinto del male, ci fanno capire che dobbiamo sempre affrontare pericoli e ostacoli, perché nulla è mai facile, mai scontato, e nessuno può spianarti la strada, ma il percorso bisogna trovarlo da soli e da sole, come Pelle D’Asino, la principessa che intraprende un cammino di umiliazione, nascondendo la propria bellezza e le proprie abilità, per incontrare l’amore. Cenerentola è una fiaba molto antica, che affonda le radici nel mito, e quando il Principe arriva e le prova la famosa scarpa, si trova davanti una brutta ragazza sporca, non la bella tra le belle e, giusto perché ormai ha promesso, la porta al palazzo dove poi le “apparirà” bella.

Insomma, le fiabe ci permettono viaggi non tanto fantastici ma interiori, dentro le nostre profonde pulsioni, offrendo una raffigurazione semplice al nostro paesaggio sentimentale complesso e confuso, con figure che incarnano quei sentimenti squassanti. Le fiabe popolari hanno attraversato secoli e sono tra le storie più attuali, perché senza tempo, senza età, senza luogo, senza nomi. Siamo noi, ascoltandole, a viverle.

Foto dallo spettacolo “Tra Selva e Stelle” di Riccardo Massai, tratto dalla Divina Commedia e realizzato nel Giardino di Boboli a Firenze lunedì 6 settembre 2021

Già, proprio Dante ci spronava a non “viver come bruti”, tramite la voce di Ulisse, sinonimo di curiosità umana. Ma noi, moderni e presuntuosi come siamo, di Dante ormai facciamo a meno, tanto se non si sa qualcosa basta googlare (termine presente nel Lessico del XXI secolo) e abbiamo a portata di mano tutta la conoscenza del mondo, che il povero Alighieri neanche poteva immaginare.

Ma quelle informazioni che ti arrivano in pochi secondi in mano mancano di contesto e di comprensione se non si è un po’ studiato. Così, certo che possiamo leggere un canto, magari tradotto in lingua moderna, forse addirittura rappato, ma non si capisce il disegno complessivo, e perciò l’essenza, la profondità, l’attualità dell’impressionante composizione dantesca e se ne perde, che peccato, la musicalità, il ritmo, e la bellezza che sta proprio nella lingua antica, che per i giovanissimi potrebbe suonare arcana più di qualsiasi linguaggio del Signore degli Anelli.

Scusatemi se mi sono abbandonata a questa specie di sfogo, ma sta per ricominciare la scuola e se ancora ai licei (classico, e scientifico non dappertutto) si studia la Commedia, e se quest’anno eccezionalmente si è letta (per il settecentenario della morte) di solito nel resto delle superiori si può farne a meno. Ma perché? Perché privare gli italiani della lingua italiana ai suoi splendidi albori? Perché impedire che si acceda a chiavi di conoscenza superiore grazie alla visione dantesca? Perché non leggere la Commedia ai licei artistici, mostrando le vertiginose tavole di Doré? Perché non agli Istituti Professionali, ai Linguistici, all’Alberghiero? Perché non riascoltare Dante sempre, come si faceva noi da ragazzi grazie ai grandi attori come Albertazzi, Anna Proclemer, Gassman, Foà?

Il mio bisnonno (parliamo di un secolo fa, ahimé) citava Dante e non aveva studiato, come cantava le arie d’opere senza essere diplomato al Conservatorio. Era cultura popolare, apparteneva a tutti gli italiani, e oggi l’abbiamo messa da parte, come una coperta tarlata. Invece di chiedersi a cosa potrebbe servire leggere Dante, sarebbe meglio leggerlo senza perdere altro tempo. A cosa serve, poi, si vedrà.

Buon inizio settimana con un piccolo percorso di romanzi che raccontano lo sport. Si sono infatti chiuse le Paraolimpiadi con un medagliere assai ricco per l’Italia: 69 medaglie, che si accompagnano alle 40 medaglie olimpiche di agosto, e si aggiungono a risultati di massima soddisfazione come la nazionale di calcio campione d’Europa e la finale mozzafiato della pallavolo femminile, campione d’Europa sabato scorso.

Non vorrei qui parlare dei libri sui campioni (ne trovate molti), né su serie dedicate al calcio, ma a romanzi in cui lo sport si intreccia ad altri temi sociali e sentimentali, per costruire un caleidoscopio com’è quello della commedia umana espressa in letteratura.

Inizio da un mio romanzo perché ormai “un classico”, avendo ormai raggiunto i quasi vent’anni di pubblicazione e cioè La linea del Traguardo (prima uscita Mondadori 2002, premio Bancarellino 2003 e nuova edizione 2018 Castoro, con una bellissima copertina). Si tratta di una storia che vent’anni fa fu molto innovativa, non si parlava ancora di Paraolimpiadi con la giusta attenzione di oggi, e molti sport non erano previsti per chi era disabile. Molti di voi la conoscono: Leo ha quindici anni, è una promessa del calcio ma a causa di un brutto incidente si ritrava paralitico e da questo momento deve ripensare e costruire la sua esistenza anche sportiva, possedendo la tempra dell’atleta. E’ un romanzo molto amato dai ragazzi (dagli 11 anni in su) e posso dire anche con una certa fierezza che è unico nel suo genere nel panorama italiano, perché appunto è una storia di finzione, e come tutti i romanzi non racconta una cronaca, un fatto vero, puntando sulla compassione, ma mette in scena una vicenda verosimile, puntando perciò sulla funzione poetica che permette, oltre che all’empatia, di innescare un giudizio estetico come solo la letteratura stimola.

Un romanzo che coniuga sport, storia e un tema a me molto caro, i diritti delle donne, è il bel romanzo di Tommaso Percivale, Più veloce del vento (Einaudi 2016) che racconta la storia della prima ciclista italiana, Alfonsina Strada. Lo consiglio perché si parla sì di una campionessa realmente esistita, ma si supera il biografismo per ampliare uno sguardo profondo ed empatico sulla condizione femminile in anni cruciali, i Venti e Trenta dello scorso secolo, in cui le donne fecero sentire la loro voce e la loro presenza ottenendo diritto al voto e rappresentanza in Inghilterra, mentre in Italia, con l’avvento del Fascismo, le donne subirono una regressione sociale, per cui la figura di Alfonsina ci appare persino eroica.

E vorrei concludere con un vero classico, che consiglio agli studenti delle superiori. Quando ero ragazza, nelle mie letture casuali e autodidatte, ho scoperto questo scrittore meraviglioso, Chaim Potok. Ebreo newyorkese, ha raccontato la comunità chassidica molto ma molto prima delle serie tv come Unortodox o Shtisel. In Danny l’eletto (The chosen, 1967) utilizza lo sport più popolare americano, il baseball, per condurci prepotentemente in un vero e proprio mondo affascinante e poco conosciuto, spesso mal compreso e visto attraverso il velo sporco del pregiudizio.

Vi auguro un buon fine settimana con un classico per le scuole elementari. La scelta non poteva che cadere su uno scrittore “favoloso”: il nostro Gianni Rodari, che ci ha lasciato in eredità racconti e fiabe moderne, storie ricche di invenzione, giochi linguistici, viaggi avventurosi, paesi fantastici e personaggi simpatici, con libri che sanno andare oltre il semplice divertimento, la storia buffa, ma ci permettono di riflettere e lavorare su temi e sentimenti, quelli vicinissimi ai bambini.

Oggi ho scelto Gelsomino nel paese dei bugiardi, uno dei libri forse meno noti eppure ricchissimo di richiami letterari e di spunti di riflessione e di lavoro in classe. Chi lo conosce, sa che la storia si incentra su un ragazzo che ha un gran vocione, costretto a scappare dal suo paese dove non lo sopporta più nessuno, per arrivare in un regno dove le cose sono ribaltate: si paga con denaro falso anziché vero, nessuno dice la verità, un po’ come in quel paese degli Acchiappacitrulli di Pinocchio dove chi è innocente va in prigione. La fiaba moderna di Rodari affronta un tema delicato e complesso, oggi non di rado messo in discussione: esiste la verità? Oppure tutto è relativo ai diversi punti di vista? O addirittura tutto è finzione? Di certo esiste la possibilità del disinganno, come riesce a fare Gelsomino con il re di questo paese mostrando che è calvo (come quello di Andersen era nudo sotto vestiti inesistenti) ed è un pirata. Inoltre trasformando la guerra in una partita di calcio, come avevano intuito i Medici nel Rinascimento, quando a Firenze fu introdotto il “gioco del calcio” come valvola di sfogo e “battaglia ordinata”.

Insomma, Rodari in modo leggero e divertente ci spinge a riflettere sulle “bugie” dei potenti (e prepotenti), e sulla strategia della bugia, che cerca di deformare la realtà a proprio vantaggio, ma alla fine si ritorce contro chi la dice. Sulla sincerità e la menzogna, e i sentimenti che vi sono collegati, si può lavorare con i bambini: attraverso le loro storie e le loro esperienze, con aneddoti e letture. E per esempio usare quella caratteristica di Gelsomino, la voce alta, come allegoria per esprimere ciò che è importante, come ha scritto Malala Yousafzai: “Io alzo la voce, non per gridare, ma perché chi non ha voce possa essere ascoltato”.

Quali sono le letture migliori da proporre ai ragazzi delle scuole secondarie (di primo e secondo grado)? Questa la domanda che mi viene spesso posta e che anch’io mi pongo. A scuola c’è comunque la necessità di ripercorrere i classici della letteratura, perché appunto si studia letteratura e da decenni non si è più concentrati su quella italiana (leggi: Manzoni), ma in un ventaglio che comprende quella angloamericana e francese dell’Ottocento e Novecento, grazie al lavoro sui generi narrativi codificati da trent’anni. Ci sono ovviamente i “nuovi classici” e cioè gli autori emersi nella seconda metà del Novecento e che hanno lasciato una traccia innovativa nella letteratura per ragazzi.

Avremo modo di vedere meglio insieme autori e volumi oggi proposti a scuola anche come strumento di analisi narrativa. La mia proposta è di parlare di un libro “classico” e di una storia più moderna, magari collegabile a quel classico, costruendo insieme un percorso di lettura di dialogo tra passato e presente, su temi che interessano la nostra sensibilità contemporanea.

Inizio oggi con Il buio oltre la siepe di Harper Lee, romanzo che ho riletto quest’estate per la collaborazione a un’antologia di letture di cui parleremo a tempo debito. Si tratta di un libro scritto nel 1953, e ambientato nel 1935 in Alabama, dov’era cresciuta la scrittrice. Non è mai indifferente la biografia di un autore/autrice, soprattutto in romanzi come questo che uniscono una storia di formazione e temi sociali. Qui si tratta del pregiudizio razziale: una storia vecchia? Non sembrerebbe, nei nostri ultimi mesi di rivolte in USA all’insegna di “Black lives matter”, dopo tragiche morti a causa dl razzismo. Non parliamo poi della difficile integrazione di persone definite “nere” o “con la pelle nera”, termini che personalmente trovo antichi. Un tema che interessa più gli americani che noi? Be’, non direi considerando i discorsi che (ancora) si sentono, le contumelie sui social di chi ancora è convinto che esista una “supremazia” tra umani, che sia di colore, di origine geografica, di religione, di genere o di qualsiasi altra scusa accampata dal bisogno di sopraffazione.

Il buio oltre la siepe ha almeno tre punti forti per la lettura degli adolescenti: 1) una scrittura piacevole, per niente invecchiata 2) il punto di vista di una ragazza, Scout, che appunto restituisce immediatezza e freschezza alla storia 3) la capacità di affrontare un tema delicato senza retorica, ma facendo leva su una pulsione più profonda e irrazionale: la paura.