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Ti racconto le fiabe, Giunti 2020

Ho risposto più volte alla domanda “perché le fiabe oggi?”: alcuni genitori le ritengono sorpassate, a causa di antipatici stereotipi (le principesse senza iniziativa, le donne che sognano il principe, le matrigne cattive, ecc.) e di orchi divoratori e di assassini, in scene raccapriccianti che possono sconvolgere i bambini e soprattutto le bambine. Meglio che l’infanzia sia serena, spensierata, finché e dove è possibile.

Poi però ci sono le brutte notizie che trapelano anche se noi spegniamo il telegiornale, ci sono i fattacci, e malattie che ci confinano nelle quattro pareti di casa, da cui non si sa come uscirne. Ebbene, le fiabe con la loro narrazione ancestrale, ci portano fuori dal labirinto del male, ci fanno capire che dobbiamo sempre affrontare pericoli e ostacoli, perché nulla è mai facile, mai scontato, e nessuno può spianarti la strada, ma il percorso bisogna trovarlo da soli e da sole, come Pelle D’Asino, la principessa che intraprende un cammino di umiliazione, nascondendo la propria bellezza e le proprie abilità, per incontrare l’amore. Cenerentola è una fiaba molto antica, che affonda le radici nel mito, e quando il Principe arriva e le prova la famosa scarpa, si trova davanti una brutta ragazza sporca, non la bella tra le belle e, giusto perché ormai ha promesso, la porta al palazzo dove poi le “apparirà” bella.

Insomma, le fiabe ci permettono viaggi non tanto fantastici ma interiori, dentro le nostre profonde pulsioni, offrendo una raffigurazione semplice al nostro paesaggio sentimentale complesso e confuso, con figure che incarnano quei sentimenti squassanti. Le fiabe popolari hanno attraversato secoli e sono tra le storie più attuali, perché senza tempo, senza età, senza luogo, senza nomi. Siamo noi, ascoltandole, a viverle.

Mi sono lasciata convincere dalle mie nipoti adolescenti a vedere la nuova Cinderella formato musical, con ammodernamento della storia che prevede una Cenerentola bruna (e vincitrice di X factor), una matrigna frustrata più che malvagia, un regno multiculturale su cui domina Pierce Brosnam, un patriarca pronto ad accettare un cambio totale di potere: invece del Principe Azzurro, l’erede sarà sua sorella, la “Principessa del Popolo” (riferimento a lady Diana?), pronta a svecchiare stili e temi di un paese che comunque è fiabesco, cioè senza tempo, e il cui palazzo pare Versailles.

E poi c’è Cinderella, con gli amici topolini come da vulgata disneyana, che non vuole diventare principessa né regina ma sarta, anzi stilista, non soltanto uno dei mestieri più popolari tra i social e gli influencer, ma anche perché in effetti nella fiaba originale Cenerentola sfoggia ben tre abiti meravigliosi, confezionati dalla magia, che tradotta in americano significa “talento”.

Che vi devo dire? Le fiabe hanno significati assai profondi e simbolici e anche Cenerentola li serba, al di là di quelli più superficiali che ne hanno fatto la storia su cui gli Americani si sono assai accaniti considerandola antifemminista, e prendendola a modello per film come Pretty Woman o Flashdance. Dite che le bambine saranno più motivate a non cadere nel trappolone romantico del sacrificio di sé e delle proprie aspirazioni con storie come queste? Chissà. Per ora le donne sono ancora nella fase focolare, non perché hanno scarpe di cristallo, ma una bella lastra sopra la testa e qualsiasi professione decidano, che sia stilista o scienziata, devono fare i conti con la cura dei figli, lo stipendio inferiore, la scelta di non essere madri, la violenza sessista, la mancanza di servizi e anche di sostegno femminile, perché da lì si parte, da sorelle che non ti rubano le scarpe, ma percorrono il cammino dell’esistenza con te.

pinguinoOggi ho consigliato a Libreriamo “Il gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, di cui ho parlato qualche post fa. Oltre a questo bellissimo romanzo per “i grandi”, ho proposto anche un libro prezioso, d’arte, che non può essere che di carta, e che vanta le stupende illustrazioni di Sonia Maria Luce Possentini, una delle artiste che preferisco e che ha un tocco inconfondibile.

Si tratta della riedizione (Corsiero, 2015) de “Il pinguino senza frac” di Silvio D’Arzo, un libro degli anni ’70, insomma un racconto “vintage”, ma sempre attuale, dal momento che si parla di un pinguino nato bianco, insomma, “senza frac” (che forse oggi i bambini non sanno granché bene cos’è, perché chi lo indossa più? Pazienza, controlleranno su Google). Il punto di forza sono senz’altro le immagini di Possentini, maestra degli sfumati, della morbidezza e luminosità delle matite. In più, questo libro è in formato specialaddormentatae, si apre a fisarmonica, si legge come un’unica striscia lunga metri. Impossibile da scaricare su un lettore.

Dal momento che è Natale e parliamo di una illustratrice di massimo talento, e parliamo anche di libri d’arte, insostituibili in formato cartaceo, perché non procurarsi allora anche la magnifica La bella nel bosco addormentato, versione della celebre fiaba, dello stesso editore d’arte, Corsiero? E per chi l’avesse perso, assolutamente da mettere sotto l’albero è il magnifico “Poesie di luce” di Sabina Giarratana (Motta Junior, 2014): luce dappertutto, come si addice al Natale.

 

garroneNapoli, si diceva a proposito del “Bestiario napoletano” che sembra imparentato con il nuovo stupefacente film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti, tratto dal seicentesco volume di Giambattista Basile, napoletano appunto e primo scrittore che raccolse le fiabe popolari in Europa. Perché bestie o meglio mostri popolano fiumi, grotte, ma anche splendidi palazzi che non hanno avuto bisogno di essere ricostruiti negli studios come in USA, perché sono veri castelli, come Sammezzano o Casteldelmonte, la cui struttura metafisica offre significati che il cinema fantasy si può solo sognare.

“Meraviglioso!” si esclama alla fine del film, un po’ tutti. Perché è il “meraviglioso” della fiaba e del cinema e della complessità del racconto (e della psiche che vi si riflette) che il film di Garrone riesce a regalarci, grazie a una fotografia che accentua la vividezza dei contrasti, ai costumi seicenteschi e all’impianto pittorico che attinge a piene mani dall’arte, dai Preraffaelliti giù fino a Velasquez, grazie soprattutto alla circolarità del racconto che inizia con la morte-sacrificale di un re per terminare con l’incoronazione di una giovane regina, divenuta tale per aver lottato e vinto sull’orco che la teneva prigioniera.

Giovinezza e decadenza, armonia e caos, unità e duplicità, amore e morte, si sa che nella fiaba i temi mitici e archetipici si intrecciano e si evidenziano, e in questo film troviamo terribilmente attuali: perché chi si fa scarnificare la faccia per essere giovane, chi fa di tutto per avere un figlio, chi s’illude che l’amore risolva tutto, e chi infine deve combattere la funambolica battaglia per non finire nell’abisso, ed essere riconosciuto per ciò che è, ebbene, siamo noi. Con in più un’indicazione precisa: sia la donna a essere regina. E’ proprio vero che, come titola nel suo breve saggio Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi” (ma di questo ne riparleremo)

cenerentolaSapete cosa ci vuole per essere felici e realizzare i propri desideri? Essere gentili e avere coraggio. Ecco qua un utilissimo messaggio per le bambine e le ragazze, per affrontare una vita che ha bisogno oggi di ben altro, a meno che non siano figlie di qualche potente che le imponga. D’altra parte, siamo tornati indietro di sessant’anni con un film come quello propinato da un ex attore shakespeariano ora votato alla fantasy, Kenneth Branagh.

La meraviglia del suo film ha un nome e un cognome: lo scenografo Dante Ferretti che rende pittorica la scena, e il film ha l’allure impressionista che lo sorregge, per non parlare di costumi sontuosi e un’attrice divina come la Blanchett che sembra uscita da un quadro di Tamara de Lempicka. Per il resto, è un peccato che le fiabe non siano più rilette dall’originale, ma dalla trasposizione a cartoni animati, così oggi c’è una sola fonte: l’industria Disney.

Bellissimi gli effetti e poi, caspita che cambiamento! Cinderella conosce prima il principe, quindi sceglie, come si deve a una donna emancipata del secondo millennio. Ma un po’ del graffiante sarcasmo di Perrault resta nell’abito che fa il monaco per entrare nei palazzi reali senza nome né invito né presentazioni. Poi che c’entra: se sei bella e buona, ti dicono da sempre, puoi sposare un re e anche, volendo, una bestia.

 

Riporto qualche stralcio della lezione “Nutrire la mente” tenuta ieri al Convegno “Il corpo consapevole. Donne, nutrizione, salute” organizzato dall’Associazione Italiana Donne Medico a Firenze:

 

Il mio lavoro è di intrattenere le persone attraverso il racconto scritto.

E’ forse l’intrattenimento più antico e viscerale, prima della musica e della rappresentazione, legato al linguaggio verbale che da puro veicolo di informazione si trasforma in strumento di espressione e di condivisione, costruttore di senso, evocatore ed esorcizzatore di paure, alimentatore di fantasie.

La scena è questa: davanti al fuoco, nella capanna o nella casa, si riuniscono le persone dopo una lunga giornata di fatica, spesso non ripagata dal conforto di un pranzo adeguato. Fuori è buio, è freddo, e domani ci aspetta un’altra giornata dura. E’ allora che prende la parola la novellatrice, spesso una donna anziana, seduta su una bassa sedia di legno. Una donna perché le donne spesso si narrano storie mentre filano (interessante corrispondenza con l’elaborazione della trama in senso letterario) o mentre fanno i lavori di casa o nell’orto o in campagna, e anzitutto si occupano dei bambini, li crescono, li addormentano con ninna nanne, li educano.

Con voce profonda e sicura, l’anziana racconta una storia antica, una fiaba tramandata di bocca in bocca, una leggenda che ricorda tempi antichi ed eroici o una storia buffa o ancora spaventosa, orrenda, un percorso di riscatto, dove l’eroe, dopo tante peripezie, si merita un grande onore, forse un regno, di sicuro un lauto pranzo:

“e tanto stettero e tanto godettero e a me nulla dettero”

“fecero tanto lusso e spatusso/ma io ero dietro l’uscio/per mangiare andai all’osteria/e così finisce la storia mia” (fiaba piemontese)

“Fecero un gran pranzo; io stavo sotto il tavolo, mi tirarono un osso, mi picchiò sul naso e m’è rimasto lì” (fiaba genovese)

Così dicono i finali, dove i cantastorie avvertono che c’erano anche loro, ma che non hanno avuto alcun beneficio, perché non erano protagonisti, ma semplici osservatori e novellatori.

 La figura del “cantastorie” o “racconta storie” è antica e presente in tutte le culture. Sono, come ci ricorda Clarissa Pinkola Estes in Donne che corrono con i lupi (1992):

“le mesemondok, vecchie ungheresi che raccontano sedute sedie di legno con il libro in grembo, le ginocchia larghe, le gonne che sfiorano il pavimento; le cuentistas vecchie latino americane dai seni generosi i fianchi larghi, che stanno in piedi e declamano la storia in stile ranchera.”[1]

Sono le “chitrakar” del Bengala occidentale, sono le donne che trasmettono le novelle africane che Nelson Mandela raccoglie nel libro Le mie fiabe africane (2013) con l’augurio che “la figura del cantastorie non muoia mai”; sono le figure arcaiche come Regina Marcucci, la nonna che in un podere del Casentino racconta le sue fiabe a nipoti e figli davanti al focolare nella celebre raccolta Le fiabe della nonna scritte da Emma Perodi nel 1893.

Sono insomma donne che raccontano fiabe, come l’antica Sherazad de Le mille e una notte o le dieci novellatrici de Lo cunto de li cunti (o Pentamerone) di Giambattista Basile (1634-36). E le fiabe, come spiega l’antropologia, sono derivati da riti e miti, con la commistione della vita quotidiana di una comunità contadina, legata alla terra e agli animali, che immagina un’esistenza senza fame e miseria, una vita “da re” in un contesto sociale monarchico e autoritario.

Ma le fiabe non sono solo racconti di riscatto né rifacimenti popolari di antiche ritualità. Studiate dai formalisti, i linguisti, gli antropologi, sono utilizzate dagli psicanalisti, gli psicoterapeuti, nel loro lavoro con i pazienti perché sono stratificazioni psichiche, e contengono potenti elementi simbolici che possono aiutare a comprendere disagi, angosce, carenze e disfunzioni mentali.

(…)

Negli ultimi quarant’anni abbiamo subito lo sviluppo e l’accelerazione verso una monocultura televisiva con modelli consumistici pervasivi che puntano su un modello narcisista e dipendente dalle merci (prodotti per essere giusti, adeguati, accettati, vincenti, più belli, più visibili, di successo). Il geniale sociologo Zygmunt Bauman, nelle sue lucide e folgoranti analisi sulla società consumista planetaria, spiega molto bene cos’è successo in questi decenni di trionfo del mercato “Habitat naturale dei consumatori”: “nei consumatori futuri le principali virtù da piantare e coltivare sono la pronta e convinta risposta alle attrattive e al fascino delle merci e una spinta irrefrenabile all’acquisto che sconfina nella dipendenza; essere indifferenti alle seduzioni controllate del mercato o privi delle risorse necessarie per rispondere correttamente alla seduzione equivale a un peccato capitale che dev’essere sradicato o sanzionato con la messa al bando.”[1]

I bambini sono voraci consumatori di prodotti di ogni tipo, compreso quelli culturali vagliati dalla famiglia, che prendono la forma di film a cartoni animati e serie televisive. Questi arrivano direttamente nel salotto di casa attraverso la pay-tv depurata, unilaterale come direbbe Bettelheim, tesa a fare dello scenario fantastico un mondo spensierato dove non ci sono conflitti e dove tutto è “carino”, piacevole e soprattutto alla moda.

Lo svago passa attraverso lo schermo e in casi rarissimi dalla narrazione, orale o letta, da parte di adulti sovraccarichi di lavoro perché soli (una coppia dove uno dei due magari è presente, l’altro lavora fino a tardi, il genitore separato o single) e dunque indisponibili a passare il tempo leggendo una fiaba o un racconto. Scomparso anche quel ruolo di custodi della memoria dei nonni del buon tempo antico, i nonni novellatori anche di storie familiari o personali, perché gli stessi nonni non ricordano o non hanno rapporto con l’affabulazione, soggetti anch’essi al trionfo della ciarla televisiva. Non sto qui ad aggiungere l’apporto nefasto delle nuove tecnologie nell’assenza di narrazione familiare: tutti sappiamo quanto siamo costantemente connessi e dipendenti dai cellulari e dai tablet che mostriamo e offriamo ai bambini per trastullarsi, senza altro scopo che “tenerli buoni” o “farli divertire”.

Mia nonna non raccontava mai storie per “farci divertire”. Nessuna novellatrice, nessun racconta storie lo fa con l’intento di “tenere buoni”. Chi racconta, spesso usa toni di voce diversi, cupi o rochi, e suscita brivido e ansia prima di uno scioglimento finale che spesso lascia comunque inquieti. Ho ancora memoria di quando, da piccolissima, ascoltavo “Cappuccetto Rosso”: ne ero terrorizzata. Ma mia madre non diceva: “E’ soltanto una fiaba!” oppure decideva di non raccontarmela per non turbarmi. Sapeva, come donna (lo sapeva inconsciamente) che era un modo di mettermi in guardia dai lupi che potevano aggredirmi e anche da quel lupo interiore che covavo, sempre in quanto donna, il lupo che ti divora e ti impedisce di essere quel che sei, se pecchi di eccessivo candore.

 Ora, scrivere storie comincia a non apparire proprio quell’attività effimera, sempre più relegata all’hobbistica e al dopolavorismo, diretta al passatempo e al divertimento di persone frettolose, stanche, stressate, impegnate in mille incombenze quotidiane, in doveri ansiogeni e private del loro tempo, della loro libertà di movimento e di scelta, sottratte in pratica a loro stessi e convinti di aver bisogno di riposo e distrazioni, anziché di riflessione e di raccoglimento in uno spazio che sia proprio, privato e personale, dove nessuno li invada. Per me che scrivo romanzi da almeno un paio di decenni e che ho dedicato tutta la mia vita adulta ai libri e gran parte della mia adolescenza e della mia infanzia da lettrice accanita, leggere e scrivere sono attività che mi restituiscono sempre a me stessa e spero di riuscire nell’intento di dare questa chiave d’accesso allo spazio insondabile e misterioso del sé a chiunque legga le mie storie, grande o piccolo che sia.

[1] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza 2005, p.124

[1] C.Pinkola Estes, Donne che corrono con i lupi, Frassinelli 1993, p. 19


cappuccetto
Chi ancora pensa che i libri illustrati siano roba per bambini, si procuri per favore l’ultimo bellissimo libro di Roberto Innocenti, maestro acclamato in tutto il mondo per la sua arte pittorica, il suo calligrafismo realistico, il suo personale modo di proporre le fiabe, offrendo scenari superbi e ambientazioni in epoche per niente fiabesche, in contesti realistici.

Si tratta di un Cappuccetto Rosso (La Margherita edizioni, 2012) contemporaneo e metropolitano, dove la bambina dal cappottino rosso parte dal suo appartamento in un condominio di periferia e si perde nel cuore della città, rischiando di essere aggredita da un gruppo di balordi. Per fortuna interviene un “cacciatore” che la accompagna fin quasi alla roulotte trasformata in baracca dove vive la nonna… La storia, come la fiaba originale dei Grimm finirebbe molto male, ma (come fece Perrault) si offre un happy end dove Cappuccetto riabbraccia la mamma e il “lupo” finisce in manette.

Insomma, se ancora credete che pure le fiabe sono soltanto roba per bambini, comprate e leggete questo libro di grande formato per ammirare meglio le immagini e capirete che non solo le illustrazioni e le fiabe, ma anche i libri, i bei libri, non sono soltanto giochi per bambini.

Sta per uscire in libreria il mio nuovo libro, Specchio specchio, edizioni De Agostini.

Quest’immagine non rende molto, in realtà la copertina è molto originale, è carta d’argento specchiante, così ognuno ci può vedere il proprio riflesso.

E’ una raccolta di 5 famosissime fiabe rivisitate, ma vi dirò che questo termine lo uso solo come formula per intendersi. In realtà sono racconti ispirati alle fiabe e che raccontano storie attuali, trattano temi contemporanei e presenti nella nostra società, attutiti e resi ironici dall’ambientazione fiabesca.

La blogger Federica Pizzi, di Libri e Marmellata mi ha dedicato una recensione bellissima. Chi volesse leggerla, clicchi QUI.

Vado a vedere l’incensatissimo film in 3D The Brave, tradotto con “Ribelle”, perché magari da noi “Coraggiosa” non era abbastanza forte e poi ricorda la parola “brava”, dunque poteva intitolarsi anche Bravissima, come la trasmissione dei piccoli talenti…

Ragazze che leggete il mio blog, che ne pensate?

Non vorrei suscitare la vostra sensibilità, ma io l’ho trovato un film a tratti noioso e alla fine abbastanza deludente. Si tratta di una fiaba al femminile, se non femminista, ma mi pare un po’ vecchio stile: la ragazza che si ribella al suo destino di principessa obbediente, non vuole sposare un buzzurro qualsiasi, è una bravissima arciera, ricorda la mitica Ippolita e, per carità, andrebbe anche bene, ma francamente che resti con la mamma, ricucendo il rapporto lacerato a causa della testardaggine di entrambe, e non ci sia uno sbocco amoroso, be’, fa rimanere un po’ male, che dite?

In più è un film dai colori cupissimi, tipo viaggio nell’interiorità, e mi domando anche perché disturbare gli effetti 3D, dal momento che non aggiunge nulla a una qualsiasi visione bidimensionale, non c’è nulla che offra l’impressione di “entrare nel film” come il bellissimo Hugo Cabret, per esempio.

Cast stellare di attori per le voci (Emma Thompson la regina) e persino di doppiatori italiani, con Anna Mazzamauro che presta la voce alla strega e Giobbe Covatta al re.

 

Oggi alla Mediateca Regionale Toscana in via San Gallo 25 a Firenze, alle 17,30 presenterò insieme a Claudio Carabba (critico cinematografico) e Massimo Becattini (regista) il libro con CD “La rosa di Badgad”, di Anton Gino Domenighini. E’ un cofanetto pubblicato da Gallucci nella sua collana di storie con CD, e come del resto gli altri titoli si tratta di un importante “recupero” della storia culturale italiana, in questo caso del primo lungometraggio a cartoni animati italiano, e il primo in Technicolor, datato 1949, e premiato a Venezia come miglior lungometraggio d’animazione.Nel CD, oltre al film, possiamo conoscere, grazie al documentario realizzato da Massimo Becattini, la storia davvero avventurosa di quest’opera, avvenuta in epoca di guerra, riunendo un centinaio di artisti, grazie all’estro e alla vena imprenditoriale di Domenighini.

La storia narrata nel libro (e che non è la sceneggiatura, ma una vera e propria fiaba originale) ha anche il dono di non essere invecchiata. Capita alla narrativa per bambini e ragazzi molto di più che non alla narrativa per adulti. Forse perché gli scrittori non possono, non devono eccedere in letterarietà, e si mantengono più diretti, immediati, come si dice “scorrevoli”. Così il racconto, che mescola elementi esotici di una Persia meravigliosa, fiabeschi tratti dalle Mille e una notte (la lampada di Aladino) e in generale dalla fiaba (la magia, la metamorfosi, l’animale aiutante, la stregoneria), risulta piacevole, anche per i bambini di oggi.

Certo, mi auguro che un libro e un film del genere non siano di esclusiva destinazione ai bambini. Personalmente, mi sono quasi commossa nel vedere le figurine di Libico Maraja, che in seguito divenne illustratore, per esempio della Fabbri e di alcune fiabe, quelle che io ascoltavo nella versione “sonora”. Un libro del genere, ha ragione l’editore a segnalarlo in copertina, è consigliato dai 4 ai 99 anni.