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narrativa

Avete mai chiesto ai ragazzi cosa leggano? Io sempre, così la scorsa settimana Giulia, una partecipante al mio laboratorio di scrittura nella Biblioteca di Cassina Anna, mi ha consigliato vivamente “Una perfetta sconosciuta” di Alafair Burke  (Piemme, 2017)

Ora c’è questo aspetto: spesso i ragazzi sanno il titolo e ricordano perfettamente la copertina e pure l’incipit, ma non ricordano l’autore. Che tristezza per una scrittrice, eh? Convinta che il proprio nome resterà scolpito nella mente dei suoi lettori appassionati. Rassegniamoci: sono i nostri libri a parlare alle orecchie e al cuore delle lettrici e dei lettori, sono le nostre storie a entrare in confidenza con loro, non il nostro trascurabilissimo nome. Così, capita anche di sentirsi dire: Come? Hai scritto tu “A piedi nudi a cuore aperto”? Davvero? Ma quello l’ho letto! E ti fissano strabiliati: tu, in carne e ossa sei quella presenza evanescente che ha prodotto il libro in questione.

Ma per tornare ai consigli: vado a cercare l’autrice e il libro e siccome io mi picco di leggerli in inglese, mi ci vuole un po’ per trovare il titolo originale, “Lone gone”, del 2011. La scrittrice Alafair Burke, cinquantenne americana, è una consolidata autrice di thriller, tradotti come al solito in numerose lingue, vive a New York dove insegna Legge all’Università di Hofstra (si capisce che invece io alla biografia degli scrittori ci tenga). Ecco perché le storie hanno un forte senso di veridicità, che proviene dalla sua esperienza legale. Come questo romanzo che cattura subito (e come poteva essere altrimenti in un legal thriller scritto da una che se ne intende?) e cattura di certo una ragazza, dal momento che si comincia con un bacio che distrugge una vita intera.

Se è una quindicenne a consigliarmelo, capisco che questo tipo di mondo sia senz’altro più vicino a loro rispetto ai classici che ci spiace tanto non incontrino i loro gusti: si parla infatti di una donna in cerca di lavoro alla soglia dei 40 anni, una che ama l’arte e a cui si chiede di gestire addirittura una galleria, benché abbia un’esperienza piuttosto limitata. Quarantenne, insomma, ingenua come una teenager che non si insospettisce mai dell’irreperibilità del suo datore di lavoro e dell’artista che esporrà foto scandalose, quindi perfetta per finire in una trappola con il morto. In più, a questa storia si intrecciano altre tre vicende collegate alla galleria, un po’ come succede nelle serie tv in cui sono più fili da dipanare, anche per mantenere desta l’attenzione dello spettatore che non è più quello dell’epoca di Agatha Cristie e dell’investigazione classica alla Poirot.

Insomma, non saranno capolavori da tramandare a perpetua memoria, queste storie, ma ci aiutano a capire gusti e interessi, ci mostrano quante e di quale livello siano le donne che scrivono thriller all’estero (da noi la pattuglia di scrittori di “crime” resta essenzialmente maschile). E ci offrono una grande opportunità: condividere le letture con i nostri allievi, fidarsi di loro, essere complici attraverso le storie.

 

 

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Ninna nanna di Leila Sliman (Rizzoli 2017): mi chiedo se l’ho letta o no. Sì, mi ricordo che l’ho letta, ma ho come una botta di amnesia (e proprio ieri si parlava di amnesie temporanee, che sono il mio terrore), però non ricordo un nome, e poi che succedeva? Ed ecco riemergere il ricordo, e la paura e il disturbo provocati da questa storia che il cervello si vede ha ritenuto opportuno mettere da parte.

Perché non c’è storia peggiore dell’omicidio di due bambini piccoli ad opera di una baby sitter che all’inizio della storia appare come la perfezione assoluta: buona, allegra, bravissima, adorata dai piccoli e oltretutto ottima cuoca, che alla coppia stremata dal lavoro, lascia manicaretti addirittura da consumare in allegre cene tra amici. Del resto, è una signora di mezz’età sempre ben curata, non una ragazza nervosa e senza esperienza, quindi per Paul e Myriam quasi un dono inaspettato. Finché non cominciano a esserci segnali un po’ allarmanti di un comportamento disturbato, che i due giovani però non vogliono esaminare, perché perdere la tata significherebbe perdere la libertà di lavorare fino a tarda ora, di avere tempo per la cenetta romantica, insomma, ritornare a un periodo che soprattutto per Myriam è stato assai duro: in casa con i bambini, rinunciando alla propria carriera…

Non è un thriller questo di Leila Slimani, ma un romanzo sul genere de “L’avversario” di Carrére, dove si analizza pulsioni oscure e inspiegate, dove i personaggi mostrano facciate luminose e dentro di loro impenetrabili oscurità, che nessuno si perita di indagare. Perché i rapporti oggi sono questi: essenzialmente familiari e chi entra in casa nostra come tata, cameriera, come badante e cura i nostri figli o genitori, spesso non ci interessa fino in fondo chi sia, dove viva, cosa faccia, quali drammi serbi in sé.

Ma in più, ecco perché questo romanzo disturba, terrorizza: quale madre lavoratrice non ha dovuto lasciare i propri bambini a qualcuno per tornare al suo posto, per non perdere terreno nella professione, e tornare ad essere, oltre che una mamma, una donna con i propri interessi, il proprio talento? E questa “colpa” infine ricade sempre sulla madre, a cui una sostituta sottrae i figli quasi fosse una sorta di Angelo sterminatore.

Non so se qualche editore italiano ha in mente di tradurlo, ma questo HOME FIRE di Kamila Shamsie (Riverhead Books, 2017) è proprio un romanzo sui nostri tempi di incertezza sociale, d’indefinitezza culturale e politica. La scrittrice ha rivisitato l’Antigone di Sofocle, con il suo eterno tema della giustizia anteposta sopra la legge umana, per raccontarci le inquietudini attuali di un paese dove certo non vige la legge di un dittatore, ma una ferrea ragione di Stato democratico che si tutela dal pericolo terrorista, e per mostrarci anche le sfaccettature diverse dell’islamismo, la problematica interna alle comunità tra integrazione e differenza e il rapporto tra accoglienza e integrazione.

Ma temi così complessi passano attraverso le relazioni tra personaggi, in una storia di giovani che si conoscono, si amano, e nella storia di due famiglie, una assolutamente integrata e l’altra intaccata dall’ombra del terrorismo. Il romanzo si divide in cinque parti, tante quanti sono i protagonisti della storia: tre fratelli figli di un jihadista morto in carcere, il figlio del segretario di Stato britannico di origine pakistana e sposato con una donna inglese, e lo stesso segretario di Stato, coinvolto nello scandalo di suo figlio innamorato della figlia di un terrorista e sorella di un ragazzo che, infine, aderisce alla Jihad per emulazione con un padre mai conosciuto e idealizzato come un eroe.

E’ un romanzo corale, che si suddivide in cinque diversi punti di vista, ognuno dei quali sostiene anche un sentimento, l’amore, coniugato nei diversi modi: come accudimento per Isma, come amore fraterno per Aneeka, come passione per Eamonn, come mancanza di un padre perduto per Parvaiz che cercherà di emularne il presunto eroismo, infine come amor proprio o ambizione per il segretario di Stato che sull’altare della “patria” sacrificherà il figlio.

Tragedia, mito, sono la sottotraccia di un romanzo moderno, dalla scrittura coinvolgente, asciutta, che sa traspare con molta convinzione ciascuna visuale, Un modo per tutti noi per riflettere sull’oggi, sul nostro modo di vivere, sul confronto con un Islam diversificato, dove non c’è la posizione “giusta” di chi rifiuta una fede per abbracciarne un’altra, che sia la jihad o il consenso popolare.

 

Ricomincio a scrivere sul blog dopo che qualche persona mi ha chiesto perché non recensisco più. Me ne sono stupita, convinta che nessuno si prendesse più la briga di leggere i miei consigli di lettura e le recensioni di libri e film. Ma per quei tre-quattro che vogliono confrontarsi su letture condivise, rieccomi, molto volentieri.

E ricomincio con un bel romanzo, appena uscito con Mondadori: Terremoto di Chiara Barzini. L’ho letto con molto interesse, appassionandomi alla storia di stampo autobiografico ambientata nella Los Angeles di vent’anni fa, l’ho letto portandomi sempre il libro con me, come in tanti facevamo una volta, prima di essere distratti da tablet e soprattutto smartphone con social che ti chiedono a cosa stai pensando e ti avvertono che migliaia di persone a cui piaci non hanno più tue notizie da un giorno!

Dunque, in epoca pre-social si colloca un romanzo di formazione femminile, in cui il terremoto è prima di tutto esistenziale con il distacco forzato di una adolescente dal suo ambiente e dai suoi amici, la Roma tutto sommato giovanilmente vivace degli anni Novanta, ma da un punto di vista lavorativo già disastrosa e annoiata dai suoi tanti artisti e aspiranti tali. La famiglia di Eugenia è composta da un padre aspirante regista di horror e una madre che lo asseconda e lo segue devota, ex ragazzi ribelli degli anni ’70 e molto idealisti, e in ritardo sul viaggio mitico negli States alla ricerca di un cinema indipendente perduto. Eugenia e suo fratello più piccolo, balzati in una tetra Los Angeles post-scontri razziali, faticano a integrarsi tra i coetanei, nelle scuole dove sono considerati né più né meno che come rifugiati armeni. Scompaiono tutti gli stereotipi (nostri) che pensano gli italiani molto “cool” e famosi per la moda o le auto di lusso.

Alienata, diversa dalle altre ragazze, Eugenia cerca di crearsi una corazza, non avendo suo padre Ettore, narcisista ed egoista, avuto la capacità e la responsabilità di proteggere la propria famiglia in un paese apparentemente accogliente, in realtà spietato e violento, prima di tutto nei confronti dei ragazzini, addirittura dei propri figli che si trovano alle dipendenze di padri-padroni, o legati a logiche di clan, tutti comunque incasellati in una società organizzata come un alveare dalle molte cellette prestabilite.

Un romanzo lucido, che, come nel caso di Teresa Ciabatti, mette al centro una ragazza nella relazione con un padre, in questo caso fragile ed egocentrico, e con una madre-bambina svaporata, un romanzo intenso e pieno di amore per l’innocenza della giovinezza, che sa trasmettere il bisogno disperato di relazioni in una Valley che più che di stelle appare davvero di lacrime.

L’Italia è l’approdo di una parte del mondo che scappa da guerre e violenze, miseria, morte, e si butta in mare da oltre venticinque anni. Perché è da oltre un quarto di secolo che stiamo parlando di “emergenza” e non di un esodo continuo, condotto da trafficanti di uomini, protetto da criminalità, utilizzato nelle propagande politiche di ogni tornata elettorale, per essere ancora lì sotto i nostri occhi assuefatti, che  non vogliono più guardare.

Davide Enia, drammaturgo e romanziere, siciliano, ha scritto su questa nostra lacerante storia un libro molto bello, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che esorterei a leggere soprattutto chi amministra città, chi governa e si abbandona alle solite sciocchezze da bar, anziché affrontare con coraggio, visione positiva, responsabilità e autorevolezza un grande fenomeno globale, in cui l’Italia si trova ad essere protagonista per il salvataggio delle vite in mare. E vi garantisco che c’è da piangere quando si rilegge cosa fa la nostra Capitaneria di Porto, vengono i brividi quando in mezzo al mare, in un battello dove metà dei componenti sono cadaveri putrefatti, finalmente si vede profilare la nave italiana, che non abbandona né fugge, ma va dritta a salvare i superstiti.

Enia mescola racconto di cronaca nell’isola-zattera Lampedusa (dove, come scrive, non è corretto dire che “sbarcano” ma “approdano” i fuggitivi) a riflessione autobiografica, alternando il viaggio come fuga al viaggio interiore come consapevolezza, e ricorda che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità”, la verità di chi è scappato, che un giorno racconterà com’è andata, qual era “l’esatto prezzo della vita in quelle latitudini del mondo”.

 

 

Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.