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narrativa

L’Italia è l’approdo di una parte del mondo che scappa da guerre e violenze, miseria, morte, e si butta in mare da oltre venticinque anni. Perché è da oltre un quarto di secolo che stiamo parlando di “emergenza” e non di un esodo continuo, condotto da trafficanti di uomini, protetto da criminalità, utilizzato nelle propagande politiche di ogni tornata elettorale, per essere ancora lì sotto i nostri occhi assuefatti, che  non vogliono più guardare.

Davide Enia, drammaturgo e romanziere, siciliano, ha scritto su questa nostra lacerante storia un libro molto bello, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che esorterei a leggere soprattutto chi amministra città, chi governa e si abbandona alle solite sciocchezze da bar, anziché affrontare con coraggio, visione positiva, responsabilità e autorevolezza un grande fenomeno globale, in cui l’Italia si trova ad essere protagonista per il salvataggio delle vite in mare. E vi garantisco che c’è da piangere quando si rilegge cosa fa la nostra Capitaneria di Porto, vengono i brividi quando in mezzo al mare, in un battello dove metà dei componenti sono cadaveri putrefatti, finalmente si vede profilare la nave italiana, che non abbandona né fugge, ma va dritta a salvare i superstiti.

Enia mescola racconto di cronaca nell’isola-zattera Lampedusa (dove, come scrive, non è corretto dire che “sbarcano” ma “approdano” i fuggitivi) a riflessione autobiografica, alternando il viaggio come fuga al viaggio interiore come consapevolezza, e ricorda che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità”, la verità di chi è scappato, che un giorno racconterà com’è andata, qual era “l’esatto prezzo della vita in quelle latitudini del mondo”.

 

 

Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.

Tris di donne scrittrici, se trovo una quarta di questo livello faccio un mio personalissimo poker letterario. Perché il terzo libro di seguito che ho letto è l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, La più amata (Mondadori), uscito in febbraio, candidato subito al Premio Strega e veramente un gran romanzo.

Siamo ancora negli anni ’70, stavolta d’infanzia (d’altra parte queste scrittrici sono quarantenni e oltre) e in Toscana, in una piccola località che comunque è sempre andata di moda: Orbetello ovvero l’Argentario, dove Teresa nasce figlia di un primario che è considerato una sorta di papa, quasi santo, che comanda non soltanto nel suo ospedale, e forse è più che massone, magari Gran Maestro, di sicuro è ricchissimo già di famiglia e moltiplica gli averi, permettendosi una villa faraonica che nemmeno gli Agnelli possiedono. Una vita che nasconde tante ombre, quando la figlia, diventata adulta, non più ricca perché il patrimonio si è dissolto incomprensibilmente, si mette a indagare e come dice “racconta e inventa” perché è quasi impossibile sapere davvero chi era suo padre, e resta il dubbio che questa scrittrice incantatrice abbia esagerato, fantasticato, nel tentativo di darsi una ragione della perdita di un’infanzia dorata, di una vita che sarebbe potuta essere dorata.

Teresa Ciabatti scrive spietata, lucida, drammatica, ironica, disperata e patetica, si mette a nudo attraverso una storia tremenda, dove non c’è perdono perché non c’è comprensione, c’è un indagare negli anfratti familiari, un domandarsi dove e come è iniziata la fine, forse fin dal principio come sempre nella vita, e perché si è quel che si è: incompleti, strambi, insoddisfatti, un po’ falliti. Soprattutto quando si nasce ricchi, protetti, amatissimi, e a un certo punto si cade dall’eden sulla nuda realtà, è un po’ difficile darsi pace.

Anni ’70 anche nell’ultimo romanzo di Grazia Verasani, Lettera a Dina (Giunti), e anche qui due ragazze che in quegli anni vivono la loro adolescenza: si conoscono a scuola, diventano amiche malgrado l’iniziale diffidenza e la dichiarazione di appartenere a due blocchi politici contrapposti: ma sono ancora piccole e conta di più la capacità di ridere e giocare insieme che non le ideologie. Dina, figlia di una famiglia borghese e ricca, delle due è la più fragile e resterà vittima di una madre egoista, di contrapposizioni dentro la famiglia, sprecando il proprio talento per perdersi nella spirale della droga che falcidiò una generazione tra la fine degli anni ’70 e metà anni ’80.

Invece si salva la figlia di operai, che sa di doversi impegnare, studiare, lavorare, per emergere, perché nessuno le coprirà le spalle. Ma nel suo procedere in avanti, sicura, ha sempre quel cruccio rappresentato dall’amica di cui resta vivo il ricordo della prima adolescenza, delle canzoni ascoltate insieme, della complicità. Un ricordo che nemmeno la morte prematura dell’amica può cancellare. Interessante la costruzione narrativa di Verasani, che procede per analessi e prolessi dell’io narrante tale da far credere a un racconto di scandaglio autobiografico, impressione ribadita dall’uso di iniziali al posto dei nomi, come nei trattati di psicanalisi.

Si diceva che sono gli anni dell’affermazione delle donne, questi ’70 dello scorso secolo. Non è un caso che sia questo romanzo che L’Arminuta raccontino di ragazze studiosissime, nel caso del libro di Verasani anche impegnate politicamente, e amanti della musica che in quell’epoca ha segnato un grande cambiamento. Anni da raccontare, ricordare, per le donne più o meno di quella generazione, e non solo rivolti alle donne, anche se si sa che i romanzi con protagoniste femminili non attraggono lettori uomini: un peccato, perché da queste storie c’è tanto da comprendere…

Arminuta, ovvero “Ritornata” è il titolo del bellissimo romanzo di Donatella di Pierantonio (Einaudi) che racconta in forma autobiografica la vicenda (sua?) di ragazza affidata dai genitori a una zia e poi “restituita” alla famiglia d’origine quando è adolescente, senza una spiegazione né tanti scrupoli, ignorando brutalmente i suoi sentimenti.

Sono gli anni Settanta dello scorso secolo e una ragazza di città, abituata a frequentare lezioni di danza, ad avere la propria cameretta, vestiti nuovi, amiche care, si trova di colpo proiettata in un paesello, in una famiglia con altri cinque figli, che a fatica sbarca il lunario, dove si dorme tutti insieme in una stanza e si parla il dialetto, dove non si dialoga, ma ci si scontra, anche fisicamente.

Nel frattempo, resta il mistero del perché la famiglia adottiva si sia sbarazzata in fretta di lei, che crede la seconda madre malata gravemente, forse morta e se ne dispera, cercando di sopravvivere in un ambiente respingente, dove per fortuna c’è una sorella piccola con cui stringe amicizia e affetto. E qui si scioglie la grande durezza di un mondo incomprensibile e spietato: gli adulti, con le loro imperscrutabili e crudeli ragioni svaniscono rispetto alla complicità che “salva” le due ragazzine, permette loro di affrancarsi da entrambe le famiglie grazie all’alleanza e allo studio.

Ragazzine cresciute negli anni ’70 dello scorso secolo, appunto, quando le donne hanno capito che, per liberarsi dal giogo di essere dipendenti e sottomesse, bisognava studiare sodo, intraprendere una professione, lavorare, ridiscutere i ruoli sociali, essere solidali tra loro. Ragazze che oggi ricordano com’era a chi forse dà per scontata l’autonomia.

 

Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.