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Lettura

Durante gli incontri con i lettori (grandi e piccoli), molti chiedono se ci sarà un seguito della storia. A volte penso che ormai le persone siano abituate alla serialità sia televisiva che letteraria, ma una spiegazione mi arriva da Proust (qualcuno ancora sa chi è, altrimenti, prego digitare su Google):

“Una della grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “Incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto ciò che egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma per una legge singolare e provvidenziale dell’ottica spirituale – legge che significa forse che la verità non possiamo riaverla da nessun e che dobbiamo cercarla noi stessi – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: in modo che, proprio nel momento in cui hanno detto tutto quanto ci potevano dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero per niente: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di  sentimenti personali.”(Marcel Proust, Giornate di lettura, Einaudi, 1958)

Non sarebbe questa una bella traccia per un tema della maturità?

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Oggi pubblico il testo di Alice Bracciali, 13 anni, su un amore davvero speciale:

Ho sempre pensato che l’amore fosse una cosa frivola, soprattutto a questa età. Che un fidanzato non serve a niente, che un amico è davvero meglio, perché ti fa ridere e ti fa compagnia senza che tu abbia impegni particolarmente vincolanti verso di lui.
Tutto questo fino al giorno in cui l’ho conosciuto.
Voglio essere sincera, a primo impatto mi è stato antipatico, non faceva per me. Sembrava finto, con quel sorriso di plastica e quelle mani di carta.
Non era tanto facile evitarlo: tutte lo veneravano come una cosa bellissima. Ed effettivamente lo era, ma io dovevo essere diversa. Non potevo cadere in quella trappola, perché prima o poi mi avrebbe lasciata, come tutti gli altri.
Non dovevo guardarlo e non dovevo curarmi del suo profumo; le sue mani di carta mi avrebbero fatto male.
Era troppo diverso da me.
Mattina dopo mattina, gli passavo davanti, certe volte anche il pomeriggio. Lui era sempre lì e mi guardava finché non scomparivo in mezzo alla gente.
Forse già un po’ mi piaceva, forse era solo curiosità.
Non voglio sembrare pazza, ma lui mi perseguitava. Lo sognavo la notte, e quando gli passavo davanti mi si attorcigliava la pancia.
Avrei dovuto dar ascolto ai miei genitori e trovarmi un’amica: avrei potuto raccontarle tutto ciò.
Un giorno mi feci coraggio e gli parlai, mi feci accarezzare le guance dalle sue mani di carta e il suo sorriso di plastica mi rapì.
Stette con me qualche settimana e mi fece innamorare, per la prima volta sul serio.
Era diverso da me e da tutto ciò che potevo immaginare, non era ”come’,’ non era ”tipo”, era lui e basta.
Ed io ero io, non ero speciale o unica, ero semplicemente una ragazza con un amore nelle mani.
Come sapevo già le sue mani di carta alla fine mi tagliarono.
Gli passo sempre davanti, ma ora lui è in un posto diverso.
Ogni tanto rispolvero la nostra storia, la storia che ho amato più di tutte.
Eravamo davvero troppo diversi, io ero troppo io, e lui era semplicemente troppo lui, eravamo destinati a durare poco. Se ne è andato, ma io ho fatto diventare una relazione… una vera e propria dipendenza.
Forse ho sbagliato a farmi amico quel libro per poi innamorarmene disperatamente.

Oggi il post è scritto da una ragazza di undici anni, Livia S., che frequenta la prima media e ha redatto questo “racconto” intorno al mio libro “Voglio fare il cinema”. Leggete leggete, prima di dire che i ragazzi non leggono e stanno fissi sul cellulare…

Quando ero piccola avevo un grande sogno: fare la scrittrice. Tutti i giorni mi divertivo ad avventurarmi nelle storie che scrivevo, piccoli appunti che agli occhi di una bambina parevano passatempi e che riempivano le mie giornate noiose. Ogni difficoltà spariva, portata dalla fantasia come le foglie d’autunno trasportate dal vento. Crescendo diventai la persona che temevo più al mondo, quella che ogni giorno cresceva e con lei la sua razionalità, le sue paure, e le sue responsabilità. La persona di cui sto parlando non aveva più tempo per le sue avventure dove un lenzuolo diventava la tenda degli indiani che tutti i sabati le raccontavano storie bizzarre intorno a un fuoco, aveva dimenticato tutto e lo aveva lasciato a sua insaputa in un cassetto del suo cuore che non aveva il coraggio di riaprire.

Aspiravo ai diciotto, quando una mattina di vacanza come le altre mi svegliai con un volantino trasportato dal vento sulla faccia, la cosa mia aveva seccata perciò volli leggere l’annuncio che mi aveva fatto arrabbiare. Non ho mai creduto nel destino, ma dopo aver letto quel volantino capii che forse esisteva davvero. Infatti quell’annuncio mi fece ricordare tutta la mia infanzia; scrivere un “corto” e presentarlo davanti ai giudici di Milano con una troupe era il mio sogno, ed era la mia occasione per distinguermi dagli altri, per ritrovare la mia parte bambina persa nel mio cuore. Non so se fosse l’emozione, ma mi scordai completamente di non avere alcuna troupe che mi aiutasse a realizzare la mia storia: era in situazioni come questa che consultavo la mia migliore amica Anna.

Stetti al telefono con le per ore e arrivammo insieme alla conclusione che un caso composto da professionisti non me lo potevo permettere e poi non c’era tempo per fare audizioni a giovani talenti. Mi serviva una troupe a cui non importava troppo il lavoro in sé, ma che era disposta a farlo per vedere i loro nomi nei titoli di testa, e la troupe più appropriata era la mia classe. Così proposi il mio progetto e grazie alla mia fortuna che voleva continuassi a scrivere, tutti accettarono e io scelsi i ruoli.

(seguono i nomi e i diversi ruoli del cast)

 

writingTutti coloro che chiedono, a me e a tutti gli scrittori, come facciamo ad avere delle “idee” e come si fa a scrivere un libro, dovrebbero procurarsi “On writing”, sulla scrittura, di Stephen King (riedito a distanza di 15 anni da Frassinelli, con traduzione di Arduino e prefazione di Loredana Lipperini).

Prima di tutto perché tanto vale sentire l’opinione di uno degli scrittori di massimo successo mondiale (se proprio si vuole un modello, meglio il top), inoltre perché è divertente, non ha pretese saggistiche né didattiche, non offre ricette semplici, ma dice papale papale che: 1) bisogna leggere moltissimo 2) bisogna scrivere moltissimo, tutti i santi giorni (lui per esempio non conosce feste di nessun tipo) 3) bisogna scordarsi strategie tipo scaletta, trama, costruzione del personaggio, applicazione di tecniche narrative, come insegnano le scuole di scrittura e invece bisogna 4) affidarsi all’istinto, seguire la storia o meglio “disseppellirla”, lasciando che i personaggi se la cavino un po’ da soli di fronte alle avversità, cioè ponendosi molte domande e provando a dare risposte sensate, plausibili, umane, soprattutto facendo riferimento alla propria esperienza,. a “cioè che si sa”.

Facile, vero? Per niente. E’ come dire che per danzare come Bolle bisogna avere il suo fisico la sua disciplina la sua sensibilità il suo talento, in una parola, essere Bolle. Le strategie che si insegnano, appunto la scaletta e la trama, il lavoro sui personaggi (personalmente ho fatto anche schede descrittive per averli in mente), il contesto, sono per lo scrittore di medio livello, come me, che al massimo sono tradotta in Cina, ma mai negli Stati Uniti, paese che sa sempre insegnare al mondo più che imparare. Come grande lettrice di King, e ammiratrice del suo inesauribile talento, leggo e imparo anch’io. Mi lascio affascinare, e ingannare dal grande ammaliatore, dallo scrittore che già che c’è ci racconta molto bene l’ennesima storia: di come si racconta una storia.

 

Libernauta16LIBERNAUTA, sedicesima edizione: ce l’abbiamo fatta a organizzarlo e tra pochi giorni comincerà ufficialmente nelle biblioteche e nelle scuole della provincia di Firenze.

Cos’è? Un concorso di lettura per ragazzi dai 14 ai 20 anni. Facilissimo. Si va in biblioteca, si sceglie uno o più libri o anche tutti quelli proposti (15 indicati da una commissione di esperti, insegnanti, bibliotecari, animatori + 1 indicato dai ragazzi), si leggono, si scrive una breve recensione, e si può vincere viaggi, buoni per acquisto libri, biglietti per concerti o spettacoli…

Ma chi vince? Vincono i lettori. Non è un premio letterario per il miglior libro o il migliore autore. E’ un concorso per i lettori, che sono protagonisti assoluti. Sono loro che nel corso del progetto realizzano video-clip, drammatizzazioni, libretti, interviste, che incontrano gli scrittori e ne discutono. Anche alla radio, anche sui loro blog come “Qualcuno con cui correre” tenuto rigorosamente da adolescenti lettori.

Come si svolge? Quest’anno si ricomincia con un modulo diverso. Non più durante l’anno scolastico, ma durante l’estate. La lista dei libri verrà presentata domani, nel corso di una conferenza stampa, sarà diffusa dalle biblioteche del circuito provinciale e sarà presentata nelle scuole dal gruppo Gli Allibratori. Poi, nei lunghi mesi estivi, ci sarà tempo sufficiente per leggere e riflettere e dare la propria opinione. Da settembre fino a novembre ci saranno gli incontri con gli scrittori, le interviste, i laboratori e a dicembre si terrà la premiazione dei lettori.

Ce l’abbiamo fatta, noi tenaci e convinti promotori della lettura e cioè io, Loredana Lipperini e Matteo Biagi del comitato scientifico, i bibliotecari irriducibili del Sistema bibliotecario della provincia di Firenze, gli instancabili animatori del gruppo Allibratori, gli entusiasti insegnanti delle scuole superiori e i tanti giovanissimi libernauti che ci seguono, ci credono.

Tutti pronti? Si decolla nell’interspazio della letteratura!

IMG_5531 IMG_5532Progetto Lettura sopravvive nelle scuole grazie alla tenacia e alla passione di sparuti gruppi di insegnanti e di capi d’istituto che credono nella capacità formativa della letteratura contemporanea e del lavoro sul testo svolto a scuola, insieme, seguendo le molte sollecitazioni inventive che ogni testo è capace di offrire.

Un esempio molto interessante, che mi ha colto di sorpresa, è quello offertomi dalla scuola media “Leopardi” di Jesi dove i professori e la preside hanno attivamente lavorato a un progetto che ha coinvolto gli studenti delle terze medie, basandosi su “Zorro nella neve” (Il Castoro). Il libro è diventato strumento di riflessione semantica, come si può fare a scuola, ha offerto spunti di autoriflessione su alcuni temi (il coraggio, i sentimenti, l’odore come traccia biografica), ma ha portato anche a realizzare pagine di scrittura narrativa (un nuovo punto di vista interno al romanzo), e all’elaborazione di un video a seguito di una visita al canile municipale, dove gli studenti hanno scoperto “il mondo di Mary”, cioè della volontaria che si occupa dei cani abbandonati nel mio romanzo. Un secondo video (meno studiato del primo, più occasionale), è stato girato durante l’esercitazione offerta dalla polizia con le unità cinofile: la realtà praticamente si apriva oltre le pagine del romanzo, confermando il contesto realistico in cui è stato ambientato.

Inoltre, gli studenti hanno scelto brani e li hanno letti ad alta voce seguendo le orme tracciate sul pavimento della sala dove si è tenuto l’incontro, in una drammatizzazione accompagnata dalla musica eseguita dal vivo da un gruppo di ragazzi.

Bellissimo e interessante anche il “prodotto” che mi hanno regalato e cioè un grosso contenitore a forma di libro, intitolato Frammenti di Bio(dori)grafie, che racchiudeva oggetti che provocano o mantengono un preciso, inconfondibile odore e che sono in grado di rievocare ricordi: la pallina, lo spray solare, un dopobarba, le figurine, la carta del libro, il bagnoschiuma… Su questi odori speciali, i ragazzi hanno scritto pagine intense e toccanti, in certi casi migliori di tante pagine che si leggono nei libri per “grandi”, lontani ormai anni luce dalla grazia della sinestesia.

fotocopiaMi domando quanta potenza dovrei imprimere nei miei romanzi, quali parole formidabili dovrei inserire, che tocchino i lettori, li facciano vibrare anche quando leggono le mie storie tramite fotocopie?

Perché un conto è leggere un romanzo, un racconto o una poesia in un libro, in un oggetto cioè che è stato (spesso lungamente) pensato in un formato, con una carta, un’impaginazione, con una copertina spesso bellissima ed evocativa della storia, un oggetto che ha dimensioni compatte, che si apre e si chiude come un cofanetto di gioielli, si sfoglia, e volendo si scorre avanti e indietro. Un altro è leggere la stessa storia su fogli sparsi, spillati insieme in un angolo, a volte grigiastri, di sicuro poco incoraggianti e soprattutto somiglianti alle dispense scolastiche, o ai questionari di valutazione.

Allora: che salto deve fare la mente del lettore per non associare la mia storia a un test Invalsi o alla parte di un saggio di storia o scienze fotocopiato (se nei giusti termini di legge e cioè non l’intero testo) in biblioteca?

Mi si dirà: ma lo dici anche tu che il lettore legge tutto su ogni supporto, quindi… Ma il lettore come me non ama leggere in fotocopia, non c’è dubbio che legga su un tablet come su un libro, ma oggi trova comunque sempre superiore il libro al tablet, che è molto più rigido e meno gratificante della pagina che si sfoglia. Il lettore come me poi è un lettore fortissimo, che legge circa 3 ore al giorno, a volte anche di più, mentre il lettore ragazzino non sempre è così forte, va anzi catturato, conquistato e dubito che si possa farlo con un pacchetto di fotocopie. Il lettore merita il meglio, merita un bellissimo libro.