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Lettura

S’alzan l’arme contro l’uso del famigerato “politically correct” in letteratura, naturalmente dei bambini.  Ma la letteratura per ragazzi è sempre in fin dei conti “educativa”. Anche se di puro intrattenimento, non lasciatevi ingannare, nasconde moltissimi paletti o, come dicono in altro modo elegante, “parametri”.

Così alcuni scrittori (importanti, e uomini) sbraitano o si lamentano contro lo stravolgimento delle fiabe che dagli USA propagherebbero un modello nuovo per storie antichissime, anzi, ancestrali (e dunque simboliche): ma è polemica vecchia, sono decenni che in USA si vorrebbero proibire le fiabe, e di fatto non c’è stato neppure bisogno di proibirle, perché nessuno le legge né le racconta più, nell’allegro oblio dell’ignoranza moderna.

Se è per questo, tutti i classici stanno passando direttamente in quel buco nero che è “fare a meno della lettura tanto c’è Internet”, e la manipolazione sociale passa appunto per l’ipocrisia del politically correct o dei “parametri” editoriali per cui nei romanzi non si parla di politica (attuale) né di certi temi scottanti, primo dei quali il sesso (orrore supremo).

Ma il politically correct è infidissimo, come tutte le armi ideologiche. E chi si era piegato a evitare argomenti tabù e scrivere storielle divertenti epurate da un’editoria terrorizzata dai numeri (che tanto sono sempre bassi), ora si trova a passare la gogna di ben altre richieste, dettate dai “nuovi parametri” scaturiti da un mercato mutato. Leggono di più le ragazze, e allora i protagonisti e le storie devono essere tutte al femminile, ma un femminile non troppo esuberante, eh, meglio le rivisitazioni del passato con eroina piratesca o guerriera, tanto è tutta fantasia, buona per un empowerment che è dagli anni ’90 che sento dire, e che è lento assai.

Che la letteratura sia poco corretta si sa dai tempi di Omero, che mise come protagonista un farabutto come Ulisse, infido, traditore e meschino, un “eroe” che fece distruggere una città con un’astuzia spregevole, ingannò tutte le donne possibili e immaginabili (pure maghe), ammazzò e rubò, e alla fine riuscì pure a cavarsela. Sono sicurissima che anche all’epoca ci fossero regole assai precise per raccontare storie “politically correct” che piacessero a Pisistrato, magari per le sue splendide, partecipatissime Panatenee.

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Chiedo ai ragazzi del laboratorio di scrittura che cosa leggano. Saltano fuori titoli classici, consigli dei prof: L’amico ritrovato, 1984, Il sergente nella neve. Per carità, romanzi bellissimi, che anch’io ho letto più o meno alla loro età, ma all’incirca 40 anni fa. Nel frattempo, ne è passata di letteratura sotto i ponti.

Io non dico che non vadano bene, ma che i ragazzi non riescano a entrare nel mondo della narrativa contemporanea, ecco questo mi sembra un grandissimo peccato. Rischiano di avere come modello una scrittura novecentesca, un modo di vedere e raccontare le cose che non appartiene a loro, ma a una generazione che non è nemmeno la mia, figurarsi quella successiva. Si rischia di far passare il messaggio che la letteratura è indietro rispetto ai nuovi mezzi tecnologici, così presenti e anche un po’ futuri. Invece la letteratura è oggi, sa narrare su piani paralleli come fa il cinema, sa creare atmosfere impressionanti, più di un film o un video horror, sa usare linguaggi differenti, e parlare tutti gli idioletti compresi quelli giovanili e locali.

Giovani non lettori: colpa loro che stanno sempre chini sugli schermi dei cellulari? Un tempo si diceva che non leggevano per colpa della Tv, poi del computer, poi della playstation… c’è sempre un buon motivo per non aprire un libro. Però ce n’è sempre qualcuno buono per cui vale la pena aprire più di un libro e cioè esplorare la condizione umana, che è la nostra e la loro, e come già diceva Leopardi “presente e viva”.

Natale è sempre il periodo in cui finalmente si entra in libreria e si cerca qualcosa da regalare “che abbia sostanza”, forse “che duri nel tempo” e che non costi come un diamante. Posso fare un piccolo appello personale e chiedere di non comprare per l’ennesima volta “Il piccolo principe” ai bambini e ai ragazzi?

Durante gli incontri con i lettori (grandi e piccoli), molti chiedono se ci sarà un seguito della storia. A volte penso che ormai le persone siano abituate alla serialità sia televisiva che letteraria, ma una spiegazione mi arriva da Proust (qualcuno ancora sa chi è, altrimenti, prego digitare su Google):

“Una della grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “conclusioni” e per il lettore “Incitamenti”. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto ciò che egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma per una legge singolare e provvidenziale dell’ottica spirituale – legge che significa forse che la verità non possiamo riaverla da nessun e che dobbiamo cercarla noi stessi – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: in modo che, proprio nel momento in cui hanno detto tutto quanto ci potevano dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero per niente: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di  sentimenti personali.”(Marcel Proust, Giornate di lettura, Einaudi, 1958)

Non sarebbe questa una bella traccia per un tema della maturità?

Oggi pubblico il testo di Alice Bracciali, 13 anni, su un amore davvero speciale:

Ho sempre pensato che l’amore fosse una cosa frivola, soprattutto a questa età. Che un fidanzato non serve a niente, che un amico è davvero meglio, perché ti fa ridere e ti fa compagnia senza che tu abbia impegni particolarmente vincolanti verso di lui.
Tutto questo fino al giorno in cui l’ho conosciuto.
Voglio essere sincera, a primo impatto mi è stato antipatico, non faceva per me. Sembrava finto, con quel sorriso di plastica e quelle mani di carta.
Non era tanto facile evitarlo: tutte lo veneravano come una cosa bellissima. Ed effettivamente lo era, ma io dovevo essere diversa. Non potevo cadere in quella trappola, perché prima o poi mi avrebbe lasciata, come tutti gli altri.
Non dovevo guardarlo e non dovevo curarmi del suo profumo; le sue mani di carta mi avrebbero fatto male.
Era troppo diverso da me.
Mattina dopo mattina, gli passavo davanti, certe volte anche il pomeriggio. Lui era sempre lì e mi guardava finché non scomparivo in mezzo alla gente.
Forse già un po’ mi piaceva, forse era solo curiosità.
Non voglio sembrare pazza, ma lui mi perseguitava. Lo sognavo la notte, e quando gli passavo davanti mi si attorcigliava la pancia.
Avrei dovuto dar ascolto ai miei genitori e trovarmi un’amica: avrei potuto raccontarle tutto ciò.
Un giorno mi feci coraggio e gli parlai, mi feci accarezzare le guance dalle sue mani di carta e il suo sorriso di plastica mi rapì.
Stette con me qualche settimana e mi fece innamorare, per la prima volta sul serio.
Era diverso da me e da tutto ciò che potevo immaginare, non era ”come’,’ non era ”tipo”, era lui e basta.
Ed io ero io, non ero speciale o unica, ero semplicemente una ragazza con un amore nelle mani.
Come sapevo già le sue mani di carta alla fine mi tagliarono.
Gli passo sempre davanti, ma ora lui è in un posto diverso.
Ogni tanto rispolvero la nostra storia, la storia che ho amato più di tutte.
Eravamo davvero troppo diversi, io ero troppo io, e lui era semplicemente troppo lui, eravamo destinati a durare poco. Se ne è andato, ma io ho fatto diventare una relazione… una vera e propria dipendenza.
Forse ho sbagliato a farmi amico quel libro per poi innamorarmene disperatamente.

Oggi il post è scritto da una ragazza di undici anni, Livia S., che frequenta la prima media e ha redatto questo “racconto” intorno al mio libro “Voglio fare il cinema”. Leggete leggete, prima di dire che i ragazzi non leggono e stanno fissi sul cellulare…

Quando ero piccola avevo un grande sogno: fare la scrittrice. Tutti i giorni mi divertivo ad avventurarmi nelle storie che scrivevo, piccoli appunti che agli occhi di una bambina parevano passatempi e che riempivano le mie giornate noiose. Ogni difficoltà spariva, portata dalla fantasia come le foglie d’autunno trasportate dal vento. Crescendo diventai la persona che temevo più al mondo, quella che ogni giorno cresceva e con lei la sua razionalità, le sue paure, e le sue responsabilità. La persona di cui sto parlando non aveva più tempo per le sue avventure dove un lenzuolo diventava la tenda degli indiani che tutti i sabati le raccontavano storie bizzarre intorno a un fuoco, aveva dimenticato tutto e lo aveva lasciato a sua insaputa in un cassetto del suo cuore che non aveva il coraggio di riaprire.

Aspiravo ai diciotto, quando una mattina di vacanza come le altre mi svegliai con un volantino trasportato dal vento sulla faccia, la cosa mia aveva seccata perciò volli leggere l’annuncio che mi aveva fatto arrabbiare. Non ho mai creduto nel destino, ma dopo aver letto quel volantino capii che forse esisteva davvero. Infatti quell’annuncio mi fece ricordare tutta la mia infanzia; scrivere un “corto” e presentarlo davanti ai giudici di Milano con una troupe era il mio sogno, ed era la mia occasione per distinguermi dagli altri, per ritrovare la mia parte bambina persa nel mio cuore. Non so se fosse l’emozione, ma mi scordai completamente di non avere alcuna troupe che mi aiutasse a realizzare la mia storia: era in situazioni come questa che consultavo la mia migliore amica Anna.

Stetti al telefono con le per ore e arrivammo insieme alla conclusione che un caso composto da professionisti non me lo potevo permettere e poi non c’era tempo per fare audizioni a giovani talenti. Mi serviva una troupe a cui non importava troppo il lavoro in sé, ma che era disposta a farlo per vedere i loro nomi nei titoli di testa, e la troupe più appropriata era la mia classe. Così proposi il mio progetto e grazie alla mia fortuna che voleva continuassi a scrivere, tutti accettarono e io scelsi i ruoli.

(seguono i nomi e i diversi ruoli del cast)

 

writingTutti coloro che chiedono, a me e a tutti gli scrittori, come facciamo ad avere delle “idee” e come si fa a scrivere un libro, dovrebbero procurarsi “On writing”, sulla scrittura, di Stephen King (riedito a distanza di 15 anni da Frassinelli, con traduzione di Arduino e prefazione di Loredana Lipperini).

Prima di tutto perché tanto vale sentire l’opinione di uno degli scrittori di massimo successo mondiale (se proprio si vuole un modello, meglio il top), inoltre perché è divertente, non ha pretese saggistiche né didattiche, non offre ricette semplici, ma dice papale papale che: 1) bisogna leggere moltissimo 2) bisogna scrivere moltissimo, tutti i santi giorni (lui per esempio non conosce feste di nessun tipo) 3) bisogna scordarsi strategie tipo scaletta, trama, costruzione del personaggio, applicazione di tecniche narrative, come insegnano le scuole di scrittura e invece bisogna 4) affidarsi all’istinto, seguire la storia o meglio “disseppellirla”, lasciando che i personaggi se la cavino un po’ da soli di fronte alle avversità, cioè ponendosi molte domande e provando a dare risposte sensate, plausibili, umane, soprattutto facendo riferimento alla propria esperienza,. a “cioè che si sa”.

Facile, vero? Per niente. E’ come dire che per danzare come Bolle bisogna avere il suo fisico la sua disciplina la sua sensibilità il suo talento, in una parola, essere Bolle. Le strategie che si insegnano, appunto la scaletta e la trama, il lavoro sui personaggi (personalmente ho fatto anche schede descrittive per averli in mente), il contesto, sono per lo scrittore di medio livello, come me, che al massimo sono tradotta in Cina, ma mai negli Stati Uniti, paese che sa sempre insegnare al mondo più che imparare. Come grande lettrice di King, e ammiratrice del suo inesauribile talento, leggo e imparo anch’io. Mi lascio affascinare, e ingannare dal grande ammaliatore, dallo scrittore che già che c’è ci racconta molto bene l’ennesima storia: di come si racconta una storia.

 

Libernauta16LIBERNAUTA, sedicesima edizione: ce l’abbiamo fatta a organizzarlo e tra pochi giorni comincerà ufficialmente nelle biblioteche e nelle scuole della provincia di Firenze.

Cos’è? Un concorso di lettura per ragazzi dai 14 ai 20 anni. Facilissimo. Si va in biblioteca, si sceglie uno o più libri o anche tutti quelli proposti (15 indicati da una commissione di esperti, insegnanti, bibliotecari, animatori + 1 indicato dai ragazzi), si leggono, si scrive una breve recensione, e si può vincere viaggi, buoni per acquisto libri, biglietti per concerti o spettacoli…

Ma chi vince? Vincono i lettori. Non è un premio letterario per il miglior libro o il migliore autore. E’ un concorso per i lettori, che sono protagonisti assoluti. Sono loro che nel corso del progetto realizzano video-clip, drammatizzazioni, libretti, interviste, che incontrano gli scrittori e ne discutono. Anche alla radio, anche sui loro blog come “Qualcuno con cui correre” tenuto rigorosamente da adolescenti lettori.

Come si svolge? Quest’anno si ricomincia con un modulo diverso. Non più durante l’anno scolastico, ma durante l’estate. La lista dei libri verrà presentata domani, nel corso di una conferenza stampa, sarà diffusa dalle biblioteche del circuito provinciale e sarà presentata nelle scuole dal gruppo Gli Allibratori. Poi, nei lunghi mesi estivi, ci sarà tempo sufficiente per leggere e riflettere e dare la propria opinione. Da settembre fino a novembre ci saranno gli incontri con gli scrittori, le interviste, i laboratori e a dicembre si terrà la premiazione dei lettori.

Ce l’abbiamo fatta, noi tenaci e convinti promotori della lettura e cioè io, Loredana Lipperini e Matteo Biagi del comitato scientifico, i bibliotecari irriducibili del Sistema bibliotecario della provincia di Firenze, gli instancabili animatori del gruppo Allibratori, gli entusiasti insegnanti delle scuole superiori e i tanti giovanissimi libernauti che ci seguono, ci credono.

Tutti pronti? Si decolla nell’interspazio della letteratura!