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lettori

Chiedo ai ragazzi del laboratorio di scrittura che cosa leggano. Saltano fuori titoli classici, consigli dei prof: L’amico ritrovato, 1984, Il sergente nella neve. Per carità, romanzi bellissimi, che anch’io ho letto più o meno alla loro età, ma all’incirca 40 anni fa. Nel frattempo, ne è passata di letteratura sotto i ponti.

Io non dico che non vadano bene, ma che i ragazzi non riescano a entrare nel mondo della narrativa contemporanea, ecco questo mi sembra un grandissimo peccato. Rischiano di avere come modello una scrittura novecentesca, un modo di vedere e raccontare le cose che non appartiene a loro, ma a una generazione che non è nemmeno la mia, figurarsi quella successiva. Si rischia di far passare il messaggio che la letteratura è indietro rispetto ai nuovi mezzi tecnologici, così presenti e anche un po’ futuri. Invece la letteratura è oggi, sa narrare su piani paralleli come fa il cinema, sa creare atmosfere impressionanti, più di un film o un video horror, sa usare linguaggi differenti, e parlare tutti gli idioletti compresi quelli giovanili e locali.

Giovani non lettori: colpa loro che stanno sempre chini sugli schermi dei cellulari? Un tempo si diceva che non leggevano per colpa della Tv, poi del computer, poi della playstation… c’è sempre un buon motivo per non aprire un libro. Però ce n’è sempre qualcuno buono per cui vale la pena aprire più di un libro e cioè esplorare la condizione umana, che è la nostra e la loro, e come già diceva Leopardi “presente e viva”.

Natale è sempre il periodo in cui finalmente si entra in libreria e si cerca qualcosa da regalare “che abbia sostanza”, forse “che duri nel tempo” e che non costi come un diamante. Posso fare un piccolo appello personale e chiedere di non comprare per l’ennesima volta “Il piccolo principe” ai bambini e ai ragazzi?

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Oggi il post è scritto da una ragazza di undici anni, Livia S., che frequenta la prima media e ha redatto questo “racconto” intorno al mio libro “Voglio fare il cinema”. Leggete leggete, prima di dire che i ragazzi non leggono e stanno fissi sul cellulare…

Quando ero piccola avevo un grande sogno: fare la scrittrice. Tutti i giorni mi divertivo ad avventurarmi nelle storie che scrivevo, piccoli appunti che agli occhi di una bambina parevano passatempi e che riempivano le mie giornate noiose. Ogni difficoltà spariva, portata dalla fantasia come le foglie d’autunno trasportate dal vento. Crescendo diventai la persona che temevo più al mondo, quella che ogni giorno cresceva e con lei la sua razionalità, le sue paure, e le sue responsabilità. La persona di cui sto parlando non aveva più tempo per le sue avventure dove un lenzuolo diventava la tenda degli indiani che tutti i sabati le raccontavano storie bizzarre intorno a un fuoco, aveva dimenticato tutto e lo aveva lasciato a sua insaputa in un cassetto del suo cuore che non aveva il coraggio di riaprire.

Aspiravo ai diciotto, quando una mattina di vacanza come le altre mi svegliai con un volantino trasportato dal vento sulla faccia, la cosa mia aveva seccata perciò volli leggere l’annuncio che mi aveva fatto arrabbiare. Non ho mai creduto nel destino, ma dopo aver letto quel volantino capii che forse esisteva davvero. Infatti quell’annuncio mi fece ricordare tutta la mia infanzia; scrivere un “corto” e presentarlo davanti ai giudici di Milano con una troupe era il mio sogno, ed era la mia occasione per distinguermi dagli altri, per ritrovare la mia parte bambina persa nel mio cuore. Non so se fosse l’emozione, ma mi scordai completamente di non avere alcuna troupe che mi aiutasse a realizzare la mia storia: era in situazioni come questa che consultavo la mia migliore amica Anna.

Stetti al telefono con le per ore e arrivammo insieme alla conclusione che un caso composto da professionisti non me lo potevo permettere e poi non c’era tempo per fare audizioni a giovani talenti. Mi serviva una troupe a cui non importava troppo il lavoro in sé, ma che era disposta a farlo per vedere i loro nomi nei titoli di testa, e la troupe più appropriata era la mia classe. Così proposi il mio progetto e grazie alla mia fortuna che voleva continuassi a scrivere, tutti accettarono e io scelsi i ruoli.

(seguono i nomi e i diversi ruoli del cast)

 

IMG_5531 IMG_5532Progetto Lettura sopravvive nelle scuole grazie alla tenacia e alla passione di sparuti gruppi di insegnanti e di capi d’istituto che credono nella capacità formativa della letteratura contemporanea e del lavoro sul testo svolto a scuola, insieme, seguendo le molte sollecitazioni inventive che ogni testo è capace di offrire.

Un esempio molto interessante, che mi ha colto di sorpresa, è quello offertomi dalla scuola media “Leopardi” di Jesi dove i professori e la preside hanno attivamente lavorato a un progetto che ha coinvolto gli studenti delle terze medie, basandosi su “Zorro nella neve” (Il Castoro). Il libro è diventato strumento di riflessione semantica, come si può fare a scuola, ha offerto spunti di autoriflessione su alcuni temi (il coraggio, i sentimenti, l’odore come traccia biografica), ma ha portato anche a realizzare pagine di scrittura narrativa (un nuovo punto di vista interno al romanzo), e all’elaborazione di un video a seguito di una visita al canile municipale, dove gli studenti hanno scoperto “il mondo di Mary”, cioè della volontaria che si occupa dei cani abbandonati nel mio romanzo. Un secondo video (meno studiato del primo, più occasionale), è stato girato durante l’esercitazione offerta dalla polizia con le unità cinofile: la realtà praticamente si apriva oltre le pagine del romanzo, confermando il contesto realistico in cui è stato ambientato.

Inoltre, gli studenti hanno scelto brani e li hanno letti ad alta voce seguendo le orme tracciate sul pavimento della sala dove si è tenuto l’incontro, in una drammatizzazione accompagnata dalla musica eseguita dal vivo da un gruppo di ragazzi.

Bellissimo e interessante anche il “prodotto” che mi hanno regalato e cioè un grosso contenitore a forma di libro, intitolato Frammenti di Bio(dori)grafie, che racchiudeva oggetti che provocano o mantengono un preciso, inconfondibile odore e che sono in grado di rievocare ricordi: la pallina, lo spray solare, un dopobarba, le figurine, la carta del libro, il bagnoschiuma… Su questi odori speciali, i ragazzi hanno scritto pagine intense e toccanti, in certi casi migliori di tante pagine che si leggono nei libri per “grandi”, lontani ormai anni luce dalla grazia della sinestesia.

bibliogardenQuesta è la lettura in Italia, oggi: un affare da bambini e ragazzi, un po’ come la musica pop, che si ascolta da adolescenti e poi mai più e si resta a rinvangare vecchie glorie, senza incuriosirsi mai di quel che c’è dopo, senza aggiornarsi mai, vanagloriandosi di un tempo antico che, si sa, è sempre migliore.

Ecco i dati, riportati dall’amica Loredana Lipperini nel suo blog di cui riporto la parte numerica:

A Francoforte sono stati ricordati anche i dati Istat sulla lettura, secondo i quali  chi non legge neppure un libro, sempre nel 2014, è il 58.6% degli italiani. Nel particolare. Il 39,1% di tutti i professionisti e dirigenti italiani non legge. Il 25,1 di tutti i laureati italiani non legge. Significa che circa il 40% dei professionisti, dirigenti e manager italiani non legge. Significa quasi la metà. Significa che la classe dirigente, per larga parte, non legge – attenzione- neanche UN libro l’anno. E quel quarto di laureati che ugualmente non legge neanche UN libro l’anno va messo a confronto con le stesse percentuali di altri paesi. Ovvero: in Spagna i laureati non lettori sono 8,3 e i dirigenti il 17. In Francia il 9 i laureati, i dirigenti e professionisti il 17.

Ora: come si fa a disegnare case e ponti e piazze e forse biblioteche senza mai leggere nemmeno un libro, per esempio di poesia che tanto può ispirare architetti, consolare medici, far sognare banchieri o ingegneri? O di sociologia, per capire magari dove siamo, di archeologia per sapere chi eravamo? Ma anche per non essere brutali, prosaici, non rimanere nella dimensione univoca della materialità presente, contingente, trasformando la contingenza in unica triste condizione del vivere sociale e personale?

Meno male che ancora i bambini un po’ leggono, se hanno la preziosa fortuna d’incontrare una maestra che legge le fiabe, racconta le storie. E anche i ragazzi, se il caso mette loro sulla strada una brava prof, un bravo prof che li illumina con libri che li accompagneranno per tutta la vita. Quei prof che ho il privilegio di conoscere nei miei viaggi per l’Italia disastrata da ignoranza e incuria, indifferenza e avidità, quei prof salvano la nostra cultura, la nostra inventiva e la nostra capacità di raccontarci e relazionarci. Un pugno di prof ci salva dal perderci nel bosco dell’insensatezza.

images-1Tra poche settimane ricomincia la scuola, ma forse bisognerebbe tornarci tutti. Non so quanti abbiano approfittato della pausa estiva, delle poche ferie o dei fine settimana in spiaggia, per leggere, ma ho il sospetto che siano sempre meno. Guardandomi intorno, soprattutto in quelle zone asfittiche e alienanti che sono le sale d’attesa degli aeroporti o delle stazioni ferroviarie, nei treni, nei pullman, ho visto soltanto gente incollata al cellulare. Meno male che si temeva l’avvento del tablet! Ma quanti hanno in mano un lettore elettronico?

Così, ecco uno dei risultati: “Nelle indagini fatte in Italia è restato costante un dato: solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”

Interessante. Perché fa capire che “leggere” non è il solito sfizio di gente annoiata o asociale, è una pratica e un indispensabile esercizio per la comprensione in generale. Quanto alla fonte cui ho attinto: Tullio De Mauro, non so se conoscete.

libriantichiIn margine all’intervista a John Galassi, presidente della massima casa editrice statunitense Farrar, Strauss & Giroux, si potrebbe aggiungere, oltre alla constatazione che “oggi tutti scrivono”, e anche “tutti fanno i critici” senza avere particolare conoscenza della letteratura, senza magari avere a disposizione qualche strumento d’indagine critica, e persino “tutti fanno gli editori”, grazie alle tecnologie che permettono di stampare agilmente senza bisogno di avere un’azienda mastodontica alle spalle come un tempo, insomma si potrebbe aggiungere che tutti cantano e suonano, anzi a me pare che oggi siano molti di più quelli che cantano di quelli che scrivono, grazie alle trasmissioni di talent televisivi che si sprecano, e già che abbiamo allargato il campo artistico, “tutti” recitano, benché i teatri siano in crisi e il cinema sia un’ancella della televisione, e “tutti” dipingono, anche se il mercato dell’arte è una élite esclusiva, per non dire che veramente tutti, ma proprio tutti, fotografano, come dimostra Istagram.

Bisogna prendere atto che le tecnologie hanno permesso l’irruzione nel mercato di una varietà infinita di soggetti. Per esempio, quelli che scrivono non sono più alcuni intellettuali e gli editori non sono più il gruppo di rampolli di famiglie ricche che aspirano a far parte della storia della letteratura. Quanto alla critica, il pubblico può dire la sua attraverso recensioni e pareri che spesso dimostrano una certa competenza, basti leggere i report su Amazon o su Mymovie per il cinema. Che scocciatura non essere più i veri e unici depositari della cultura!

Ma alla fine, ci accorgiamo che stiamo parlando di un pubblico immenso, planetario. Quante copie vendevano nel Novecento gli autori, anche più affermati? Qualche centinaia di migliaia di copie? Ora parliamo di decine di milioni per i best seller e centinaia di migliaia anche per scrittori meno commerciali, addirittura decine di migliaia per esordienti o scrittori di generi.

Dal che deduco che l’intervista e il suo contenuto siano pretestuosi, tanto per dire che chi parla è il migliore, il più blasonato, il solo che ha veri autori di razza. Poi, certo, abbiamo sempre l’occhio sullo smartphone e le informazioni ci arrivano in tempo reale. Ma una volta, la gente qualsiasi, quelli come noi, le informazioni non le aveva proprio. Quanto ai libri, erano considerati oggetti preziosi, se non sacri. Mentre oggi li troviamo dappertutto, anche in spiaggia e pazienza allora se l’autore è il bagnino, magari ha più cose da raccontarci di un filosofo.

leggoTra una decina di giorni (23 aprile) si celebrerà la “giornata del libro” con alla mano i dati catastrofici della lettura in Italia, franata spaventosamente nell’ultimo anno (sembra che siano svaniti ottocentomila lettori, una rotta pari a Caporetto). Che c’è da celebrare, allora? La memoria di quando si leggeva?

Alcuni articoli, come quello molto bello di Nicola Lagioia su Internazionale parlano però di “altra Italia”, dove ci sono i librai intrepidi, gli scrittori dediti al volontariato, gli insegnanti coraggiosi e i tanti che cercano di puntellare la rovinosa caduta. Devo però dirvi, dal mio piccolissimo osservatorio, che questi bravissimi e coraggiosi promotori del leggere, che comprendono in primis i bibliotecari, ci sono da almeno vent’anni e da vent’anni gridano nel deserto che i lettori stanno scomparendo. Sono vent’anni infatti che viaggio per l’Italia, nelle scuole, biblioteche e librerie, facendo un lavoro faticosissimo insieme a insegnanti e operatori testardi come me e sostanzialmente poco o nulla considerati, anzi, demoralizzati.

I segnali della caduta c’erano da un bel po’, perché la pedagogia della lettura si fa a scuola e se alla scuola si toglie tutto, compreso il piacere di insegnare, allora ci si domanda da dove e come dovrebbero spuntare nuovi e motivatissimi lettori, lettori di letteratura e non semplici consumatori di ricettari o barzellettari o effimeri successi anglo-americani. Già da alcuni anni amici insegnanti mi confessavano che non possono permettersi di comprare libri, e mantenersi informati. Certo, esiste la biblioteca, ma già che c’eravamo, abbiamo tagliato un po’ anche lì e i bibliotecari devono con fatica mantenere le collezioni aggiornate. Inoltre: la biblioteca è un presidio e sostiene l’informazione e la formazione anche dei docenti, ma che un insegnante non possa comprarsi almeno un libro alla settimana non è soltanto triste e causato dalla crisi economica, è pura follia: senza bravi professori non si semina e non si raccoglie nulla, figurarsi la lettura.

Fino a tutti gli anni ’90, si citava a tutta manetta Pennac, che consigliava appunto di condividere la passione della lettura a scuola. Si è prudentemente smesso, e poi è passato di moda. In fondo, si dice, anche l’industria musicale è defunta e pure il cinema italiano. Consoliamoci: noi italiani siamo chef, anzi masterchef, facciamo l’Expo sul cibo e anche quando ci troviamo tra di noi, a cena, parliamo di mangiare, qualcosa che incredibilmente non ci annoia, non ci affatica, non ci delude mai.