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Ricomincio a scrivere sul blog dopo che qualche persona mi ha chiesto perché non recensisco più. Me ne sono stupita, convinta che nessuno si prendesse più la briga di leggere i miei consigli di lettura e le recensioni di libri e film. Ma per quei tre-quattro che vogliono confrontarsi su letture condivise, rieccomi, molto volentieri.

E ricomincio con un bel romanzo, appena uscito con Mondadori: Terremoto di Chiara Barzini. L’ho letto con molto interesse, appassionandomi alla storia di stampo autobiografico ambientata nella Los Angeles di vent’anni fa, l’ho letto portandomi sempre il libro con me, come in tanti facevamo una volta, prima di essere distratti da tablet e soprattutto smartphone con social che ti chiedono a cosa stai pensando e ti avvertono che migliaia di persone a cui piaci non hanno più tue notizie da un giorno!

Dunque, in epoca pre-social si colloca un romanzo di formazione femminile, in cui il terremoto è prima di tutto esistenziale con il distacco forzato di una adolescente dal suo ambiente e dai suoi amici, la Roma tutto sommato giovanilmente vivace degli anni Novanta, ma da un punto di vista lavorativo già disastrosa e annoiata dai suoi tanti artisti e aspiranti tali. La famiglia di Eugenia è composta da un padre aspirante regista di horror e una madre che lo asseconda e lo segue devota, ex ragazzi ribelli degli anni ’70 e molto idealisti, e in ritardo sul viaggio mitico negli States alla ricerca di un cinema indipendente perduto. Eugenia e suo fratello più piccolo, balzati in una tetra Los Angeles post-scontri razziali, faticano a integrarsi tra i coetanei, nelle scuole dove sono considerati né più né meno che come rifugiati armeni. Scompaiono tutti gli stereotipi (nostri) che pensano gli italiani molto “cool” e famosi per la moda o le auto di lusso.

Alienata, diversa dalle altre ragazze, Eugenia cerca di crearsi una corazza, non avendo suo padre Ettore, narcisista ed egoista, avuto la capacità e la responsabilità di proteggere la propria famiglia in un paese apparentemente accogliente, in realtà spietato e violento, prima di tutto nei confronti dei ragazzini, addirittura dei propri figli che si trovano alle dipendenze di padri-padroni, o legati a logiche di clan, tutti comunque incasellati in una società organizzata come un alveare dalle molte cellette prestabilite.

Un romanzo lucido, che, come nel caso di Teresa Ciabatti, mette al centro una ragazza nella relazione con un padre, in questo caso fragile ed egocentrico, e con una madre-bambina svaporata, un romanzo intenso e pieno di amore per l’innocenza della giovinezza, che sa trasmettere il bisogno disperato di relazioni in una Valley che più che di stelle appare davvero di lacrime.

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Libernauta16LIBERNAUTA, sedicesima edizione: ce l’abbiamo fatta a organizzarlo e tra pochi giorni comincerà ufficialmente nelle biblioteche e nelle scuole della provincia di Firenze.

Cos’è? Un concorso di lettura per ragazzi dai 14 ai 20 anni. Facilissimo. Si va in biblioteca, si sceglie uno o più libri o anche tutti quelli proposti (15 indicati da una commissione di esperti, insegnanti, bibliotecari, animatori + 1 indicato dai ragazzi), si leggono, si scrive una breve recensione, e si può vincere viaggi, buoni per acquisto libri, biglietti per concerti o spettacoli…

Ma chi vince? Vincono i lettori. Non è un premio letterario per il miglior libro o il migliore autore. E’ un concorso per i lettori, che sono protagonisti assoluti. Sono loro che nel corso del progetto realizzano video-clip, drammatizzazioni, libretti, interviste, che incontrano gli scrittori e ne discutono. Anche alla radio, anche sui loro blog come “Qualcuno con cui correre” tenuto rigorosamente da adolescenti lettori.

Come si svolge? Quest’anno si ricomincia con un modulo diverso. Non più durante l’anno scolastico, ma durante l’estate. La lista dei libri verrà presentata domani, nel corso di una conferenza stampa, sarà diffusa dalle biblioteche del circuito provinciale e sarà presentata nelle scuole dal gruppo Gli Allibratori. Poi, nei lunghi mesi estivi, ci sarà tempo sufficiente per leggere e riflettere e dare la propria opinione. Da settembre fino a novembre ci saranno gli incontri con gli scrittori, le interviste, i laboratori e a dicembre si terrà la premiazione dei lettori.

Ce l’abbiamo fatta, noi tenaci e convinti promotori della lettura e cioè io, Loredana Lipperini e Matteo Biagi del comitato scientifico, i bibliotecari irriducibili del Sistema bibliotecario della provincia di Firenze, gli instancabili animatori del gruppo Allibratori, gli entusiasti insegnanti delle scuole superiori e i tanti giovanissimi libernauti che ci seguono, ci credono.

Tutti pronti? Si decolla nell’interspazio della letteratura!

IMG_5531 IMG_5532Progetto Lettura sopravvive nelle scuole grazie alla tenacia e alla passione di sparuti gruppi di insegnanti e di capi d’istituto che credono nella capacità formativa della letteratura contemporanea e del lavoro sul testo svolto a scuola, insieme, seguendo le molte sollecitazioni inventive che ogni testo è capace di offrire.

Un esempio molto interessante, che mi ha colto di sorpresa, è quello offertomi dalla scuola media “Leopardi” di Jesi dove i professori e la preside hanno attivamente lavorato a un progetto che ha coinvolto gli studenti delle terze medie, basandosi su “Zorro nella neve” (Il Castoro). Il libro è diventato strumento di riflessione semantica, come si può fare a scuola, ha offerto spunti di autoriflessione su alcuni temi (il coraggio, i sentimenti, l’odore come traccia biografica), ma ha portato anche a realizzare pagine di scrittura narrativa (un nuovo punto di vista interno al romanzo), e all’elaborazione di un video a seguito di una visita al canile municipale, dove gli studenti hanno scoperto “il mondo di Mary”, cioè della volontaria che si occupa dei cani abbandonati nel mio romanzo. Un secondo video (meno studiato del primo, più occasionale), è stato girato durante l’esercitazione offerta dalla polizia con le unità cinofile: la realtà praticamente si apriva oltre le pagine del romanzo, confermando il contesto realistico in cui è stato ambientato.

Inoltre, gli studenti hanno scelto brani e li hanno letti ad alta voce seguendo le orme tracciate sul pavimento della sala dove si è tenuto l’incontro, in una drammatizzazione accompagnata dalla musica eseguita dal vivo da un gruppo di ragazzi.

Bellissimo e interessante anche il “prodotto” che mi hanno regalato e cioè un grosso contenitore a forma di libro, intitolato Frammenti di Bio(dori)grafie, che racchiudeva oggetti che provocano o mantengono un preciso, inconfondibile odore e che sono in grado di rievocare ricordi: la pallina, lo spray solare, un dopobarba, le figurine, la carta del libro, il bagnoschiuma… Su questi odori speciali, i ragazzi hanno scritto pagine intense e toccanti, in certi casi migliori di tante pagine che si leggono nei libri per “grandi”, lontani ormai anni luce dalla grazia della sinestesia.

ghinelliIl terzo libro che ho consigliato nel corso della trasmissione Fahrenheit è Almeno il cane è un tipo a posto (Rizzoli) di Lorenza Ghinelli, che peraltro è stato anche il libro del giorno della trasmissione qualche tempo fa.

Il romanzo tratta vari temi contemporanei legati all’adolescenza, come il bullismo, la bulimia, l’alcolismo e i problemi familiari, attraverso una strategia multifocale, ma la narrazione è ironica. In realtà tutti i personaggi (Massimo detto beffardamente Minimo, Celeste, Margo) sono “a posto” e non solo il cane Rocky: hanno problemi grandi o piccoli che li affliggono e a cui bisogna trovare soluzioni tutti insieme, in quel condominio raffigurato in copertina, dove abitano tante persone che cercano di essere felici nel modo che gli è proprio. Mi ha ricordato Palazzo Yacoubian, di Ala Al Aswani, pur in dimensioni più contenute, spiritose, a dimensione di ragazzi e dei loro temi.

scrittriceA volte mi chiedono se è verosimile che Mia, la protagonista di “Voglio fare la scrittrice” (e dei due successivi Voglio fare la giornalista e Voglio fare l’innamorata, pubblicati da De Agostini) scriva in modo così appropriato, sia così matura e profonda, benché abbia all’inizio tredici e in seguito quindici anni.

Certo, facile dire che siamo in campo letterario e non per strada. Ma aggiungo anche che ho il piacere di avere lettrici che sanno scrivere bene, che leggono molto, recensiscono, addirittura hanno un proprio blog o scrivono in blog collettivi. A chi non ci credesse, ecco qua il messaggio che mi ha inviato Sofia:

Salve Paola,
Sono una 13enne che divora i libri. Sul serio, penso che non ci sia niente di meglio ( infatti ho anche un sito, volandoconilibri.wordpress.com) ! E devo dirle che i suoi li ho proprio adorati. Ha uno stile fantastico, e le sue storie ancor di più. Mi è piaciuta più di tutte la serie di Mia, perchè anch’io condivido pienamente il sogno di diventare scrittrice o giornalista. Cosa ci potrà mai essere di meglio che il donare sogni attraverso le parole scritte su carta?
Io, che ho continuatamente nuove idee per libri ( e che mi cimento subito a scrivere, anche se non ritengo pronti ad essere pubblicati) seguo SEMPRE le regole per la scrittura che ha seminato nei libri di Mia.
Posso chiederle una cosa? Che metodo usa per scrivere? Scusi, ma ci tengo molto ad avere il parere degli “esperti” 🙂
La saluto…e grazie per il suo tempo. 🙂

Cara Sofia, il mio metodo è quello della ricerca e della documentazione accurata. Lo insegno ai miei allievi. Cioè a partire da un’idea, bisogna documentarsi su ambientazione, soggetti, richiami, particolari. Bisogna intervistare chi sa tutto di un certo tema che affrontiamo, e andare in biblioteca a cercare fonti. E’ importante per me ancorare il mio lavoro a dati precisi, certi, che mi permettono di rendere una storia credibile, viva, e non banale. Tra l’altro, è un metodo giornalistico: non a caso Mia prova anche a fare la giornalista. Grazie mille cara Sofia, e complimenti per il blog!

boyhood locSiamo qui, in questo mondo, a sperimentare. Nessuno ha un’idea precisa, sceglie direzioni, e può darsi che sbagli non una ma cento volte, come in un bosco dove non si riesce ad orientarsi. “Stiamo improvvisando” dice il papà di Mason, protagonista di “Boyhood”, il film “non-film” girato da Richard Linklater in dodici anni con lo stesso cast che in parte cresceva (i ragazzini), in parte invecchiava (gli adulti). Grande progetto, riuscito e acclamato, per un falso documentario sulla crescita.

Il senso del film, scritto via via che si girava nel corso degli anni, mi pare un po’ questo: che la vita si fa vivendola, soprattutto in tempi dove non c’è più un’ideologia o una religione a determinare le azioni collettive e personali. E in un’epoca in cui sono saltate anche le barriere generazionali, così la vita che fa un ragazzo non è poi dissimile da quella che fa suo padre: si beve, si suona, si vede amici, ci si veste in modo simile, si usa lo stesso linguaggio, e ci si pone le stesse domande (“Ma qual è il senso?” “Il senso di cosa?”). La differenza è in quella parola che tutti ripetono come un mantra: la responsabilità. Quando si è adulti si dovrebbe essere responsabili di noi stessi e magari degli altri, per esempio dei nostri figli, ma non è un obbligo, piuttosto una scelta.

Diciamo che a me questo film ha messo tristezza: non c’è gioia, né spensieratezza nell’infanzia e nell’adolescenza di bambini sballottati qua e là, con un padre biologico lontano e uno putativo ubriacone e violento, con una mamma che deve cavarsela da sola, con molta forza e coraggio. La famiglia è quella naturale di base, madre e figli, il resto sono variabili. Ci sono anni che passano in attesa di crescere, di levarsi di casa, iniziare la propria esistenza, liberarsi dal bullismo e dalle ragazze insensibili, dagli adulti che non comprendono ma controllano. Sperando di trovare un percorso proprio, indicato dal talento o da chissà cosa, dentro questo bosco ignoto che è la vita.

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.