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Bambini

The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.

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bibliogardenQuesta è la lettura in Italia, oggi: un affare da bambini e ragazzi, un po’ come la musica pop, che si ascolta da adolescenti e poi mai più e si resta a rinvangare vecchie glorie, senza incuriosirsi mai di quel che c’è dopo, senza aggiornarsi mai, vanagloriandosi di un tempo antico che, si sa, è sempre migliore.

Ecco i dati, riportati dall’amica Loredana Lipperini nel suo blog di cui riporto la parte numerica:

A Francoforte sono stati ricordati anche i dati Istat sulla lettura, secondo i quali  chi non legge neppure un libro, sempre nel 2014, è il 58.6% degli italiani. Nel particolare. Il 39,1% di tutti i professionisti e dirigenti italiani non legge. Il 25,1 di tutti i laureati italiani non legge. Significa che circa il 40% dei professionisti, dirigenti e manager italiani non legge. Significa quasi la metà. Significa che la classe dirigente, per larga parte, non legge – attenzione- neanche UN libro l’anno. E quel quarto di laureati che ugualmente non legge neanche UN libro l’anno va messo a confronto con le stesse percentuali di altri paesi. Ovvero: in Spagna i laureati non lettori sono 8,3 e i dirigenti il 17. In Francia il 9 i laureati, i dirigenti e professionisti il 17.

Ora: come si fa a disegnare case e ponti e piazze e forse biblioteche senza mai leggere nemmeno un libro, per esempio di poesia che tanto può ispirare architetti, consolare medici, far sognare banchieri o ingegneri? O di sociologia, per capire magari dove siamo, di archeologia per sapere chi eravamo? Ma anche per non essere brutali, prosaici, non rimanere nella dimensione univoca della materialità presente, contingente, trasformando la contingenza in unica triste condizione del vivere sociale e personale?

Meno male che ancora i bambini un po’ leggono, se hanno la preziosa fortuna d’incontrare una maestra che legge le fiabe, racconta le storie. E anche i ragazzi, se il caso mette loro sulla strada una brava prof, un bravo prof che li illumina con libri che li accompagneranno per tutta la vita. Quei prof che ho il privilegio di conoscere nei miei viaggi per l’Italia disastrata da ignoranza e incuria, indifferenza e avidità, quei prof salvano la nostra cultura, la nostra inventiva e la nostra capacità di raccontarci e relazionarci. Un pugno di prof ci salva dal perderci nel bosco dell’insensatezza.

godhelpVolete un buon libro moderno, una buona letteratura che ci dica qualcosa di oggi, di noi? Questo è il libro: God help the Child, non so quando sarà pubblicato in italiano e ringrazio la tenacia di continuare a studiare l’inglese anche soltanto per poter leggere romanzi come questi. Lo ha scritto una signora che sa il fatto suo, una donna ultraottantenne che sa dirci più e meglio di qualsiasi esordiente che magari, per non sbagliare, per guadagnare, per essere famosa presto e subito, si butta su generi più lucrosi,quelli che si dicono contemporanei e parlano di lupi mannari, roba d’altri tempi.

imgres-2Lei no. Lei, Toni Morrison, va dritta al punto, non teme di affrontare non uno ma diversi temi scabrosi: la molestia pedofila, la trascuratezza e l’incapacità dei genitori, il pregiudizio razziale, l’odio razziale, la paura razziale sul colore della pelle. E lo fa da maestra (premio Nobel 1993): il colore nerissimo terrorizza anche chi è afroamericano, ma che magari ha sfumature meno intense, non ha pelle che sembra una notte buia, e di fronte alla stessa figlia prova repulsione, mai tenerezza, né amore.

Certo, la bambina cresce, anzi, nella società mutata della multiculturalità la sua nerezza diventa affascinante, soprattutto se evidenziata da consigli di un bravo stilista, e può addirittura farle scalare i gradini di un’azienda di prodotti di bellezza, perché oggi “black is the new black” e vende.

Ma un romanzo contemporaneo non è una semplice fiaba sul genere della mia “Black Snowwhite”. Così a questa storia s’intrecciano quelle degli altri personaggi, tutti collegati dalla pedofilia che sfiora o distrugge i bambini, e gli adulti se sono genitori o insegnanti, e non è detto che siano indenni dal pericolo i figli di famiglie amorose e attente, che parlano con i figli e li incoraggiano e forse non li mettono sufficientemente in guardia dal male, dall’orrore.

Non mi vergogno a dire che mi sono molto commossa a leggere questo romanzo superbo, moderno, incalzante, che sa mostrare i diversi e complementari punti di vista, che ci sorprende e ci fa riflettere profondamente. Che dopo una lunga e tenera descrizione di due giovani che stanno per avere un bambino e sognano per lui tutto il bene possibile, senza errori, senza distrazioni, chiude con un secco: “Così credevano”, perché l’educazione è anche un atto di fiducia, di speranza e un po’ di presunzione.

misachefuoriCome si chiama qualcuno che ha perso un figlio? Non c’è una parola non solo in italiano, ma neppure in altre lingua. Bisogna risalire alla Bibbia per trovare, in ebraico la parola “av shakul” al maschile e “em shakula” al femminile, da “shakul” perdere un figlio. Dice bene Concita De Gregorio, in questo piccolo, commuovente, tremendo libro “Mi sa che fuori è proimavera” (Feltrinelli, appena uscito): la morte di un figlio è “la misura aurea del dolore”, perché inconcepibile, innaturale, il più orrendo dei dolori, che immaginiamo insuperabile, anzi, non lo immaginiamo proprio, di solito lo rimuoviamo.

Così, è davvero emblematica la storia di Irina Lucidi, “em shakula” di due bellissime gemelle di sei anni, sottratte dal marito una mattina e scomparse, e non è stato nemmeno possibile sapere se e come sono morte, perché il padre si è suicidato: un fatto terribile di cronaca di cinque anni fa. Lui era svizzero tedesco, e forse questo fatto, che fosse svizzero e non di altra minacciosa origine, di qualche paese in odor di terrorismo, ha rallentato se non addirittura scoraggiato le indagini. In più Irina invece è italiana e in Svizzera un’italiana non è proprio come gli altri.

Dunque: non si tratta solo di ricostruire uno di quei fattacci di cronaca nera, si tratta di andare anche a scandagliare pregiudizi, negligenze, stereotipi, di vedere come infine una persona può continuare a vivere, perché “di dolore non si muore”, e fondare coraggiosamente un’Associazione per la ricerca dei bambini svizzeri scomparsi (www.missingchildren.ch), andare avanti, credere nell’amore e nella vita. Un libro difficile da leggere, ma da leggere d’un fiato, per riflettere, per interrogarsi sulle relazioni umane.

ChildrenAct_Vintage“Mozzafiato” come strilla la copertina non si può dire, di questo “The children act”, ultimo romanzo di Ian McEwan. Ma interessante, coinvolgente e profondo: questi aggettivi ci sembrano i più appropriati. Anche perché non è semplice la materia che tratta lo scrittore, una materia legale imperniata sulla tutela dei bambini secondo il “Children Act” inglese, stabilito nel 1989 per la protezione e la cura dei bambini, con o senza i genitori che sono responsabili del suo benessere.

Ma si tratta di un romanzo e non di una cronaca o di un saggio, perciò la protagonista è una giudice (dal curioso nome di Fiona Maye, quasi come la famosa campionessa del mondo di atletica Fiona May) che si occupa dei casi di minorenni.  E il libro si apre in mezzo a una tempesta coniugale, con il marito che fa la valigia e se ne va per poter vivere in tutta libertà una “storia” con una donna ovviamente più giovane. Non molto originale, si direbbe, se non che la faccenda interessante è che il marito chiede quasi una sorta di permesso di avere un’avventura senza però separarsi, perché i vantaggi del matrimonio sono superiori ai rischi di una separazione definitiva. A questo punto, si pensa che la moglie, giudice e donna indipendente, lo butti fuori a calci, invece…

Eh, ci vuole proprio un tocco da maestro a capire come sono complesse le storie umane e le fragilità di persone anche apparentemente salde come rocce, magari chiamate a giudicare comportamenti altrui e a decidere di destini grazie all’applicazione di leggi idealmente giuste, ma che possono portare a conseguenze incontrollabili e anche drammatiche. Come il caso che tocca a Fiona: decidere se un ragazzo appartenente ai testimoni di Geova debba essere sottoposto a una trasfusione oppure no, come vorrebbero i genitori e la comunità religiosa.

La mia piccola notazione è che un romanzo del genere, con tutte le sue lunghe descrizioni sui procedimenti giudiziari e sulle specifiche legali, nel nostro paese avrebbe fatto rizzare i capelli agli editor, pronti con le cesoie a tagliare senza pietà passaggi che “annoiano” i lettori già abbastanza distratti. Invece, gli inglesi hanno pubblicato così com’era, lasciando a noi lettori il compito di saltare le pagine, se vogliamo. In italiano il libro s’intitola La ballata di Adam Henry.

veltroniI bambini sanno è un film-documentario sulla scia dei meravigliosi documentari girati negli anni aurei del cinema, quando chi li realizzava era Pasolini, per esempio o anche Comencini (I bambini e noi). E al cinema italiano porge un doveroso omaggio con una carrellata di corse di bambini, tratte da tanti film che abbiamo amato.

Poi, però, c’è l’oggi che mostra il grande cambiamento avvenuto negli ultimi vent’anni: figli di immigrati provenienti da tutto il mondo, figli di famiglie talmente allargate che non si ricordano neppure quanti fratelli hanno, ragazzini che si professano di diverse religioni, anche atei, che discettano su tutto, anche su temi che sembrerebbero non riguardare i bambini, come la disoccupazione, la crisi, e temi che si vorrebbero tenere nascosti ai più giovani, come l’omosessualità, su cui invece i bambini intervistati hanno idee piuttosto chiare di rispetto e libertà.

Certo, il docufilm di Veltroni non è sociologico, per carità: la scelta di un girato immenso che focalizzi certi argomenti e che riporti anche le parti più umoristiche, e quelle filosofiche un po’ alla “Piccolo Principe” ne fa un film personalissimo, che punta sulla tolleranza, l’apertura, la speranza, e la comprensione che ancora esistono e che i bambini possono far emergere. Non è un film “per” bambini però:perché mostra soprattutto a noi adulti come ci si rivolge ai bambini, come si ascoltano e s’interpellano, come si rispettano i loro punti di vista e i loro sentimenti. Anziché allevarli come insaziabili consumatori e affidarli alla TV e alla playstation.

fuadazizE’ sempre un po’ un mistero la scelta del titolo e della copertina dei libri. Lo penso davanti al libro di Giuseppe Cattozzella, Non dirmi che hai paura (Feltrinelli 2014) sulla cui copertina campeggia una farfalla gialla. Che sì, è sinonimo di leggerezza e libertà e anima, però poco comunica della storia vera che qui si narra e che è molto attuale e di sicuro utile da conoscere per chi ogni giorno assiste sgomento (ma anche chi è distratto) all’Odissea di migliaia di rifugiati che sfidano il mare. Così, almeno per questo post scelgo la bellissima immagine di Fuad Aziz, artista di grande talento.

Si è detto storia vera, cioè quella della giovanissima atleta somala Samia Yusuf Omar, arrivata ultima nella gara dei duecento metri alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, ma pronta ad affrontare quelle di Londra con maggiore preparazione. Se soltanto l’avesse ricevuta, perché fuggita dal suo paese per l’impossibilità di diventare una vera atleta e con il desiderio di raggiungere la sorella rifugiata in Finlandia, affronta il famoso “viaggio” che Cattozzella ci descrive in tutto il suo orrore, per annegare tragicamente in mare. Per chi ancora si domandasse come mai tanti rischiano la vita per quel viaggio orrendo, rifletta su passi come questo: “il viaggio è una cosa che noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. E’ come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare.”

Certo, si tratta di una biografia romanzata, quindi sembra ovvio la scelta della narrazione in prima persona, eppure mi viene il dubbio che una terza persona in soggettiva sarebbe stata più incisiva. Un po’ per smussare il ritratto dell’armonia perfetta e perduta della prima parte, di un’infanzia in un luogo dove ci si vuole tutti bene, un po’ per trasformare questa biografia in un romanzo di formazione. Per carità: si tratta solo un giudizio personalissimo, “a mio gusto”.