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Diritti

Spero che qualcuno, tra un thriller e un libro sentimentale, si prenda una pausa e legga  Le ragazze invisibili (Marsilio, 2017) di Henning Mankell, dove il protagonista è un poeta apprezzato, ma come tutti i poeti condannato a vendere si e no qualche migliaia di copie delle sue antologie.

Ed ecco l’editore suggerirgli di scrivere un bel poliziesco, genere che ormai è l’unico universalmente letto, mentre lui, il poeta restio a scrivere ciò che gli viene chiesto, ha in mente di realizzare un progetto sulle ragazze immigrate in Svezia, ritrovandosi in un mare di complicazioni. Tutti gli dicono cosa dovrebbe fare, dalla madre alla compagna all’amico all’editore, e lui invece è trascinato dentro una storia fatta di tante storie invisibili, inascoltate, quelle di ragazze rifugiate in segreto, che vivono di espedienti e si riparano negli anfratti, storie tragiche eppure piene di avventura e magia, come chi attraversa il Baltico su una barca a remi, chi cammina per l’intera Europa, chi ha perso il fratellino portato via dal villaggio come nella fiaba del Pifferaio Magico, storie che soltanto un poeta si ferma ad ascoltare e raccontare.

E quindi quando ti chiedono a cosa serve la letteratura, ecco qua a cosa serve: a raccontare dove siamo, in mezzo a chi, e qual è la nostra storia e quella degli altri. Non interessa perché ognuno è preoccupato soltanto del proprio angolino? Be’, il romanzo di Mankell ci mostra come le storie ti vengono a scovare anche lì dove te ne stai  angosciato dalla tua abbronzatura o dalla mamma che ti chiama alle due di notte.

(Peraltro il romanzo tradotto nel 2017 in italiano, è del 2001… decenni di immigrazione e siamo sempre lì a chiederci che fare)

 

sta zittaCapita spesso di sentirselo dire, che il femminismo è roba del passato e che le femministe sono ormai acide signore di mezz’età se non addirittura anziane, che stanno lì a rimestare livore contro gli uomini. Perché insomma, oggi le donne, s’intende occidentali anzi europee e quindi anche le italiane, possono fare tutto quel che vogliono, sono libere e totalmente pari agli uomini. Che c’entra, se ne ammazza ancora un po’, ma son casi di cronaca nera…

E allora leggete un libretto snello (anche se non proprio agile, perché s’addentra nelle leggi di sessant’anni di vita repubblicana italiana) scritto da un uomo (non dalla solita femminista di cui sopra), il giornalista Filippo Maria Battaglia, che in “Stai zitta e va’ in cucina” (Bollati Boringhieri) ci racconta la storia della cosiddetta emancipazione femminile dello scorso secolo, fino ai nostri anni. Un’emancipazione ostacolata in tutti i modi dagli uomini, pur democraticissimi e pieni di premura verso i ceti più deboli, pronti a immaginare rivoluzioni e grandi rivolgimenti sociali, purché non fossero di genere, perché le donne hanno sempre infastidito, provocato, distratto, seccato i manovratori, i grandi pensatori, e anche i veri rivoluzionari.

Sono cose vecchie, si dirà, del passato remoto. Peccato che ancora oggi non si abbiano che occhi per la linea o il look della parlamentare e della ministro, si commenti “ma non ha una famiglia, quella, che sta sempre in Parlamento?”perché si sa che la vera donna si realizza in casa, con marito e bambini. Non parliamo poi delle quote rosa che fanno orrore anche alle donne che sono state elette proprio grazie a una legge che doveva semplicemente ripianare un terribile gap, altrimenti insanabile, tra la presenza femminile e quella maschile nei palazzi del potere come nelle grandi aziende. “Grazie” alle quote rosa, oggi l’Italia è soltanto 37° nella classifica mondiale sulla parità di genere in politica.

2-waris-dirieFiore del deserto è Waris Dirie, la modella di scultorea, sublime bellezza degli anni ’90, scoperta da un fotografo di moda. Ma Waris Dirie, che proveniva da un villaggio del deserto della Somalia, non ha semplicemente trovato nella sua carriera il riscatto da un’infanzia e un’adolescenza strazianti. Ha voluto usare la sua fama per farsi portavoce di una battaglia contro l’infibulazione femminile che lei stessa subì da piccolissima e che “le cambiò la vita”. Quindici anni fa è stata pubblicata la sua biografia, scritta con Cathleen Miller (Garzanti 1999, originale 1998), oggi quella biografia è diventata un film molto bello e appassionante di Sherry Hormann, regista anglo tedesca che ci offre un film sociale sulla condizione della donna migrante, in bilico (o in fuga) tra le tradizioni tribali e i diritti riconosciuti alle donne nelle democrazie occidentali.

Come succede sempre nelle trasformazioni cinematografiche, il film coglie alcune parti della biografia e decide per esempio di non raccontare la parte “romantica” conclusa con il matrimonio e i figli, ma la parte più sociale della protagonista, interpretata dalla modella somala Liya Kebede, bellissima e molto somigliante a Dirie. Il film si apre con lei ragazza a Londra, disorientata e senza aiuto: benché sia in città da sei anni non parla inglese e non sa dove andare. Le viene in aiuto la commessa di un grande magazzino, strampalata ma si capisce dal cuore d’oro (la bravissima, simpatica Sally Hawkins) che la ospita e le dà l’indirizzo di un locale dove andare a lavorare, il bar dove un fotografo celebre e alla moda la nota, le lascia il biglietto da visita e alla fine la introdurrà nel dorato mondo delle passerelle e delle riviste patinate.

Per ripercorrere la sua tragedia di bambina infibulata e la sua fuga dal villaggio dove era stata promessa in sposa, adolescente, a un vecchio nomade, la regista usa la tecnica del flashback nei momenti cruciali dell’esistenza a Londra, in modo piuttosto semplice e quasi didascalico. D’altronde il film deve essere molto comprensibile e di certo cercare di toccare le corde di un pubblico vasto, ignaro che tuttora la pratica dell’infibulazione alle bambine sia praticata in molti paesi, e soprattutto poco consapevole che la condizione della donna sia ancora un tema che attraversa tutti gli altri, perché anche tra migranti c’è una bella differenza a essere uomo oppure una donna che si porta dietro la soggezione e l’oppressione anche quando arriva in un paese dove vige la pari opportunità.

Ma è molto chiaro anche ciò che la regista vuole far arrivare e cioè la capacità delle donne di solidarizzare, di farsi forza, di comprendersi e aiutarsi, oltre le barriere culturali e sociali, oltre la rivalità imposta dai modelli che dividono in belle e non belle, incontrandosi in quell’intimo spazio femminile in cui si è semplicemente donne, con un fisico uguale alla nascita e oggetto di sevizia e accanimento da parte di società patriarcali, che amano chiamare “tradizione” e “identità” l’insieme di pratiche che mantengono inalterato il potere sul corpo e la mente femminile.

adichieNon faccio che sentirmi dire che le ragazze sono più brave in tutto. Sono più studiose, più disciplinate, più motivate, perciò eccellono negli studi, nei master. Sono scienziate molto serie, determinate. Sono artiste che affilano con pazienza il loro talento. Sono migliori dei loro coetanei maschi che sbruffoneggiano e poltriscono e se anche gli viene offerta una specializzazione universitaria alle Hawaii, rifiutano, magari dicendo che il surf non è il loro sport preferito.

E allora, com’è che restiamo così poche a lavorare, a dirigere le aziende, gli ospedali, i teatri, i laboratori di ricerca, le facoltà? Corriamo come treni per sfracellarci prima contro il muro della formidabile fortezza del lavoro e della formazione costruita tutta su modello maschile e molto ben presidiata da uomini che preferiscono stare in ambiente da caserma vecchio stampo, quando si era solo tra uomini (veri).

Però quella caserma non va bene nemmeno ai giovani. Ecco perché la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nel suo breve pamphlet “Dovremmo essere tutti femministi” (Einaudi, agilissima lettura di meno di 50 pagine, non si dica che non si ha tempo…) esorta a incontrarsi e allearsi ed essere femministi: gli uomini oltre che le donne, e magari queste ultime riprendano il termine femminista senza considerarlo antico o esagerato, in un mondo dove le donne sono assai maltrattate, non solo nei paesi meno avanzati, ma anche in quelli civili e carichi di leggi contro le discriminazioni di genere, perché la prassi, l’abitudine, la routine, gli schemi mentali, superano ogni legge e impediscono persino di vedere non solo la discriminazione, ma persino la sopraffazione.

 

ChildrenAct_Vintage“Mozzafiato” come strilla la copertina non si può dire, di questo “The children act”, ultimo romanzo di Ian McEwan. Ma interessante, coinvolgente e profondo: questi aggettivi ci sembrano i più appropriati. Anche perché non è semplice la materia che tratta lo scrittore, una materia legale imperniata sulla tutela dei bambini secondo il “Children Act” inglese, stabilito nel 1989 per la protezione e la cura dei bambini, con o senza i genitori che sono responsabili del suo benessere.

Ma si tratta di un romanzo e non di una cronaca o di un saggio, perciò la protagonista è una giudice (dal curioso nome di Fiona Maye, quasi come la famosa campionessa del mondo di atletica Fiona May) che si occupa dei casi di minorenni.  E il libro si apre in mezzo a una tempesta coniugale, con il marito che fa la valigia e se ne va per poter vivere in tutta libertà una “storia” con una donna ovviamente più giovane. Non molto originale, si direbbe, se non che la faccenda interessante è che il marito chiede quasi una sorta di permesso di avere un’avventura senza però separarsi, perché i vantaggi del matrimonio sono superiori ai rischi di una separazione definitiva. A questo punto, si pensa che la moglie, giudice e donna indipendente, lo butti fuori a calci, invece…

Eh, ci vuole proprio un tocco da maestro a capire come sono complesse le storie umane e le fragilità di persone anche apparentemente salde come rocce, magari chiamate a giudicare comportamenti altrui e a decidere di destini grazie all’applicazione di leggi idealmente giuste, ma che possono portare a conseguenze incontrollabili e anche drammatiche. Come il caso che tocca a Fiona: decidere se un ragazzo appartenente ai testimoni di Geova debba essere sottoposto a una trasfusione oppure no, come vorrebbero i genitori e la comunità religiosa.

La mia piccola notazione è che un romanzo del genere, con tutte le sue lunghe descrizioni sui procedimenti giudiziari e sulle specifiche legali, nel nostro paese avrebbe fatto rizzare i capelli agli editor, pronti con le cesoie a tagliare senza pietà passaggi che “annoiano” i lettori già abbastanza distratti. Invece, gli inglesi hanno pubblicato così com’era, lasciando a noi lettori il compito di saltare le pagine, se vogliamo. In italiano il libro s’intitola La ballata di Adam Henry.

veltroniI bambini sanno è un film-documentario sulla scia dei meravigliosi documentari girati negli anni aurei del cinema, quando chi li realizzava era Pasolini, per esempio o anche Comencini (I bambini e noi). E al cinema italiano porge un doveroso omaggio con una carrellata di corse di bambini, tratte da tanti film che abbiamo amato.

Poi, però, c’è l’oggi che mostra il grande cambiamento avvenuto negli ultimi vent’anni: figli di immigrati provenienti da tutto il mondo, figli di famiglie talmente allargate che non si ricordano neppure quanti fratelli hanno, ragazzini che si professano di diverse religioni, anche atei, che discettano su tutto, anche su temi che sembrerebbero non riguardare i bambini, come la disoccupazione, la crisi, e temi che si vorrebbero tenere nascosti ai più giovani, come l’omosessualità, su cui invece i bambini intervistati hanno idee piuttosto chiare di rispetto e libertà.

Certo, il docufilm di Veltroni non è sociologico, per carità: la scelta di un girato immenso che focalizzi certi argomenti e che riporti anche le parti più umoristiche, e quelle filosofiche un po’ alla “Piccolo Principe” ne fa un film personalissimo, che punta sulla tolleranza, l’apertura, la speranza, e la comprensione che ancora esistono e che i bambini possono far emergere. Non è un film “per” bambini però:perché mostra soprattutto a noi adulti come ci si rivolge ai bambini, come si ascoltano e s’interpellano, come si rispettano i loro punti di vista e i loro sentimenti. Anziché allevarli come insaziabili consumatori e affidarli alla TV e alla playstation.

SELMA-posterSarò sincera: pensavo che Selma, il film che racconta una battaglia fondamentale della lunga, faticosa e tragica strada del riconoscimento dei diritti di base per gli afro-americani, fosse il solito polpettone agiografico . Pensavo cioè a un film abbastanza retorico e senza mezzi toni: un po’ lo è, con i bianchi razzisti, sprezzanti, orrendi, brutali (d’altra parte i razzisti erano appunto tutti bianchi) e i neri generosi, buoni, gentili, comprensivi e lungimiranti, ma va bene così.

E’ difficilissimo raccontare un personaggio come Martin Luther King senza farne un santo (e il film riesce a renderlo umano, con fragilità e dubbi), e quasi impossibile non creare le contrapposizioni tra buoni e cattivi. Anzi, la regista Ava DuVernay riesce almeno a mostrarci il giochino degli interessi politici che stanno dietro alle grandi battaglie sociali.

Di certo, un film così almeno può raccontare cosa è successo nell’arco di vent’anni a chi è giovane e crede che il mondo occidentale e quello americano in particolare sia sempre stato beneficiato da diritti di uguaglianza e magari non sa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile un Presidente americano di colore. In sala, alcuni ragazzi americani apparivano visibilmente scioccati.

settisDiritto alla città: è questo il concetto-chiave che Salvatore Settis, illustre archeologo e studioso dell’arte, espone nel suo libro imperdibile: Se Venezia muore, appena pubblicato da Einaudi. Se abitate a Venezia, e se abitate a Firenze come me, o a Roma, Siracusa, in una delle nostre uniche città storiche e artistiche, e se abitate in un piccolo centro italiano, un borgo, un paese, una cittadina dal cuore medievale o rinascimentale o settecentesco, come sono quasi tutti i centri piccoli e grandi dell’Italia, troverete in questo saggio di denuncia e di proposta un utilissimo strumento per comprendere e agire, per non subire la tiritera dell’inesorabile “legge di mercato” che caccia le persone dalle proprie città, dai centri storici, per deportarle in periferie lontanissime o in agglomerati finto antichi o finto moderni in campagne spesso desolate.

Venezia è città di tale bellezza sconvolgente che bisogna pur trovare modo di addomesticarla, renderla più “consumabile” di quanto già si sta facendo: per esempio cingendola di una corona di grattacieli per danarosi proprietari che possono guardarla dall’alto e da lontano come uno sfondo; per esempio trasformandola in Veniceland, dove gente in abiti settecenteschi ci spiega  monumenti che non riusciamo più a leggere, a conoscere, dal momento che arte e storia sono bandite dalle nostre scuole. Progetti assurdi? Macché, progetti per il momento solo ventilati, ma non del tutto aborriti. Del resto, il passaggio di navi mastodontiche non cessa mai, per via del “business”.

Vabbé, Venezia, si sa. E’ improduttiva, è invivibile, non è moderna. Perché la si vuole così, meschina e attraversata da colonne di turisti, e simile destino è toccato al centro di Firenze, ed è chiaro che nessun cittadino può competere con un albergo e abbandona la sua casa, anche perché i costi altissimi, la mancanza di servizi e la fuga delle scuole lo fa emigrare in periferie più comode. Ma quel “diritto alla città” deve ricordare a tutti quanti noi che le città non sono state costruite per il turismo di massa mondiale, ma per e dalle persone che lo vivono, che il patrimonio nazionale non è una spa per pochi soci, che è anzitutto patrimonio di chi vive e lavora, gli antichi e i nuovi cittadini, italiani antichi e nuovi, coloro che tessono da sempre relazioni anzitutto culturali tra le piazze e le vie, e che contribuiscono, essi, i cittadini, al cambiamento e alla modernità, non orrende costruzioni che rendono il mondo omologato al brutto.

Ci si domanda allora chi siano i conservatori e i nemici della modernità: chi pretende una città armoniosa, vivibile e ricca di progetti adatti ad essa o chi si piega al pensiero unico, a un modello autoritario di chi decide che cosa deve “valere” come rappresentazione convenzionale e come merce.

 

co&soEcco il racconto inserito nel volumetto “Visioni” di Co&So (Gruppo Cooperativo di Firenze) sulle donne migranti:

Raccontare storie ha un’origine che è anche un limite: la realtà. Troppo complicata e tremenda, se ne può giusto afferrare un piccolo lembo e trasmutarla in parole, trasformarla in una storia emozionante, con tanto di lieto fine. E’ così che da sempre ci consoliamo e continuiamo a illuderci che tutto dipenda da noi, dalla nostra volontà e da un po’ di fortuna. Però è anche il nostro modo umano di rintracciare un senso che nella realtà si smarrisce. Ricucendo insieme le nostre personali vicende, formiamo un disegno comprensibile e coerente, ci riappropriamo di noi stessi, attribuendo valore e significato a quel che sembrava non averne perché determinato da forze estranee, potentissime, che ci hanno gettato in balia di pericoli, sull’orlo di abissi impensabili, di un orrore intollerabile che non si riesce a dire, e chissà se a dirlo saremmo creduti.

Al principio di un’antica storia, c’era una giovanissima donna che scappava con il figlioletto in braccio. Era a piedi o in sella a un asino, si diceva che ci fosse il marito al suo fianco, ma in alcune illustrazioni il marito non si vede. Era lei, tutta sola, ad affrontare il viaggio nel deserto, con il velo che le copriva la testa e proteggeva il piccolino addormentato. Scappavano da un pericolo tremendo, da un massacro di bambini, attraversavano lentamente un deserto, arrivarono in un paese straniero. Ma la storia non ci racconta in dettaglio il viaggio, che di sicuro fu faticoso e pieno di pericoli, né la vita che trascorsero per tanti anni all’estero. La storia ci dice che la donna e il figlio tornarono sani e salvi nel loro paese, e che il figlio diventò un maestro.

Al principio delle storie delle donne che incontro nel centro Paci c’è sempre, come in questa antica e sacra storia, una ragazza che scappa, con il figlioletto tra le braccia, forse insieme con un marito o una madre o una sorella. Quel viaggio è spaventoso, è lungo e non è detto che la conduca in un posto dove sarà al sicuro, sana e protetta, né che avrà la possibilità un giorno di tornare da dove è fuggita. Il viaggio è come il percorso all’Inferno, è indicibile. Si attraversano il fuoco del deserto e il suo gelo notturno, le trappole di morte, le bolge degli assassini, si soffre la fame, il caldo, la sete, il sonno, le malattie. E’ un viaggio che sembra non finire, e anche quando infine si conclude, lascia il suo marchio funereo addosso, indelebile. E’ come se il viaggio avesse permeato le persone di un’essenza velenosa di paura, incertezza e precarietà, come se si fosse impadronito della stabilità e della volontà delle persone. Se anche le lasciasse in pace per qualche tempo, qualche mese o qualche anno, presto verrebbe a riprendersele, e rimetterle sulla sua giostra infernale dove in palio c’è la vita.

Così per molte ragazze che hanno attraversato il deserto, come Aminat, per andarsene dalla Nigeria in Libia, lo spettro del viaggio riappare dopo pochi anni, per afferrarle e stavolta gettarle malignamente su una barca, a sfidare un mare infido e profondo come una muraglia, pronto a inghiottire le barche che non sanno galleggiare o che rompono il motore, un mare cui ci si affida quando non c’è nient’altro a cui rivolgersi, se il paese dove eri arrivato è improvvisamente scosso dalla guerra, se la casa dove vivevi è bombardata e le persone dove lavoravi sono morte e se proprio in quel momento in cui è scoppiata una rivoluzione, tuo marito è tornato in patria per rinnovare il passaporto e non può più raggiungerti, non può stare accanto a te nel viaggio di fuga e allora, da ragazza determinata, da madre protettiva, prendi tuo figlio in braccio, ti copri la testa con il velo e affidi la tua e la sua vita alla mano invisibile di Dio, che ti porti oltre il confine blu del mare.

Stavolta possiamo scrivere la parte di storia che un tempo non interessava a nessuno: la ragazza è giunta sana e salva nel paese straniero dov’è accolta e per sua fortuna può essere inserita in un programma per rifugiati. E’ ospitata in un centro dove impara la lingua italiana, e dove può crescere il bambino. Inizia a lavorare in un ristorante dove la assumono, perché è brava, è volenterosa, è dolce e determinata insieme e ha in testa un obiettivo: riunire la sua famiglia. Proprio perché ha rischiato tanto la sua vita e quella di suo figlio, è consapevole che ha bisogno di progettare il loro futuro e cioè avere una casa, un lavoro, ottenere il permesso per far venire in Italia suo marito e la figlia di nove anni rimasta in Nigeria con la nonna.

E’ questo il lieto fine che ci consola? Ma è solo il principio per Aminat, il nuovo inizio di una storia che deve ancora svilupparsi, che può provare a immaginare attraverso lo sguardo gioioso di suo figlio che frequenta l’asilo e non sa niente del viaggio e della paura. Come per tutte le madri, anche per Aminat il piccolo Ibrahim è la luce dei suoi occhi. Di colpo, parlando di lui, s’accendono. Il viso le s’illumina, si trasmuta nella speranza della felicità che ancora ha uno spazio nel suo cuore. E’ come se intorno a lei riverberasse la luce della stella che l’ha condotta fin qui, proteggendola dal male e anche dalla contaminazione con il male.

Perché nella storia antica della ragazza che fuggì con suo figlio in braccio, c’era una stella, ricordate? Aveva una lunga coda, che sembrava indicare il cammino ai re verso Betlemme, da Oriente a Occidente e alla giovane mamma per fuggire, illuminandole il cammino.

Ma a volte l’occhio del cielo appare impenetrabile e le stelle anziché indicare vie, sembrano spegnersi di colpo come successe a Lilit, che insegnava danza ad Artashat in Armenia, aveva un fidanzato e una famiglia e dovette fuggire insieme a sua madre e sua zia, per sottrarsi alla morte per assassinio. Allora, la storia che si ripete qui non è quella arcaica, ma più recente di crimini politici, di sicurezza personale e di richiesta di protezione che non viene dal cielo, ma più umanamente dalla tutela di una comunità civile. Per questo, il desiderio più forte di Lilit è di sentirsi finalmente al sicuro, in un posto da cui non debba più scappare. E quando riuscirà a ottenere il permesso di soggiorno, potrebbe tornare sui suoi passi, laggiù dove si sono persi suo padre e suo fratello, i suoi nipoti, che non hanno mai raggiunto le donne scappate per prime, e chissà dove sono.

Siamo anche qui al principio di una possibile storia di una donna che ha perso tutto ciò che aveva e che pure, mentre afferma che vive giorno per giorno, ha un’idea di futuro: il semplice e realizzabile sogno di un ristorante armeno. Mentre si commuove al ricordo di un padre perduto che spera di ritrovare un giorno e afferma che per una donna è più difficile affrontare la condizione di esule, emana un luminoso alone di forza, da piccola stella indomita.

Prima o poi, accanto alle costellazioni di dei ed eroi, di animali mitologici e oggetti fatati, ci sarà anche quella del migrante, composta dal pulviscolo luminoso di tutte queste preziose vite. Le sue stelle proteggeranno i passi di chi è in viaggio, è partito, è arrivato o è in transito da qualche parte, anche adesso che state leggendo

Per festeggiare il Premio Nobel a Malala, pubblico il racconto scritto due anni fa dalla quindicenne Nitasha, mia allieva nel laboratorio di scrittura all’Istituto Dagomari di Prato. Allora non conoscevo la storia di Malala e grazie a Nitasha ho potuto esserne informata. Il suo racconto si trova anche nell’antologia storica della rivista on-line Fuorilegge.

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“I speak up! Alzo la voce” di Nitasha Afzal
<I bambini certe volte non riescono a prendere sonno perché sono tenuti svegli da invisibili mostri nascosti sotto il letto. Malala, conosceva benissimo l’aspetto dei mostri che non la facevano dormire di notte né vivere di giorno. Avevano lunghe barbe e vestiti di colore opaco, erano entrati come una nube d’insetti a Mingora, nella valle di Swat, nel nord-ovest del Pakistan. Un tempo, questo luogo era lussureggiante e incontaminato. Era una stazione sciistica dove arrivavano tantissimi turisti. Ma quel giorno del 2003, quando giunsero i talebani, la città e la valle scomparvero dal resto del mondo e divennero una base militare operazione nel vicino Afghanistan. Sparirono i turisti, la bellezza, la pace, e arrivarono la violenza, la sopraffazione, la paura, l’ignoranza. Malala era nata nel 1997, e nel 2003 aveva soltanto sei anni. Suo padre, Ziaudin Yousafai era poeta e preside di una scuola e aveva chiamato così sua figlia, Malala, cioè “addolorata”, in ricordo di Malala Maiwand, poetessa e guerriera afghana, di etnia pashtun, come la famiglia Yousafai. Anche Malala Yousafzai ha dovuto combattere e soffrire, ma a differenza della guerriera, ha usato come unica arma il proprio coraggio. Aveva appena undici anni, Malala, nel gennaio 2009, quando i Talebani dichiararono il divieto alle ragazze di frequentare la scuola. “E’ inaccettabile! E’ orribile!” commentò Ziauddin. Malala non lo aveva mai visto così furioso. Fino a quel giorno, la presenza dei Talebani era stata accettata come un brutto capitolo che prima o poi sarebbe finito. Ma ora, Ziauddin vedeva che il capitolo che stava per chiudersi era l’educazione nel suo paese. Che la sua scuola sarebbe stata chiusa, che le ragazze ne avrebbero sofferto. Che sua figlia, per prima,ne avrebbe sofferto. Chi avesse osato di fare il contrario, avrebbe pagato con la vita o con terribili umiliazioni in pubblico. Ma questo non era il mondo in cui Malala aveva deciso di vivere. Continuò ad andare a scuola, sebbene il numero di studentesse diminuisse di giorno in giorno. Da 700 alunne, erano rimaste solo in 70. Poi da 70 passarono a 24. Era un vero stillicidio. In quel periodo, Abdul Hai Kakkar, reporter della BBC in Pakistan, chiese a Ziauddin se qualcuna delle studentesse avesse voluto descrivere la sua vita sotto i  Talebani, che, guidati da Maulana Fazlullah avevano il controllo su tutta la valle di Swat, e vietavano sia la scuola che la semplice uscita delle donne.Corpi di poliziotti senza testa pendevano nelle piazze delle città, per mostrare che nessuno poteva contrastare i talebani, neppure le forze dell’ordine. Una ragazza di nome Aisha accettò di scrivere per la BBC però poi i suoi genitori la fermarono perché avevano troppa paura dei Talebani. “Lo farò io” disse Malala, che era molto più giovane di Aisha. Benché avesse soltanto dodici anni, i redattori della BBC la accettarono. Malala era seduta alla finestra, chiusa in casa. Era già un gesto azzardato perché le ragazze, secondo i Talebani, non dovevano neanche affacciarsi alla finestra, per evitare che maschi estranei potessero guardare il suo viso e avere cattivi pensieri. Malala pensava. Pensava che fosse una grande responsabilità quella di scrivere per il blog della BBC. Andare contro a gente spietata non era di certo senza conseguenze, era molto impaurita, pensava: se l’avessero scoperta cosa ne sarebbe stato di lei? Come tutti gli altri ribelli, sarebbe stata uccisa e nessuno avrebbe saputo di lei, al massimo dopo la morte ci sarebbe stato un articolo su di lei, magari intitolato “La ragazza che sfidò i Talebani”. Ma lei non voleva una simile fama, voleva vivere! Il padre, vedendola triste e immersa nei suoi pensieri, capì cosa stava vagando nella testa di sua figlia. Sapeva che il compito assegnatole era davvero difficile. “Non essere triste, Malala, figlia mia.” Le disse. “Ho paura, papà” confessò allora lei. “Tu sei di gran lunga più forte delle tue paure” la incoraggiò Ziauddin, abbracciandola. Allora, Malala si sentì subito più forte, e quella sera stessa cominciò a scrivere per il blog, con lo pseudonimo di Gul Makai, fiore di mais, tratto da un racconto popolare Pashtun. Era il 3 gennaio. Scriveva a mano, poi il padre passava il foglio a un reporter che faceva una scansione e la inviava per e-mail alla BBC. I talebani decisero che nessuna ragazza poteva più andare a scuola dopo il 15 Gennaio 2009. Avevano ormai fatto chiudere centinaia di istituti femminili. Nei giorni seguenti, nella scuola di Malala, benché alcune studentesse si presentassero in classe, il preside decise, per la loro sicurezza, di non far più indossare l’uniforme ma abiti normali, per evitare di attirare l’attenzione dei Talebani su di loro. Nel frattempo, la città era diventata un campo di guerra, con assassinii, bombardamenti, sparatorie. Violenze che Malala testimoniò nel suo blog di bambina. Una mattina, Ziauddin stava bevendo il caffè, come sua abitudine, al bar, quando un suo amico esclamò ad alta voce con un misto di stupore e felicità: “Guardate qua, un articolo di denuncia contro i talebani! Dio sia lodato! Ma chi l’ha scritto? Una certa Gul Makai! Che coraggio ha questa ragazza a scrivere una denuncia così aperta contro i talebani. Vorrei tanto conoscere chi è il padre di questa coraggiosa ragazza! Sono sicuro che sarà orgoglioso di sua figlia. Che meraviglia! Mashallah!” Per tutta la mattina, gli uomini discussero apertamente dell’articolo e dunque del peso da portare tutti i giorni nel loro paese occupato. Il papà di Malala ritornò a casa felicissimo con il giornale in mano, chiamò subito la figlia e le mostrò l’articolo. Lei apparve sconcertata. “Oh mio Dio! Papà, non sapevo che l’avrebbero anche pubblicato! Cosa hanno detto gli altri signori? Hanno reagito bene o male?” Ziauddin guardò con dolcezza e benevolenza la propria figlia, si accorse che era come diventata tutta rossa dalla gioia, e che aveva gli occhi lucidi. Non rispose, non disse niente, ma le diede un bacio sulla fronte e la benedì con tutto il cuore e l’affetto che un padre può volere a sua figlia. Malgrado lo pseudonimo, non ci volle molto a scoprire che l’autrice dell’articolo era Malala. I giornalisti chiesero di intervistarla, anche con il patto di non mostrarsi, ma lei accettò di non nascondere il suo volto. Apparve perciò prima sui telegiornali locali, poi nelle televisioni nazionali e nei media internazionali: dalla BBC e dal New York Times. Ma i pakistani e i suoi sostenitori non furono gli unici ad ascoltare e leggere le sue interviste. Benché avesse acquistato una certa notorietà, Malala conduceva una vita normale e ogni giorno andava e tornava da scuola in pullman, insieme con le compagne. Così, dopo una faticosa giornata di scuola in cui lei, stanchissima, non vedeva l’ora di tornare a casa per riposarsi un po’, il pullman si fermò. Non era mai accaduto, e le ragazze si inquietarono. “Cos’è successo” si chiedevano. “Un incidente? Un guasto?” Il cuore di Malala batteva forte, perché aveva un brutto presentimento. Di colpo, apparvero sul pullman uomini armati, con lunghe barbe e turbanti sulla testa. Le ragazze repressero le grida, quasi si impietrirono per la paura, alcune di abbracciarono. Un uomo fissava ciascuna di loro e domandava in tono brusco: “Sei tu Malala?” Ogni ragazza scuoteva la testa, balbettava: “No”. L’uomo, seguito dai suoi compagni armati, sfilò lungo tutto il pullman, fino alla ragazza seduta proprio in fondo. La squadrò, ma non le chiese nulla. Si rivolse invece alle altre ragazze: “E’ lei Malala?”. Nessuna ebbe il coraggio di rispondere. Anzi, tutte chiusero gli occhi e proprio allora esplosero gli spari. “Questo succede agli infedeli che osano sfidarci” disse il capo. Poi, il gruppo armato scese in fretta dal pullman e ripartì sulla macchina con cui aveva bloccato la strada. Finalmente, l’autista chiamò l’ambulanza e la famiglia di Malala, che conosceva bene. Quando Ziauddin ebbe la notizia, per poco non sentì fermarsi il cuore. Si precipitò sulla strada e arrivò poco prima dell’ambulanza che portò Malala e una sua amica rimasta ferita nell’attentato all’ospedale di Peshawar, la città più vicina. Quella fu una notte interminabile per Ziauddin e sua moglie. Malala rimase in sala operatoria per tutto il pomeriggio e per tutto questo tempo le lacrime della mamma scesero sul suo volto. Sembrava non si fermassero più, come un fiume. I fratelli di Malala, aspettando e aspettando, si addormentarono. Ma Ziauddin non si dava pace, camminava senza sosta per il corridoio dell’ospedale, convinto che quella disgrazia fosse colpa sua. Infine un medico chirurgo uscì dalla sala operatoria e disse: “La situazione è molto critica, l’hanno colpita in un punto molto sensibile del collo e della testa, non sappiamo se riusciremo a estrarle il proiettile. Anche se ci riuscissimo, sarà difficile, per non dire impossibile che sua figlia rimanga in vita. Ci proveremo, cerchi di farsi coraggio.” Ziauddin era sempre stato ottimista, ma stavolta si sentì crollare il mondo addosso. Firmò dei fogli come un automa, e non gli restò che pregare. Nel frattempo, la notizia che Malala Yousafzai era stata ferita dai talebani era stata diramata e il presidente inviò esperti medici-chirurghi nell’ospedale di Peshawar. Fu subito deciso di trasferire Malala in Inghilterra, dove avrebbe potuto avere cure migliori. Così, Malala volò in cielo, ma in elicottero e con tutta la sua famiglia. Volò via dal suo paese e dal pericolo che ancora rappresentava per lei, volò fino in Inghilterra, nell’ospedale pediatrico di Birmingham, su un’eliambulanza messa a disposizione degli Emirati Arabi. Perché la storia di Malala non apparteneva più soltanto alla sua città e al suo popolo, ma era seguita con il fiato sospeso da tante persone nel mondo. Appena riuscì a parlare, Malala fu intervistata. Le chiesero se fosse pentita di quel che aveva fatto e lei rispose, con sicurezza: “Non sono affatto pentita, se avessi la possibilità di tornare indietro, lo rifarei non una ma cento volte! Ho il diritto di giocare. Ho il diritto di cantare. Ho il diritto di parlare. Ho il diritto di apprendere. Di vivere la vita come voglio, chi sono i talebani a togliermi questo diritto? Ho diritto di alzare la voce contro le ingiustizie” “Perché rischiare la vita per alzare la voce?”, le chiese un giornalista. “Se non lo faccio io, chi lo fa?” disse allora lei. “Le ragazze dovrebbero combattere la loro paura, come ho fatto io. Non ho paura a lottare per quel che mi spetta di diritto.” Poi fece un appello alle sue coetanee: “Non state sedute nelle vostre stanze. Dio vi chiederà il giorno del giudizio: <<dove eravate quando le persone a voi più care, le persone che vedevate ogni giorno chiedevano il vostro aiuto, quando i vostri compagni chiedevano il vostro aiuto e quando la vostra scuola chiedeva il vostro aiuto?>> ” Quando il 10 novembre Malala si alzò in piedi per la prima volta dopo il terribile attacco, era come se decine di milioni di bambine si fossero alzate in piedi. Quel giorno infatti è stato proclamato in Inghilterra la giornata internazionale di azione per Malala e per tutte le altre 32 milioni di bambine a cui era stata negata l’istruzione.>