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Diritti

Spero che qualcuno, tra un thriller e un libro sentimentale, si prenda una pausa e legga  Le ragazze invisibili (Marsilio, 2017) di Henning Mankell, dove il protagonista è un poeta apprezzato, ma come tutti i poeti condannato a vendere si e no qualche migliaia di copie delle sue antologie.

Ed ecco l’editore suggerirgli di scrivere un bel poliziesco, genere che ormai è l’unico universalmente letto, mentre lui, il poeta restio a scrivere ciò che gli viene chiesto, ha in mente di realizzare un progetto sulle ragazze immigrate in Svezia, ritrovandosi in un mare di complicazioni. Tutti gli dicono cosa dovrebbe fare, dalla madre alla compagna all’amico all’editore, e lui invece è trascinato dentro una storia fatta di tante storie invisibili, inascoltate, quelle di ragazze rifugiate in segreto, che vivono di espedienti e si riparano negli anfratti, storie tragiche eppure piene di avventura e magia, come chi attraversa il Baltico su una barca a remi, chi cammina per l’intera Europa, chi ha perso il fratellino portato via dal villaggio come nella fiaba del Pifferaio Magico, storie che soltanto un poeta si ferma ad ascoltare e raccontare.

E quindi quando ti chiedono a cosa serve la letteratura, ecco qua a cosa serve: a raccontare dove siamo, in mezzo a chi, e qual è la nostra storia e quella degli altri. Non interessa perché ognuno è preoccupato soltanto del proprio angolino? Be’, il romanzo di Mankell ci mostra come le storie ti vengono a scovare anche lì dove te ne stai  angosciato dalla tua abbronzatura o dalla mamma che ti chiama alle due di notte.

(Peraltro il romanzo tradotto nel 2017 in italiano, è del 2001… decenni di immigrazione e siamo sempre lì a chiederci che fare)

 

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sta zittaCapita spesso di sentirselo dire, che il femminismo è roba del passato e che le femministe sono ormai acide signore di mezz’età se non addirittura anziane, che stanno lì a rimestare livore contro gli uomini. Perché insomma, oggi le donne, s’intende occidentali anzi europee e quindi anche le italiane, possono fare tutto quel che vogliono, sono libere e totalmente pari agli uomini. Che c’entra, se ne ammazza ancora un po’, ma son casi di cronaca nera…

E allora leggete un libretto snello (anche se non proprio agile, perché s’addentra nelle leggi di sessant’anni di vita repubblicana italiana) scritto da un uomo (non dalla solita femminista di cui sopra), il giornalista Filippo Maria Battaglia, che in “Stai zitta e va’ in cucina” (Bollati Boringhieri) ci racconta la storia della cosiddetta emancipazione femminile dello scorso secolo, fino ai nostri anni. Un’emancipazione ostacolata in tutti i modi dagli uomini, pur democraticissimi e pieni di premura verso i ceti più deboli, pronti a immaginare rivoluzioni e grandi rivolgimenti sociali, purché non fossero di genere, perché le donne hanno sempre infastidito, provocato, distratto, seccato i manovratori, i grandi pensatori, e anche i veri rivoluzionari.

Sono cose vecchie, si dirà, del passato remoto. Peccato che ancora oggi non si abbiano che occhi per la linea o il look della parlamentare e della ministro, si commenti “ma non ha una famiglia, quella, che sta sempre in Parlamento?”perché si sa che la vera donna si realizza in casa, con marito e bambini. Non parliamo poi delle quote rosa che fanno orrore anche alle donne che sono state elette proprio grazie a una legge che doveva semplicemente ripianare un terribile gap, altrimenti insanabile, tra la presenza femminile e quella maschile nei palazzi del potere come nelle grandi aziende. “Grazie” alle quote rosa, oggi l’Italia è soltanto 37° nella classifica mondiale sulla parità di genere in politica.

2-waris-dirieFiore del deserto è Waris Dirie, la modella di scultorea, sublime bellezza degli anni ’90, scoperta da un fotografo di moda. Ma Waris Dirie, che proveniva da un villaggio del deserto della Somalia, non ha semplicemente trovato nella sua carriera il riscatto da un’infanzia e un’adolescenza strazianti. Ha voluto usare la sua fama per farsi portavoce di una battaglia contro l’infibulazione femminile che lei stessa subì da piccolissima e che “le cambiò la vita”. Quindici anni fa è stata pubblicata la sua biografia, scritta con Cathleen Miller (Garzanti 1999, originale 1998), oggi quella biografia è diventata un film molto bello e appassionante di Sherry Hormann, regista anglo tedesca che ci offre un film sociale sulla condizione della donna migrante, in bilico (o in fuga) tra le tradizioni tribali e i diritti riconosciuti alle donne nelle democrazie occidentali.

Come succede sempre nelle trasformazioni cinematografiche, il film coglie alcune parti della biografia e decide per esempio di non raccontare la parte “romantica” conclusa con il matrimonio e i figli, ma la parte più sociale della protagonista, interpretata dalla modella somala Liya Kebede, bellissima e molto somigliante a Dirie. Il film si apre con lei ragazza a Londra, disorientata e senza aiuto: benché sia in città da sei anni non parla inglese e non sa dove andare. Le viene in aiuto la commessa di un grande magazzino, strampalata ma si capisce dal cuore d’oro (la bravissima, simpatica Sally Hawkins) che la ospita e le dà l’indirizzo di un locale dove andare a lavorare, il bar dove un fotografo celebre e alla moda la nota, le lascia il biglietto da visita e alla fine la introdurrà nel dorato mondo delle passerelle e delle riviste patinate.

Per ripercorrere la sua tragedia di bambina infibulata e la sua fuga dal villaggio dove era stata promessa in sposa, adolescente, a un vecchio nomade, la regista usa la tecnica del flashback nei momenti cruciali dell’esistenza a Londra, in modo piuttosto semplice e quasi didascalico. D’altronde il film deve essere molto comprensibile e di certo cercare di toccare le corde di un pubblico vasto, ignaro che tuttora la pratica dell’infibulazione alle bambine sia praticata in molti paesi, e soprattutto poco consapevole che la condizione della donna sia ancora un tema che attraversa tutti gli altri, perché anche tra migranti c’è una bella differenza a essere uomo oppure una donna che si porta dietro la soggezione e l’oppressione anche quando arriva in un paese dove vige la pari opportunità.

Ma è molto chiaro anche ciò che la regista vuole far arrivare e cioè la capacità delle donne di solidarizzare, di farsi forza, di comprendersi e aiutarsi, oltre le barriere culturali e sociali, oltre la rivalità imposta dai modelli che dividono in belle e non belle, incontrandosi in quell’intimo spazio femminile in cui si è semplicemente donne, con un fisico uguale alla nascita e oggetto di sevizia e accanimento da parte di società patriarcali, che amano chiamare “tradizione” e “identità” l’insieme di pratiche che mantengono inalterato il potere sul corpo e la mente femminile.

adichieNon faccio che sentirmi dire che le ragazze sono più brave in tutto. Sono più studiose, più disciplinate, più motivate, perciò eccellono negli studi, nei master. Sono scienziate molto serie, determinate. Sono artiste che affilano con pazienza il loro talento. Sono migliori dei loro coetanei maschi che sbruffoneggiano e poltriscono e se anche gli viene offerta una specializzazione universitaria alle Hawaii, rifiutano, magari dicendo che il surf non è il loro sport preferito.

E allora, com’è che restiamo così poche a lavorare, a dirigere le aziende, gli ospedali, i teatri, i laboratori di ricerca, le facoltà? Corriamo come treni per sfracellarci prima contro il muro della formidabile fortezza del lavoro e della formazione costruita tutta su modello maschile e molto ben presidiata da uomini che preferiscono stare in ambiente da caserma vecchio stampo, quando si era solo tra uomini (veri).

Però quella caserma non va bene nemmeno ai giovani. Ecco perché la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nel suo breve pamphlet “Dovremmo essere tutti femministi” (Einaudi, agilissima lettura di meno di 50 pagine, non si dica che non si ha tempo…) esorta a incontrarsi e allearsi ed essere femministi: gli uomini oltre che le donne, e magari queste ultime riprendano il termine femminista senza considerarlo antico o esagerato, in un mondo dove le donne sono assai maltrattate, non solo nei paesi meno avanzati, ma anche in quelli civili e carichi di leggi contro le discriminazioni di genere, perché la prassi, l’abitudine, la routine, gli schemi mentali, superano ogni legge e impediscono persino di vedere non solo la discriminazione, ma persino la sopraffazione.

 

ChildrenAct_Vintage“Mozzafiato” come strilla la copertina non si può dire, di questo “The children act”, ultimo romanzo di Ian McEwan. Ma interessante, coinvolgente e profondo: questi aggettivi ci sembrano i più appropriati. Anche perché non è semplice la materia che tratta lo scrittore, una materia legale imperniata sulla tutela dei bambini secondo il “Children Act” inglese, stabilito nel 1989 per la protezione e la cura dei bambini, con o senza i genitori che sono responsabili del suo benessere.

Ma si tratta di un romanzo e non di una cronaca o di un saggio, perciò la protagonista è una giudice (dal curioso nome di Fiona Maye, quasi come la famosa campionessa del mondo di atletica Fiona May) che si occupa dei casi di minorenni.  E il libro si apre in mezzo a una tempesta coniugale, con il marito che fa la valigia e se ne va per poter vivere in tutta libertà una “storia” con una donna ovviamente più giovane. Non molto originale, si direbbe, se non che la faccenda interessante è che il marito chiede quasi una sorta di permesso di avere un’avventura senza però separarsi, perché i vantaggi del matrimonio sono superiori ai rischi di una separazione definitiva. A questo punto, si pensa che la moglie, giudice e donna indipendente, lo butti fuori a calci, invece…

Eh, ci vuole proprio un tocco da maestro a capire come sono complesse le storie umane e le fragilità di persone anche apparentemente salde come rocce, magari chiamate a giudicare comportamenti altrui e a decidere di destini grazie all’applicazione di leggi idealmente giuste, ma che possono portare a conseguenze incontrollabili e anche drammatiche. Come il caso che tocca a Fiona: decidere se un ragazzo appartenente ai testimoni di Geova debba essere sottoposto a una trasfusione oppure no, come vorrebbero i genitori e la comunità religiosa.

La mia piccola notazione è che un romanzo del genere, con tutte le sue lunghe descrizioni sui procedimenti giudiziari e sulle specifiche legali, nel nostro paese avrebbe fatto rizzare i capelli agli editor, pronti con le cesoie a tagliare senza pietà passaggi che “annoiano” i lettori già abbastanza distratti. Invece, gli inglesi hanno pubblicato così com’era, lasciando a noi lettori il compito di saltare le pagine, se vogliamo. In italiano il libro s’intitola La ballata di Adam Henry.

veltroniI bambini sanno è un film-documentario sulla scia dei meravigliosi documentari girati negli anni aurei del cinema, quando chi li realizzava era Pasolini, per esempio o anche Comencini (I bambini e noi). E al cinema italiano porge un doveroso omaggio con una carrellata di corse di bambini, tratte da tanti film che abbiamo amato.

Poi, però, c’è l’oggi che mostra il grande cambiamento avvenuto negli ultimi vent’anni: figli di immigrati provenienti da tutto il mondo, figli di famiglie talmente allargate che non si ricordano neppure quanti fratelli hanno, ragazzini che si professano di diverse religioni, anche atei, che discettano su tutto, anche su temi che sembrerebbero non riguardare i bambini, come la disoccupazione, la crisi, e temi che si vorrebbero tenere nascosti ai più giovani, come l’omosessualità, su cui invece i bambini intervistati hanno idee piuttosto chiare di rispetto e libertà.

Certo, il docufilm di Veltroni non è sociologico, per carità: la scelta di un girato immenso che focalizzi certi argomenti e che riporti anche le parti più umoristiche, e quelle filosofiche un po’ alla “Piccolo Principe” ne fa un film personalissimo, che punta sulla tolleranza, l’apertura, la speranza, e la comprensione che ancora esistono e che i bambini possono far emergere. Non è un film “per” bambini però:perché mostra soprattutto a noi adulti come ci si rivolge ai bambini, come si ascoltano e s’interpellano, come si rispettano i loro punti di vista e i loro sentimenti. Anziché allevarli come insaziabili consumatori e affidarli alla TV e alla playstation.

SELMA-posterSarò sincera: pensavo che Selma, il film che racconta una battaglia fondamentale della lunga, faticosa e tragica strada del riconoscimento dei diritti di base per gli afro-americani, fosse il solito polpettone agiografico . Pensavo cioè a un film abbastanza retorico e senza mezzi toni: un po’ lo è, con i bianchi razzisti, sprezzanti, orrendi, brutali (d’altra parte i razzisti erano appunto tutti bianchi) e i neri generosi, buoni, gentili, comprensivi e lungimiranti, ma va bene così.

E’ difficilissimo raccontare un personaggio come Martin Luther King senza farne un santo (e il film riesce a renderlo umano, con fragilità e dubbi), e quasi impossibile non creare le contrapposizioni tra buoni e cattivi. Anzi, la regista Ava DuVernay riesce almeno a mostrarci il giochino degli interessi politici che stanno dietro alle grandi battaglie sociali.

Di certo, un film così almeno può raccontare cosa è successo nell’arco di vent’anni a chi è giovane e crede che il mondo occidentale e quello americano in particolare sia sempre stato beneficiato da diritti di uguaglianza e magari non sa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile un Presidente americano di colore. In sala, alcuni ragazzi americani apparivano visibilmente scioccati.