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Attendo fiduciosa che qualche altro studioso (storico antropologo sociologo, uomo perché l’opinione di donne studiose è considerata una sorta di “difesa d’ufficio”) offra un punto di vista che non sia così banale e trachant come quello reso dalla star della divulgazione storica Alessandro Barbero, che ieri ha parlato della mancanza di determinazione e di aggressività nelle donne per gli studi e la carriera. Sono sbigottita perché l’opinione proviene da uno storico, che dovrebbe ben conoscere il percorso umano di negazione della donna, il processo per cui oggi finalmente la parte femminile dell’umanità ha accesso ai saperi e a ogni professione, ma ancora è soggetta a regole dettate dal patriarcato.

La domanda più ovvia che mi viene da porre è: Dunque lei, professore, si è imposto sgomitando o perché è bravo? Tutti e due? Quando ero giovane, di chi aveva successo si diceva che sapeva “vendersi” bene, e mi pareva orripilante. Oggi la mia impressione è che si è bravi e capaci se sappiamo coinvolgere, se ascoltiamo e restituiamo empatia, se cerchiamo di fare al meglio, umilmente, il nostro mestiere. Credo che anzi oggi tutti dovremmo essere meno aggressivi, presuntuosi e egotisti, proporre ai più giovani modelli comportamentali diversi, guidati dal rispetto a cominciare dalla differenza, e alimentati dalla sapienza, dalla gentilezza, dall’attenzione e dalla consapevolezza che chi siamo è il risultato di ciò che siamo stati nei secoli.

Emer O’TooleGirls will be Girls

Incuriosita dal titolo (in italiano è lo stesso, con sottotitolo “travestirsi, interpretare ruoli cambiare le regole, pubblicato da Le plurali), mi sono procurata questo libro a esplicito tema femminile per indagare i ruoli sociali e culturali, l’imposizione di regole non scritte, ma molto dette e assorbite dall’esempio familiare e sociale, che certo è molto cambiato nell’ultimo secolo (e con questo voglio proprio dire dagli anni 20 del 1900 a oggi), ma per cui c’è ancora tantissimo da fare e dire.

Però questo libro in cui Emer O’Toole racconta l’adolescenza negli anni ’90, per molti versi peggiore di quella degli anni ’70 in cui sono cresciuta io, non riesce a dirmi nulla di più ma soprattutto di diverso oltre all’ovvio schema in cui tutte le bambine e le ragazze crescono e cioè una società maschile con regole basate sulla competizione e sulla negazione dell’accoglienza delle differenze come accrescimento e espansione della conoscenza. Diciamo che un libro del genere, un po’ autobiografia un po’ saggio di sociologia, può interessare a chi è davvero a digiuno di ogni libro femminista, sia del glorioso passato delle Beauvoir che del presente di una bravissima Ngozi Adichie. Un femminismo da rotocalco femminile.

Quasi quasi mi viene una botta di depressione. L’autrice irlandese racconta l’Irlanda delle ragazze tutte in lustrini, dove ancora si vagheggia il ruolo di moglie e madre devota. Però io non vedo questo desiderio in uomini giovani che, anzi, oggi pretendono una compagna che porti a casa uno stipendio, oltre che occuparsi dei figli e delle faccende domestiche. Quel che vedo è il culto della vanità in donne e uomini, l’ideale obbligato della giovinezza al punto di pretenderla dalla medicina e dalla chirurgia estetica, e soprattutto la religione del dio denaro, che dà valore a chi più guadagna, che sia calciatore o influencer, uomo e a volte potentissima donna.

Oggi parliamo di streghe. Non proprio quelle delle fiabe, come diceva già Roald Dahl nell’incipit del suo celebre Le streghe (Salani), ma le streghe di romanzi che si basano sulla storia delle donne che furono perseguitate e uccise con l’accusa spaventosa di praticare la stregoneria, attività malefica e in stretto contatto con il demonio. La “caccia alle streghe” durò ben quattro secoli in Europa, spazzata via dall’Illuminismo, ma trasferita in America grazie alla superstizione e alla morbosità dei puritani colonizzatori. Il libro appena uscito di Alix Harrow, The Once and the Future Witches, tradotto in italiano Le streghe in eterno (Mondadori) è infatti ambientato a New Salem, in America, nell’Ottocento della rivoluzione industriale, e le streghe sono tre sorelle addestrate alla magia di nascosto. Lo trovo interessante e anche coinvolgente, anche se a mio parere all’autrice manca un po’ il dono dell’ellissi narrativa, e si abbandona a paginate di descrizioni e avvitamenti psicologici (ma ho notato che appunto l’ellissi non è gradita a nuovi narratori soprattutto di genere).

Non so se sia ancora in commercio, ma anche io mi sono misurata anni fa nel tema delle streghe non come simbolo ma come emblemi del difficile e ostacolato percorso verso l’emancipazione e l’autodeterminazione delle donne: si tratta de La Settima Strega (De Agostini), in cui ripercorro la storia all’indietro, dal Novecento fino al Trecento e in diversi paesi europei, per costruire il caleidoscopio dei talenti femminili negati fino alla metà del secolo scorso (cioè abbastanza vicino a noi nel tempo).

L’amica Sabina Colloredo ha pubblicato nei primi mesi di quest’anno Quando diventammo streghe (Gallucci), tornando al Medioevo in cui iniziò la criminale persecuzione di donne colpevoli di essere curatrici, levatrici, esperte di piante medicamentose, o donne che si mostravano troppo indipendenti rifiutando matrimoni o di entrare in convento, per non parlare di quelle che aspiravano a studiare. Si tratta di un volume che riprende la storia di Lucetta raccontata in Non chiamarmi strega (Gallucci), ma che si può leggere anche indipendentemente dal primo volume.

Perché le streghe? Non sono figure antiquate? Non direi, vista la vasta produzione di libri e film su questo tema. Ma a mio parere è importante che siano contestualizzate e non trattate da figure della tradizione o del fantasy, cattive o buone che siano. E cioè che si ripensi e si valorizzi la storia delle donne, considerata quasi un’appendice della storia generale che poi è quella degli uomini, dominatori esploratori e conquistatori, artisti letterati e inventori. Non è che le donne non avessero voglia di esplorare o dipingere o inventare. Non potevano, era proibito, era pericoloso, e il divieto, l’ostracismo, la persecuzione non è finita con l’inizio dell’emancipazione (che a mio parere è ancora in rodaggio in Italia) e del riconoscimento dei diritti femminili. Come si sa, in mezzo mondo ancora la donna è schiava o strega: o si adegua o è bruciata viva.

Un romanzo come questo di Bérengère Cournut ci trasporta davvero in un altro mondo, dove raffigurarci un’esistenza umana indubbiamente più naturale, ancestrale e selvaggia, un po’ come ci succedeva leggendo Il richiamo della foresta di Jack London, che scriveva quasi un secolo fa.

A chi è destinato un romanzo come questo, suggestivo e poetico, un romanzo di formazione e d’avventura, ambientato in Groelandia presso il popolo degli Inuit? A chi ama leggere, ma anche ai giovani lettori, forse convinti che certe popolazioni non esistano più e che nel mondo tutti seguano un unico modello socio culturale. Narrata in prima persona, con l’intercalare di bellissimi canti inuit, la storia è quella di una ragazzina che si trova a sopravvivere, separata di colpo dalla famiglia per il distacco di una lastra di ghiaccio, e che saprà cavarsela grazie a doti di cacciatrice che la equiparano agli uomini.

Una volta c’era anche l’antropologia a raccontarci chi siamo e questo libro riesce a restituirci il fascino dello studio dell’umano in contesti differenti, con usi e credenze antiche, senza che diventino materiale per thriller. Ogni tanto uscire dal circuito angloamericano a favore della letteratura francese è una buona boccata d’ossigeno e di originalità.

Mi sono lasciata convincere dalle mie nipoti adolescenti a vedere la nuova Cinderella formato musical, con ammodernamento della storia che prevede una Cenerentola bruna (e vincitrice di X factor), una matrigna frustrata più che malvagia, un regno multiculturale su cui domina Pierce Brosnam, un patriarca pronto ad accettare un cambio totale di potere: invece del Principe Azzurro, l’erede sarà sua sorella, la “Principessa del Popolo” (riferimento a lady Diana?), pronta a svecchiare stili e temi di un paese che comunque è fiabesco, cioè senza tempo, e il cui palazzo pare Versailles.

E poi c’è Cinderella, con gli amici topolini come da vulgata disneyana, che non vuole diventare principessa né regina ma sarta, anzi stilista, non soltanto uno dei mestieri più popolari tra i social e gli influencer, ma anche perché in effetti nella fiaba originale Cenerentola sfoggia ben tre abiti meravigliosi, confezionati dalla magia, che tradotta in americano significa “talento”.

Che vi devo dire? Le fiabe hanno significati assai profondi e simbolici e anche Cenerentola li serba, al di là di quelli più superficiali che ne hanno fatto la storia su cui gli Americani si sono assai accaniti considerandola antifemminista, e prendendola a modello per film come Pretty Woman o Flashdance. Dite che le bambine saranno più motivate a non cadere nel trappolone romantico del sacrificio di sé e delle proprie aspirazioni con storie come queste? Chissà. Per ora le donne sono ancora nella fase focolare, non perché hanno scarpe di cristallo, ma una bella lastra sopra la testa e qualsiasi professione decidano, che sia stilista o scienziata, devono fare i conti con la cura dei figli, lo stipendio inferiore, la scelta di non essere madri, la violenza sessista, la mancanza di servizi e anche di sostegno femminile, perché da lì si parte, da sorelle che non ti rubano le scarpe, ma percorrono il cammino dell’esistenza con te.

Anzitutto: buon inizio della scuola a tutte le ragazze e ragazzi, le bambine, i bambini, gli insegnanti chiamati anche quest’anno a lavorare tra maggiori difficoltà (e non sto qui a dilungarmi su ciò che tutti sappiamo e che non mi va nemmeno più di nominare). Proprio per questo, per l’impegno dell’insegnamento e per il grande e fondamentale progetto che è, oggi vorrei parlare di un paio di libri importanti sulla scuola.

Il primo è di uno scrittore che conosce bene l’istituzione, perché è un professore. Si tratta di Eraldo Affinati che ha scritto un libro per ragazzi, “Il sogno di un’altra scuola” (Piemme 2018) per ripercorrere la vita esemplare di don Milani, il celebre maestro di Barbiana, la scuola sperduta nel Mugello che divenne esempio di pedagogia. Affinati affida il racconto al dialogo tra adolescenti di oggi, che vogliono scoprire la figura di un uomo che fu in pratica esiliato e che seppe, in quel piccolo esilio, costruire un fulcro di conoscenza e apprendimento innovativo. Per carità: impossibile essere don Milani, ma come sempre in personaggi di questo calibro, si può esserne toccati, affascinati, ispirati.

Il secondo lo consiglio a giovani lettori (scuole superiori) e a diversamente giovani, ed è “La ladra di parole” della scrittrice nigeriana Abi Daré, pubblicato da pochi mesi dall’editrice Nord (di cui quest’anno ho letto gran bei libri). Ci racconta del bisogno di scuola, del desiderio di scuola in paesi dove la scuola è per pochi e non è mai per le ragazze. Ha una scrittura mimetica, che usa il “broken english” tradotto con maestria da Elisa Banfi. (Certo, per me rimane essenziale che riusciate a leggere in lingua originale, care ragazze e ragazzi e così la lettura ci permette anche di affinare la conoscenza dell’inglese). Stiamo molto parlando di donne afghane, in questi giorni. Non è solo l’Afghanistan la galera delle donne: è più di mezzo mondo e a volte anche in squarci d’Italia, se si va a guardare nelle (troppe) fessure.

Per finire il nostro brevissimo percorso sul tema del pregiudizio razziale, oggi propongo un romanzo italiano della scrittrice Igiaba Scego, La linea del colore, pubblicato lo scorso anno da Bompiani e vincitore del Premio Napoli 2020. Si tratta di una lettura consigliabile per la scuola secondaria di secondo grado, sia per i temi affrontati che presuppongono una conoscenza più complessa della storia contemporanea italiana e internazionale (il colonialismo italiano in Etiopia, la pulizia etnica dei nativi americani, l’abolizionismo in USA, l’Europa di fine Ottocento e la sua cultura), sia per la forma del romanzo che intreccia due storie di donne, una del passato e una del presente. La scrittura invece è accattivante e scorrevole, adeguandosi anche un po’ allo stile del romanzo ottocentesco.

Credo possa essere molto interessante e formativo proporre un romanzo del genere ai più giovani che probabilmente poco o nulla sanno della triste stagione del colonialismo italiano e che spesso sono pronti a dichiararsi solidali con chi soffre ingiustizie lontane, e meno con chi vive magari sullo stesso pianerottolo di casa ed è arrivato dall’Africa o dall’Asia e magari ha una sfumatura più scura di pelle, quella “linea del colore” che per Igiaba è arte e vita.

Per gli studenti delle superiori potrebbe poi essere una bella esperienza dialogare con l’autrice, romana quarantenne, che ha scritto davvero dei bellissimi romanzi sul tema del colonialismo, dell’emigrazione e l’accoglienza come Adua (Giunti) e anche un libro per bambini sulla diversità: Prestami le ali (Rose Selavy), il racconto di una rinoceronte mostrata nei luna park come una specie di mostro e per fortuna alla fine liberata.

La commedia simpatica arriva dalla Spagna. Diversa dai soliti cliché, soprattutto senza vecchi che impazzano (ho notato poi che sono tutti padri, da Anthony Hopkins allo Sgarbi al padre di Mortesen, si vede che hanno ancora da monopolizzare lo spazio narrativo oltre che sociale), Il matrimonio di Rosa ci fa ridere e pensare, come fanno le buone storie, con personaggi azzeccati e soprattutto una fotografia contemporanea del mondo in cui viviamo.

Rosa è una attuale “anima buona del Sezuan”(googlare alla voce Brecht), non sa dire di no a nessuno e la sua disponibilità e generosità rischiano di sopraffarla. Ma quando il vecchio padre (eccolo là) dichiara di aver deciso di vivere con lei, anziché rimanere solo nel suo lussuoso appartamento, Rosa fugge nel paese d’origine della mamma, pensa di rimettere in sesto la sartoria che apparteneva alla donna e soprattutto annuncia di sposarsi con se stessa.

Tra malintesi causati dalla mancanza di attenzione e ascolto (tutti sono sempre allo telefono, sono interrotti da chiamate di lavoro, danno istruzioni ai figli in video, inviano vocali e messaggi), i parenti stretti e anche quelli più lontani si radunano per il matrimonio più atipico e divertente, quello di una ultraquarantenne che dichiara amore e fedeltà a se stessa.

A dirigere questo film allegro con punte di amarezza che ci toccano molto (quel senso di fallimento che tutti sentono addosso, a causa di aspettative sociali inarrivabili) è Iciar Bollain, che vanta una lunga carriera nel cinema, come attrice sceneggiatrice e regista e che confesso di non aver mai sentito nominare, ma forse dopo due anni di rincretinimento davanti alla tv non mi ricordo più nemmeno chi era Kurosawa.

Tre scrittrici giovani, tre voci nuove nel panorama letterario, tutte e tre sostenute dai loro editori e dalla critica, ma soltanto di una di loro posso dire di aver apprezzato moltissimo l’originalità del tema, lo spessore della storia e della scrittura.

Le tre autrici sono l’irlandese Sally Rooney (27 anni), e il suo “Parlarne tra amici” (Conversations with friends), Einaudi; l’americana Katie Kitamura (39 anni) con “Una separazione” (Bollati Boringhieri) e l’italiana Letizia Pezzali (39 anni), Lealtà, Einaudi Stile Libero.

Indovinate un po’ chi mi ha tenuta attaccata alla storia?

Katie Kitamura con la sua “scrittura ipnotica”, come definisce il critico di “Kirkus” (scrittura ipnotica oggi va di moda)? Sbagliato. Il libro della Kitamura è un ragionamento persistente sul tema della separazione, matrimoniale e poi estrema (la morte), intinto nel mistero con un omicidio irrisolto che fa paragonare il suo romanzo addirittura a Patricia Highsmith, ma in realtà non riesce a raggiungerne le vette.

Forse l’irlandese Rooney, con un romanzo giovanile, dove si sviscera il continuo elucubrare di una studentessa all’inizio innamorata di una sua coetanea, poi presa da un bellissimo attore più grande di una decina di anni (sembra chissà cosa, forse perché a vent’anni le distanze sono più ampie), una ragazza dedita ogni tanto all’autolesionismo e aspirante scrittrice?

Nessuna delle due. Invece l’italiana Letizia Pezzali ha conquistato il mio completo coinvolgimento con una storia incentrata su una donna che lavora in un’importante banca di Londra, una donna sola, rimasta orfana, apprezzata nel lavoro, innamorata di un economista conosciuto da studentessa e dal cui ricordo non riesce a separarsi. Una storia contemporanea in cui ci ritroviamo tutti, per la mitologia del successo, del denaro e dei social, il cui uso richiede schermature, ossessione, bisogno di consenso. Una protagonista (intanto una donna in un ambiente normalmente coniugato al maschile in tanti film anche recenti) che non è più l’eroina “in carriera” di altre epoche, ma la melanconica figura di una ragazza che lavora duro, dentro il mondo crudele della finanza. Una storia che sa dirci molto di oggi, delle nostre relazioni così “fluide” e mai “leggere” come invece lo erano negli ultimi decenni dello scorso secolo.

Mi si scuserà la presentazione un po’ da barzelletta d’altri tempi, l’irlandese l’americana l’italiana, ma trovo che oggi si possa ben smettere di stracciarsi le vesti continuando ad affermare che la migliore narrativa è quella “straniera”, dove questa parola poi ha senso assai vago, perché contemplerebbe tutto il mondo e in realtà comprende a mala pena 3 o 4 lingue, in particolare quella inglese. A quanto pare il romanzo di Pezzali è già stato opzionato per il cinema, oltre che tradotto subito. Qualcosina vorrà dire.

 

Spero che qualcuno, tra un thriller e un libro sentimentale, si prenda una pausa e legga  Le ragazze invisibili (Marsilio, 2017) di Henning Mankell, dove il protagonista è un poeta apprezzato, ma come tutti i poeti condannato a vendere si e no qualche migliaia di copie delle sue antologie.

Ed ecco l’editore suggerirgli di scrivere un bel poliziesco, genere che ormai è l’unico universalmente letto, mentre lui, il poeta restio a scrivere ciò che gli viene chiesto, ha in mente di realizzare un progetto sulle ragazze immigrate in Svezia, ritrovandosi in un mare di complicazioni. Tutti gli dicono cosa dovrebbe fare, dalla madre alla compagna all’amico all’editore, e lui invece è trascinato dentro una storia fatta di tante storie invisibili, inascoltate, quelle di ragazze rifugiate in segreto, che vivono di espedienti e si riparano negli anfratti, storie tragiche eppure piene di avventura e magia, come chi attraversa il Baltico su una barca a remi, chi cammina per l’intera Europa, chi ha perso il fratellino portato via dal villaggio come nella fiaba del Pifferaio Magico, storie che soltanto un poeta si ferma ad ascoltare e raccontare.

E quindi quando ti chiedono a cosa serve la letteratura, ecco qua a cosa serve: a raccontare dove siamo, in mezzo a chi, e qual è la nostra storia e quella degli altri. Non interessa perché ognuno è preoccupato soltanto del proprio angolino? Be’, il romanzo di Mankell ci mostra come le storie ti vengono a scovare anche lì dove te ne stai  angosciato dalla tua abbronzatura o dalla mamma che ti chiama alle due di notte.

(Peraltro il romanzo tradotto nel 2017 in italiano, è del 2001… decenni di immigrazione e siamo sempre lì a chiederci che fare)