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Famiglia

Ninna nanna di Leila Sliman (Rizzoli 2017): mi chiedo se l’ho letta o no. Sì, mi ricordo che l’ho letta, ma ho come una botta di amnesia (e proprio ieri si parlava di amnesie temporanee, che sono il mio terrore), però non ricordo un nome, e poi che succedeva? Ed ecco riemergere il ricordo, e la paura e il disturbo provocati da questa storia che il cervello si vede ha ritenuto opportuno mettere da parte.

Perché non c’è storia peggiore dell’omicidio di due bambini piccoli ad opera di una baby sitter che all’inizio della storia appare come la perfezione assoluta: buona, allegra, bravissima, adorata dai piccoli e oltretutto ottima cuoca, che alla coppia stremata dal lavoro, lascia manicaretti addirittura da consumare in allegre cene tra amici. Del resto, è una signora di mezz’età sempre ben curata, non una ragazza nervosa e senza esperienza, quindi per Paul e Myriam quasi un dono inaspettato. Finché non cominciano a esserci segnali un po’ allarmanti di un comportamento disturbato, che i due giovani però non vogliono esaminare, perché perdere la tata significherebbe perdere la libertà di lavorare fino a tarda ora, di avere tempo per la cenetta romantica, insomma, ritornare a un periodo che soprattutto per Myriam è stato assai duro: in casa con i bambini, rinunciando alla propria carriera…

Non è un thriller questo di Leila Slimani, ma un romanzo sul genere de “L’avversario” di Carrére, dove si analizza pulsioni oscure e inspiegate, dove i personaggi mostrano facciate luminose e dentro di loro impenetrabili oscurità, che nessuno si perita di indagare. Perché i rapporti oggi sono questi: essenzialmente familiari e chi entra in casa nostra come tata, cameriera, come badante e cura i nostri figli o genitori, spesso non ci interessa fino in fondo chi sia, dove viva, cosa faccia, quali drammi serbi in sé.

Ma in più, ecco perché questo romanzo disturba, terrorizza: quale madre lavoratrice non ha dovuto lasciare i propri bambini a qualcuno per tornare al suo posto, per non perdere terreno nella professione, e tornare ad essere, oltre che una mamma, una donna con i propri interessi, il proprio talento? E questa “colpa” infine ricade sempre sulla madre, a cui una sostituta sottrae i figli quasi fosse una sorta di Angelo sterminatore.

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Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

Tris di donne scrittrici, se trovo una quarta di questo livello faccio un mio personalissimo poker letterario. Perché il terzo libro di seguito che ho letto è l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, La più amata (Mondadori), uscito in febbraio, candidato subito al Premio Strega e veramente un gran romanzo.

Siamo ancora negli anni ’70, stavolta d’infanzia (d’altra parte queste scrittrici sono quarantenni e oltre) e in Toscana, in una piccola località che comunque è sempre andata di moda: Orbetello ovvero l’Argentario, dove Teresa nasce figlia di un primario che è considerato una sorta di papa, quasi santo, che comanda non soltanto nel suo ospedale, e forse è più che massone, magari Gran Maestro, di sicuro è ricchissimo già di famiglia e moltiplica gli averi, permettendosi una villa faraonica che nemmeno gli Agnelli possiedono. Una vita che nasconde tante ombre, quando la figlia, diventata adulta, non più ricca perché il patrimonio si è dissolto incomprensibilmente, si mette a indagare e come dice “racconta e inventa” perché è quasi impossibile sapere davvero chi era suo padre, e resta il dubbio che questa scrittrice incantatrice abbia esagerato, fantasticato, nel tentativo di darsi una ragione della perdita di un’infanzia dorata, di una vita che sarebbe potuta essere dorata.

Teresa Ciabatti scrive spietata, lucida, drammatica, ironica, disperata e patetica, si mette a nudo attraverso una storia tremenda, dove non c’è perdono perché non c’è comprensione, c’è un indagare negli anfratti familiari, un domandarsi dove e come è iniziata la fine, forse fin dal principio come sempre nella vita, e perché si è quel che si è: incompleti, strambi, insoddisfatti, un po’ falliti. Soprattutto quando si nasce ricchi, protetti, amatissimi, e a un certo punto si cade dall’eden sulla nuda realtà, è un po’ difficile darsi pace.