archivio

lavoro

studentesseOggi è il Primo maggio, festa del lavoro e così mi viene da pensare ai figli miei e di amici che, per lavorare e a volta anche studiare, hanno scelto di andarsene. Vivono per lo più nel Nord Europa o negli USA, ma qualcuno anche nel Sud Europa e cioè in Spagna, che comunque offre qualche opportunità e vantaggio in più a ragazzi e ragazze italiane che dimostrano capacità e volontà, bravura, conoscenza delle lingue (spesso più di 2 straniere), dinamismo.

Quali settori? Su quindici ragazzi e ragazze che ho in mente, ecco qua:

cinema, danza, narrativa, fisica, economia, aeronautica, biologia, psicologia, musica, antropologia, astronomia, insegnamento delle lingue.

Soltanto due sono partiti per Londra per lavorare e imparare l’inglese, un’esperienza che facevamo anche noi quarant’anni fa, e difatti sono impiegati come camerieri o baby sitter, gli altri fanno mestieri artistici o scientifici o tecnici o didattici, non necessariamente strapagati, ma senz’altro remunerati per il loro valore e soprattutto assunti per meriti, assunti regolarmente e con grande facilità. In più, in tutti i paesi dove vivono non hanno avuto difficoltà a trovare un appartamento in affitto e se per caso hanno deciso di avere bambini, possono usufruire di servizi di base e cioè asili o scuole a tempo pieno.

Una parte dei giovani a cui penso sono ragazze e se fossero rimaste in Italia o se decidessero di tornare, dovrebbero pagare caro il prezzo di essere giovani madri; asili nido cari e con numeri chiusi, in più, i bambini italiani dai 6 anni in poi escono da scuola all’ora di pranzo e devono essere seguiti anche negli studi. E il part-time per le lavoratrici non esiste più.

Nella città dove vivo, Firenze, si apre con grande facilità una gelateria accanto all’altra, un bar dopo l’altro. Qualcuno bisognerà che si renda conto che non tutti gli italiani possono essere gelatai.

 

Annunci

baldanziSe dici Mugello in giro per l’Italia, molti dicono: “circuito”, parlando dell’autodromo piuttosto famoso. Qualcun altro arriva anche a dire “Outlet di Barberino”, perché ha visitato quel villaggio finto rinascimentale dove si vendono griffe, altri più informati dicono “Diga del Bilancino”, per l’invaso che anni fa fece molto parlare di sé, oppure “cantieri dell’alta velocità” per il traforo lungo oltre 70 km sotto la pelle delle colline preappenniniche, che appunto contraddistinguono questa zona della toscana scelta da Simona Baldanzi per raccontarcela attraverso un lungo itinerario di trekking in “Il Mugello è una trapunta di terra” (Laterza 2014)

Simona però non è una guida sportiva, non ha intenti turistico-sportivi, né storiografici o artistici. Ci ricorda, sì, che Giotto nacque nel Mugello, a Vicchio, ma non ci propone la camminata soltanto per rimirare paesaggi dolci e silenziosi, invece ci ricorda una storia più recente che diventa emblematica della storia sociale italiana: la storia di una terra in cui abitavano contadini e allevatori, in cui insegnò don Milani (a Barbiana), e che si riempì di piccole e grandi fabbriche per cinquant’anni, fino all’esaurirsi del boom industriale e manifatturiero italiano e languire oggi in una crisi che ci si affanna a sperare “passi” come una lunga siccità.

Il racconto autobiografico dell’infanzia e dell’adolescenza si mescola con la storia del paesaggio in cui Simona è nata e cresciuta e dove, “per non essere da meno” di cittadini che (illusoriamente) si suppone siano più colti e preparati, più aperti e raffinati, un professore spiegava ai ragazzi la letteratura e l’arte, li trascinava a vedere musei e a sentire conferenze, a dimostrazione che scrittori non si nasce, si diventa e anche osservatori attenti e pensosi si diventa con l’educazione, la dedizione, la nutrizione culturale, in una parola: la buona scuola.