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storia contemporanea

L’Italia è l’approdo di una parte del mondo che scappa da guerre e violenze, miseria, morte, e si butta in mare da oltre venticinque anni. Perché è da oltre un quarto di secolo che stiamo parlando di “emergenza” e non di un esodo continuo, condotto da trafficanti di uomini, protetto da criminalità, utilizzato nelle propagande politiche di ogni tornata elettorale, per essere ancora lì sotto i nostri occhi assuefatti, che  non vogliono più guardare.

Davide Enia, drammaturgo e romanziere, siciliano, ha scritto su questa nostra lacerante storia un libro molto bello, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che esorterei a leggere soprattutto chi amministra città, chi governa e si abbandona alle solite sciocchezze da bar, anziché affrontare con coraggio, visione positiva, responsabilità e autorevolezza un grande fenomeno globale, in cui l’Italia si trova ad essere protagonista per il salvataggio delle vite in mare. E vi garantisco che c’è da piangere quando si rilegge cosa fa la nostra Capitaneria di Porto, vengono i brividi quando in mezzo al mare, in un battello dove metà dei componenti sono cadaveri putrefatti, finalmente si vede profilare la nave italiana, che non abbandona né fugge, ma va dritta a salvare i superstiti.

Enia mescola racconto di cronaca nell’isola-zattera Lampedusa (dove, come scrive, non è corretto dire che “sbarcano” ma “approdano” i fuggitivi) a riflessione autobiografica, alternando il viaggio come fuga al viaggio interiore come consapevolezza, e ricorda che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità”, la verità di chi è scappato, che un giorno racconterà com’è andata, qual era “l’esatto prezzo della vita in quelle latitudini del mondo”.

 

 

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lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

archivio-foto-locchi-igf_all_132-piazza-dei-ciompi_mgthumb-internaIl 4 novembre 1966 mi sono svegliata a casa di nonna, era una mattinata buia e pioveva. Sai che novità. Pioveva da un mese, con un cielo sempre aggrottato e pozze grandi come laghi sui marciapiede. Andavamo a scuola con la mantellina di cerata e gli stivali di gomma che chiamavamo “Chantilly”. Ma quella mattina, sarei partita da tutta quell’acqua e quel buio. Stavamo per trasferirci al mare, sulla costa adriatica, e il camion dei traslochi era partito già il giorno prima. Per questo dormivamo tutti da nonna, in Campo di Marte. Nessuno accendeva la televisione di mattina perché non c’erano programmi, quanto alla radio, non funzionava perché era andata via la corrente. Nonna commentò: “Sarà un guasto.”

Papà taceva, sorseggiava il caffè pensieroso. Io credo che un po’ immaginasse, perché il giorno prima , in auto, eravamo passati vicino alle spallette dell’Arno e il fiume ci aveva fatto paura. Gonfio, color del fango, arrivava fin sui bordi, correndo e rombando, infuriato. Mamma era già pronta, con il suo bel tailleur e le décolleté con il tacco, pronta a saltare in auto e scendere in una città asciutta e ventosa. Bussarono alla porta e nonna corse ad aprire. Era un amico di mio zio, il fratello giovane di papà che viveva in casa con nonna. Nessuno si era accorto che anche il telefono non funzionava e il ragazzo era corso di persona. “E’ successa una tragedia!” strillò, con le mani nei capelli. E’ un gesto che ho visto raramente, ma quella mattina me lo ricordo benissimo. Gli adulti confabularono tra loro. Mia sorella ed io fummo portate nella stanza di zio ad ascoltare i dischi che a me piacevano tanto, i 45 giri che zio aveva portato dall’Inghilterra. Poi papà si affrettò: “Andiamo” disse, brusco. Mamma aveva la faccia tirata, ma non ha mai contestato quel che diceva papà, si affidava completamente a lui. Salimmo in auto e papà disse: “Prendiamo la via vecchia, di là è tutto chiuso.” Mamma taceva, seduta accanto, torcendosi le mani in grembo. L’ansia si mescolava al vapore che appannava i vetri, ed era palpabile. Papà si diresse verso le colline, ma alcune strade erano interrotte, c’erano crolli di muretti, polizia che fermava le auto. Papà parlò con un poliziotto, spiegò che avrebbe preso il passo della Futa.

Con la mano, pulii il finestrino del vetro appannato. Guardai fuori, verso il basso, dove doveva esserci la mia città. Ero seduta dietro a papà, dissi: “Babbo, Firenze non c’è più.” Papà si voltò appena di lato: “Che dici?” chiese, e lanciò un’occhiata anche lui giù in basso. “C’è un lago” dissi io. Papà riprese a guardare avanti e commentò semplicemente: “Andiamo.” Il resto del viaggio è come un sogno, perché la pioggia non smetteva di cadere. Finché, dopo il Passo, e ben oltre, ci fermammo in un bar. La gente ci osservò, il barista ci chiese da dove venivamo. “Da Firenze” disse mamma. Si sollevarono esclamazioni, sguardi sorpresi e impietositi: “Siete sfollati!” disse una signora, portandosi la mano sul cuore. La televisione nel bar era accesa e fu lì che vedemmo le immagini della città allagata. Mamma dovette sedersi, le mancarono le gambe. Ci chiesero tutti se stavamo andando da parenti, e a noi bambine regalarono subito dei dolci. Ma noi andavamo in una città sconosciuta, senza amici né parenti, e a Firenze tornammo dopo anni, quando la vecchia città non c’era più, era stata spazzata via.

 

sta zittaCapita spesso di sentirselo dire, che il femminismo è roba del passato e che le femministe sono ormai acide signore di mezz’età se non addirittura anziane, che stanno lì a rimestare livore contro gli uomini. Perché insomma, oggi le donne, s’intende occidentali anzi europee e quindi anche le italiane, possono fare tutto quel che vogliono, sono libere e totalmente pari agli uomini. Che c’entra, se ne ammazza ancora un po’, ma son casi di cronaca nera…

E allora leggete un libretto snello (anche se non proprio agile, perché s’addentra nelle leggi di sessant’anni di vita repubblicana italiana) scritto da un uomo (non dalla solita femminista di cui sopra), il giornalista Filippo Maria Battaglia, che in “Stai zitta e va’ in cucina” (Bollati Boringhieri) ci racconta la storia della cosiddetta emancipazione femminile dello scorso secolo, fino ai nostri anni. Un’emancipazione ostacolata in tutti i modi dagli uomini, pur democraticissimi e pieni di premura verso i ceti più deboli, pronti a immaginare rivoluzioni e grandi rivolgimenti sociali, purché non fossero di genere, perché le donne hanno sempre infastidito, provocato, distratto, seccato i manovratori, i grandi pensatori, e anche i veri rivoluzionari.

Sono cose vecchie, si dirà, del passato remoto. Peccato che ancora oggi non si abbiano che occhi per la linea o il look della parlamentare e della ministro, si commenti “ma non ha una famiglia, quella, che sta sempre in Parlamento?”perché si sa che la vera donna si realizza in casa, con marito e bambini. Non parliamo poi delle quote rosa che fanno orrore anche alle donne che sono state elette proprio grazie a una legge che doveva semplicemente ripianare un terribile gap, altrimenti insanabile, tra la presenza femminile e quella maschile nei palazzi del potere come nelle grandi aziende. “Grazie” alle quote rosa, oggi l’Italia è soltanto 37° nella classifica mondiale sulla parità di genere in politica.

lialeviMercoledì prossimo, il 27, si celebra la Giornata della Memoria per ricordare la Shoah. Nelle scuole italiane sarà l’occasione per ricordare cosa avvenne nel nostro paese prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto il Fascismo, un periodo che a molti giovani sembrerà remoto come le Guerre puniche.

Ma ad accompagnare molti fortunati studenti nel percorso della memoria, ci sarà una meravigliosa scrittrice, Lia Levi, che ci ha donato in questi ultimi anni bellissimi romanzi per ragazzi e per adulti. Sono storie che attingono al suo vissuto, ai suoi ricordi di bambina e ragazza, alla sua famiglia, ma questo materiale biografico è coniugato con ricchezza immaginativa, ironia, e un ampliamento della visuale personale a un’esperienza collettiva, a un sentire condiviso e a vere e proprie avventure ambientate in anni che si vorrebbero cancellare per quel processo di rimozione, di minimizzazione se non di negazione, a favore di un’immagine più rassicurante e buonista di un paese che,oltre a imbarcarsi in una catastrofica guerra, promulgò vergognose leggi razziali.

E’ l’occasione quindi di leggere il romanzo di Lia Levi appena ripubblicato da edizioni e/o, Tutti i giorni di tua vita, una storia familiare che inizia negli anni ’20 dello scorso secolo, e che ci piacerebbe diventasse un film o anche una serie televisiva, essendoci qui tutti gli elementi perfetti per le serie: i “signori” e la gente semplice, il contesto politico come sfondo a vicende personali e familiari, le donne protagoniste che svolgono ruoli diversi oltre a quelli previsti dal regime di madri e figure docili, gli amori, il tradimento, l’irrompere della tragedia, le scelte e il futuro che sarà.

arcanoéPer i bambini, che Lia Levi ha sempre considerato il suo pubblico più schietto e generoso, è uscito per Piemme “Quando tornò l’Arca di Noè” (con le belle illustrazioni di Desideria Guicciardini) dove le storie della Bibbia raccontate dalla maestra Anna si trasformano in stimoli per progettare la salvezza in quel funesto 1943. Come dire che le storie contribuiscono a salvarci la vita.

revivalMemoir: vero o falso?

Il memoir, ovverosia il racconto delle proprie memorie, è un genere molto usato soprattutto da chi ha attraversato periodi storici drammatici. Ma è anche una strategia narrativa molto usata per vicende inventate, che con l’uso del discorso diretto (io) e con la ricostruzione dettagliata di personaggi e situazioni, danno l’impressione di una vera e sofferta confessione della propria vita.

generazioneperdutaQuest’estate ho appunto letto due memoir: il vero, Generazione perduta di Vera Brittain (Giunti) è un tomo che ricorda la tragedia della prima guerra mondiale (di cui si celebra quest’anno il centenario dell’ingresso italiano). Potrebbe essere un capolavoro, ma la descrizione assai minuziosa delle situazioni e la relativa freddezza del racconto, lo rendono il classico malloppo, che va benissimo per la traduzione televisiva che ne è stata tratta. Di sicuro il cinema saprà sopperire quell’emozione “trattenuta” con situazioni più toccanti e coinvolgenti, soprattutto per la centralità del personaggio femminile, donna determinata e autonoma per l’epoca.

L’altro, il falso memoir, è Revival di Stephen King, dove chi narra è un uomo che ripercorre tutta la sua vita, dall’infanza negli anni ’60 fino ad oggi, sotto l’ombra all’inizio apparentemente consolatoria, poi minacciosa, di un pastore metodista appassionato di elettricità al punto da farne oggetto di ricerche terapeutiche e infine di un delirio d’onnipotenza. Come sempre in King, il soprannaturale aleggia e poi irrompe, ma la prima parte del romanzo, con l’atmosfera degli anni ’60 (che ricorda Harper Lee, Il buio oltre la siepe) è senz’altro la migliore, forse perché il falso memoir coincide con memorie vere, e velate di malinconia, che appartengono allo scrittore.

Certo, è assai difficile toccare vette che pochi hanno raggiunto con la narrazione del sé e che spesso hanno coinciso con la condanna a un solo grande libro, come il magnifico Chiamalo sonno di Henry Roth (1934), un classico che vale davvero la pena di leggere per chi ha ancora voglia di scoprire la letteratura.

SELMA-posterSarò sincera: pensavo che Selma, il film che racconta una battaglia fondamentale della lunga, faticosa e tragica strada del riconoscimento dei diritti di base per gli afro-americani, fosse il solito polpettone agiografico . Pensavo cioè a un film abbastanza retorico e senza mezzi toni: un po’ lo è, con i bianchi razzisti, sprezzanti, orrendi, brutali (d’altra parte i razzisti erano appunto tutti bianchi) e i neri generosi, buoni, gentili, comprensivi e lungimiranti, ma va bene così.

E’ difficilissimo raccontare un personaggio come Martin Luther King senza farne un santo (e il film riesce a renderlo umano, con fragilità e dubbi), e quasi impossibile non creare le contrapposizioni tra buoni e cattivi. Anzi, la regista Ava DuVernay riesce almeno a mostrarci il giochino degli interessi politici che stanno dietro alle grandi battaglie sociali.

Di certo, un film così almeno può raccontare cosa è successo nell’arco di vent’anni a chi è giovane e crede che il mondo occidentale e quello americano in particolare sia sempre stato beneficiato da diritti di uguaglianza e magari non sa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile un Presidente americano di colore. In sala, alcuni ragazzi americani apparivano visibilmente scioccati.