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Teatro

lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

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birdmanI supereroi sono eterni, ma i poveri attori che in anni fulgidi della loro carriera li interpretano sono destinati a diventare vecchi, rugosi, un po’ spelacchiati e cercano il riscatto di un talento che hanno piegato alla celebrità e alla macchina per soldi delle megaproduzioni. Così ironizza il bravissimo Inarritu nel suo ottimo “Birdman” che poi sarebbe una parodia di “Batman” tanto più che l’interprete principale è Michael Keaton che negli anni ’90 interpretò i primi due Batman diretti da Tim Burton. Da allora, supereroi a iosa sugli schermi, non se ne può quasi più, e il cinema sembra tutto colonizzato da questi blockbuster che attirano e narcotizzano il pubblico con dosi massicce di azione, battaglie, lotte mortali e pure un po’ di psicologismo spiccio su lati oscuri e lotte interiori del supereroe medesimo.

Allora il film di Inarritu, girato prevalentemente dentro l’angusto spazio di un teatro di Broadway, diventa la riflessione sul mestiere dell’attore e sul suo naturale e inappagabile narcisismo, sulla sua inestinguibile sete di essere approvato e ammirato, più che amato. Quanto ad amare, lasciamo perdere: marito pessimo e padre fallito, il nostro protagonista deve almeno mostrarsi eccelso sul palco, per il quale ha ceduto tutta la vita e pure i soldi.

Girato con un ritmo che toglie il respiro, rutilante come il rollio di sottofondo della batteria che poi si vedrà in una scena, diventando di colpo non musica extratestuale, ma diegetica. nel gioco continuo che il regista ci offre tra finzione e verità, dentro un film che gioca con i ruoli degli attori e delle loro stesse interpretazioni, e cioè Keaton-Batman, Edward Norton un po’ alter ego di Hulk un po’ Fight Club, e la ragazzina tossica Emma Stone, fidanzatina di Spiderman, il film non ci offre un finale, non è lì per farci la morale né dire cos’è meglio, cos’è più cultura. Ci mostra invece come si può fare un film di grande effetto senza effetti speciali e mostri intergalattici, ci ricorda che il teatro è la vera palestra degli attori, benché sia frequentato da poche centinaia di persone rispetto allo sterminato popolo del web a cui basta vedere uno in mutande per cliccare “like”. Ma come dice Keaton a un certo punto: miliardi di mosche mangiano la merda, ma non vuol dire che è buona.

 

 

timiSe le donne comandano, noi uomini cosa facciamo? Facciamo i bambini.

Ecco qua in sintesi il don Giovanni pensiero secondo Filippo Timi, regista e protagonista dello spettacolo omonimo, una rivisitazione da Mozart (per forza, ci sono tutti i personaggi dell’opera, rivisti e corretti in storture varie) con molto eccesso: di volgarità, balletti, nudismo, che fanno ridere e applaudire la platea bambinizzata. Operazione dunque compiuta.

Però. Capirai che scandalo vedere gente nuda sul palco, o sentire parolacce. Non è questo il problema. Il problema è una messa in scena pasticciata, la solita pretesa di essere registi di quasi tutti (ormai) gli attori, con il risultato che quando il mattatore non c’è, gli altri sembrano una filodrammatica, anche attrici brave come la Mascino.

Le donne sono virago dominatrici o indovinate cosa, si sa, è Don Giovanni. Certo, personalmente preferisco che si metta in scena un’opera anziché il trionfo narcisistico di personali ossessioni. A qualcuno sfugge ancora che Mozart era un genio della musica e che nella musica si dispiega la sua potenza simbolica senza tempo e senza barriere, di qualsiasi tipo esse siano.

riccardo3Riccardo III versione Alessandro Gassman è una messa in scena cupa, buia, in una scenografia vagamente somigliante alla casa e al giardino degli Addams. Riccardo cioè Alessandro è una specie di Frankestein altissimo, con la maschera bianca tipo scheletro, che barcolla in scena ed è abbigliato come un generale, nella commistione di moderno e antico che non si può più sfuggire quando si propongono classici a teatro. Purtroppo, a me ha ricordato anche la “piattola” di Men in black, sarà che anche la piattola gigioneggia con voce teatrale e si muove a scatti.

La storia, si sa, è quella di una strage del re sanguinario, il personaggio più fosco di Shakespeare. Ma varrebbe la pena darne una lettura meno letterale, credo, e trasformarla (sottraendo ogni orpello) nell’assassinio della coscienza, come del resto Shakespeare ci suggerisce, evocando sogni, fantasmi, ammonizioni. Sarà per questo che secondo me funziona meglio il film che Gassman ha tratto dallo spettacolo e che si sofferma sulle scene principali.

Invece, in teatro è tutto rovesciato sul palco e confuso con i costumi un po’ medievali, un po’ settecenteschi, la musica un po’ blues e pop, un po’ sottofondo thriller. Sarà che tra l’altro la faccia truccata di Gassman somiglia a quella di Tim Curry in Rocky Horror Picture Show, ma questo Riccardo III sembra un Ricky Horror Picture Show.

Chi immaginate nei panni di Arlecchino tra gli attori italiani?

Per esempio, direi Elio Germano oppure un comico tipo Giacobazzi, ma sarebbe abbastanza ovvio. Invece, a sorpresa, Arlecchino è interpretato da un attore grande e grosso, bruno, affascinante, che ha magistralmente vestito i panni di uomini duri e spietati, come il Libanese in Romanzo Criminale o duri e sportivi come Regazzoni in Rush.

Favino_arlecchino--190x130Sì, si tratta di Pierfrancesco Favino che ha prodotto e curato la regia di Servo di due padroni (da Goldoni), dove recita la parte di un Arlecchino moderno, ma sempre veneto, affamato, furbastro, e con una vocetta di testa che mostra ancora una volta l’ampia gamma recitativa, la versatilità e la qualità di uno dei nostri migliori attori.

Il quale ci offre un tocco di Broadway con uno spettacolo ricco, brillante, cantato e ballato, con musica dal vivo di un quartetto formidabile, e una compagnia che funziona alla perfezione. Due ore e mezza che volano in un teatro pieno di ragazzi, finalmente. E soprattutto con un’operazione intelligente, di collocazione storica agli anni ’30 di musichette allegre, radio, trii femminili, tra camicie nere che compaiono sullo sfondo, a dare qualche sprazzo di storia di una cultura italiana che ha sempre dovuto sottostare a censura, cercando possibili scappatoie in sottintesi o doppi giochi.

cover1300_immIl film più carino, più divertente che ho visto questo mese (il mese fra l’altro della Mostra del Cinema di Venezia) è datato 1942, ed è “To be or not to be”, titolo che cita il primo verso del soliloquio di Amleto. Ma quando il film arrivò in Italia fu tradotto con “Vogliamo vivere”, forse per dare un accenno più drammaticamente neorealista a una bellissima commedia del regista berlinese, Ernst Lubitsch, fuggito provvidenzialmente negli Stati Uniti nel 1923, dieci anni prima dell’avvento del nazismo.

Quando ero ragazza, avevo visto sia questo film che il suo remake degli anni ’70 realizzato da quel genio comico di Mel Brooks. Grazie ai cineforum e ai programmi dei piccoli cinema, noi giovani appassionati potevamo vedere la grande storia del cinema, che ci riempiva di meraviglia.

Perché un film del genere, in bianco e nero e con il tipico glamour degli anni della grande Hollywood, riesce a farci ridere e pensare a distanza di sessant’anni, non soltanto mettendo alla berlina il nazismo, ma volgendo in satira il mondo del teatro, il gigionismo degli attori, il ruolo che dal palcoscenico sconfina nella vita privata, e la riflessione, in termini comici, della maschera e della recita che connota ad esempio il dramma di Pirandello.

Questo regista prolifico (oltre sessanta film in una carriera trentennale, nella quale fu anche attore), che lavorò con le dive più celebri (qui c’è la meravigliosa Carole Lombard, primo nome che giganteggia sui titoli di testa e c’è da riflettere, in epoca in cui le donne arrancano dietro ai nomi maschili) è stato studiato e copiato, tant’è che si è definito “tocco alla Lubitsch” il particolare fascino dell’allusione elegante, ironica, raffinata che magari si potrebbe ricominciare a usare.

La tragedia greca classica esiste ancora oggi.

rahimiSi è spostata in Afghanistan, dove nella guerra infinita, nell’interpretazione arcaica di una religione, nella lotta tribale, nella sopraffazione delle donne, emergono figure che somigliano alle antiche Antigone, Elettra, Ifigenia o Cassandra. Il testo più simile a una drammaturgia che a un romanzo, dello scrittore afghano Atiq Rahimi, Pietra di pazienza,(Einaudi) sembra proprio riprendere il filo dell’antico monologo di una di loro, divenuta nei nostri tempi moderni – e nel senza tempo afghano – una moglie che veglia il marito moribondo, al quale racconta disperata e impotente, straziata, indignata, la propria rabbia contro la guerra tra afghani, contro uomini che si scannano per orgoglio, e contro una società basata sulla disuguaglianza di genere. “Questa voce che erompe dalla mia gola” dice l’io narrante “è la voce sepolta da migliaia d’anni.” Ma che appena si solleva, sarà sofocata, uccisa, proprio come nelle antichissime tragedie.

hosseiniAnche Khaled Hosseini, celebrato autore del “Cacciatore di aquiloni”, ci conduce di nuovo nella sua terra, l’Afghanistan, iniziando da una suggestiva, atroce fiaba che sembra fornirci una chiave di lettura per un romanzo bellissimo, dove stavolta sono le donne le protagoniste principali. “E l’eco rispose”(Piemme) però non è un dramma cupo e antico, senza vie d’uscita (come sembra essere il presente di questa terra martoriata), ma un romanzo che offre possibilità ai personaggi, trasportandoli lontano da un destino gramo, chiuso dentro un villaggio, e dunque riformulando la leggenda che vuole gli eroi soccombenti, e riallacciandosi alla fiaba, che offre il riscatto a prezzo di un grande sacrificio e soprattutto affidandosi al percorso, al viaggio, alla via che porta lontano.

Qui non siamo in Afghanistan, siamo anzi in un paese che ha mandato soldati a farci la guerra o, per dirla nei termini ipocriti che si usano oggi, la pace con la guerra. E qui, nel paese che manda soldati, è estate, tempo di viaggi per turismo, ma sempre di più per lavoro, per opportunità, per non trovarsi intrappolati. Molti ragazzi (centinaia di migliaia) se ne sono andati dall’Italia, mezzo milione sono a Londra e non fanno gli stilisti o i musicisti pop. Fanno soprattutto i camerieri, come negli anni ’60. L’operazione “nostalgia”, nel nostro paese ha funzionato in tutti i sensi. Se continuiamo a dire e a pensare che i responsabili sono generiche e imperscrutabili furie (la crisi mondiale, l’Europa, le lobbies…) anziché persone con nomi e cognomi, non ci vorrà molto a tornare alla cupissima tragedia latina.