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The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.

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gatsbyAhi, ahi. Quando si crede di fare un capolavoro con un famoso romanzo, attori di massima bravura, epoca perfetta per abiti e scenografie, e con il tripudio di tecnologia cinematografica, spesso si cade nel polpettone. Nel film dove c’è troppo eppure troppo poco, come in Gatsby di Baz Luhrman.

Ma poi, quando uno ha per le mani Di Caprio al massimo della sua avvenenza e espressività, potrebbe farci piangere e tremare, invece si rimane indifferenti e un po’ annoiati sulla poltrona, nella visione del palazzo di Gatsby che sembra la casa di Batman (e un po’ questa New York ha un’aria da Gotham City) con lui vestito simil-Jocker, persino in completo rosa, quando è sexy in maglioncino e pantaloni bianchi e quando con uno sguardo potrebbe far cadere fulminata tutta la platea femminile.

Toby Maguire, il narratore, sembra Buster Keaton, sia per la fissità dell’espressione sia per il look: magari sarà una citazione del cinema muto. Poi c’è la visione contemporanea dello sballo e del divertimento di massimo lusso, con musiche rap, ormai ovvia dopo Moulin Rouge dello stesso Luhrman, e per noi italiani l’assuefazione all’interpretazione volgare, esagerata se non sordida di “cena elegante” organizzata da questo romantico criminale per l’amata che però a questi party non va mai.

Alla fine, resta la struggente bellezza del linguaggio letterario di Fidzgerald che appare in sovrimpressione, come dire che le parole sono talmente incisive e intraducibili che non c’è verso: il cinema non ce la fa.

 

Ci sono dei libri che sembrano vecchi romanzi del Novecento, sia per come sono costruiti che per la scrittura piana, corretta certo, come si dice “scorrevole”, ma senza picchi, benché nella storia succedano tante cose. Ma non basta che succedano delle cose, bisogna vedere come sono raccontate, qual è la gradazione che l’autore imprime, quale ritmo.

Nel romanzo Un giorno arriverò (Salani, 2012) di Silvana Mossano il ritmo è, diciamo, andante e nemmeno con brio. Si attraversa tutta la storia dello scorso secolo, dagli anni Venti fino alle seglie del Duemila, seguendo la vicenda della protagonista Anita, figlia di contadini di un casale piemontese, che vede partire la sorella appena sposata per “la Merica” (come titolava anche un film di Gianni Amelio) e che per tutta la vita sogna di andare anche lei laggiù: appunto, un giorno arriverò.

Chi ama il genere memoir e soprattutto lo stile che scorre come un placido fiume, troverà bella questa prosa corretta e descrittiva di ambienti e situazioni ricostruite con cura. Personalmente, un romanzo del genere mi pare più una narrativa privata, e uscita quasi da un laboratorio di scrittura dove si lavora magari sulla documentazione di famiglia. Oggi un affresco di settant’anni mi pare che dica troppo e alla fine non dica niente. Del resto, basti vedere lo sbilanciamento tra la prima parte, assai corposa, e le altre due, più stringate. Come se la vicinanza all’oggi a poco a poco sgonfiasse la storia.

Finalmente ho visto un film che da tempo desideravo vedere, Hugo Cabret, di Martin Scorsese, tratto dalla graphic novel di Brian Selznick (grazie anche a Emma che lo ha consigliato qui). Posso dire che ha superato di molto le mie aspettative e che è uno dei rari casi in cui il film si rivela superiore al libro che l’ha ispirato, perché mentre il romanzo illustrato non mi aveva particolarmente commosso, il film mi ha invece emozionato, e benché sia una storia piuttosto intellettuale, metacinematografica e con rimandi alla letteratura, riesce ad essere toccante come – tanto per citare due figure citate dal film – David Copperfield e Charlie Chaplin.

Non so invece cosa ci facessero tanti bambini al cinema. Mi pare un film da ragazzi (adolescenti) e adulti, magari appassionati di cinema, incantati da una Parigi anni ’20 post bellica, dove vivono orfani come Hugo e la sua amica e dove George Meliés, proprio l’inventore del film fantastico e d’intrattenimento, si nasconde dietro i panni di un venditore di souvenir. Mi sono sembrati sconcertati e confusi sia i bambini che i loro genitori, che magari si aspettavano una fiaba, anche di quelle allucinanti e molto catastrofiche che vanno adesso per la maggiore. Prima del bel film, la programmazione della sala ha proposto una serie di rombanti trailer zeppi di mostri, antichi o futuristi, persino mitologici, che minacciano (o minacciarono) la Terra e guerrieri, solitari o eserciti interi, ingaggiati per contrastarli in battaglie si capisce titaniche per tenerci desti, scuoterci, e soprattutto assordarci o, come dicevano con pertinenza i miei prof, rincretinirci.

 Carino il nuovo film di Allen, che diverte sollecitando un tema che penso colpisca soprattutto chi ha oltrepassato la mezz’età, e cioè la difficoltà di essere, vivere, comprendere la contemporaneità e dunque la tendenza o addirittura l’ossessione di ripensare con nostalgia al passato, idealizzandolo. Meglio ancora se è un passato che non si è vissuto e che, a posteriori, mostra tutta la sua gloria nelle arti e nella cultura.

Il protagonista, sceneggiatore aspirante scrittore, vaga dunque nella Parigi oh cara che il film mostra attraverso un caleidoscopio di cartoline all’inizio. I toni giallini delle immagini sembrano suggerire che siamo proprio dalle parti delle vecchie immagini d’epoca. Il mondo non è più così, ma quando siamo turisti in una città storica e importante, ci piace pensare che sia ancora un po’ quella della Belle Epoque o addirittura dei ruggenti anni ’20.

Il salto temporale, per lo scrittore Owen Wilson (che sa interpretare benissimo Allen, con gesti e espressioni di Allen da giovane) avviene come il passaggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi: a mezzanotte in punto passa un’auto d’epoca dentro cui ci sono personaggi che lo trascinano nel bel mondo del passato.

Sì, più bello il mondo di un tempo in cui gli artisti erano una compagnia povera, bella e talentuosa, mentre oggi sono tutti famosi già a dodici anni, cantando in qualche trasmissione televisiva e la profetica minaccia di Warhol o chi per lui è divenuta banale constatazione: il quarto d’ora di celebrità per tutti. Eppure, qui ci tocca stare e allora con un pizzico di speranza ci consiglia di vivere dove ci piace di più, in una città bella anche sotto la pioggia e in compagnia di qualcuno che abbia la nostra stessa sensibilità.