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cafe societyMagari sarà la nostalgia di un tempo dorato e mai vissuto, che ha creato il più bel cinema del mondo, ma a me Café Society di Woody Allen è piaciuto moltissimo.

Intanto, il film comincia con il piano sequenza nella splendida villa hollywoodiana bagnata di luce azzurra e ti viene da riempirti i polmoni perché ecco davvero il cinema di grande respiro e di intensa luminosità. E’ cioè il cinema dal movimento di macchina svelto e morbido, dalle inquadrature studiate, la fotografia impeccabile, che addirittura colora ogni personaggio di un tono particolare, come una propria caratteristica, come nei film di Leone ogni figura aveva un suo suono. E’ il cinema dalla sceneggiatura perfetta, scritta dal “commediografo sadico” (una delle battute che subito diventano cult del film: “la vita è scritta da un sadico che fa il commediografo”).

Il film perciò ha un ritmo intenso, jazz, con la musica che accompagna soprattutto le scene criminali, dove si uccide e si seppelliscono i cadaveri nel cemento, ma anziché inorridirsi, si ride, ed ecco il rovesciamento comico: i favolosi anni ’30 del grande cinema e del jazz sono quelli dei gangster di ogni risma, di ogni estrazione, di gelida spietatezza. L’altra faccia del lusso è sempre il crimine, anche se le belle anime tendono a non vederlo o a fingere di non capire, pur sfruttandolo quando viene comodo.

Sarà pure “il solito” Allen, per un pubblico agé (ma conosco almeno un paio di ragazzine che hanno amato il film), ma grazie a quel “solito” abilissimo commediografo, si va al cinema con immenso piacere.

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Grand Budapest Hotel di Wes Anderson è una grande carrellata di attori famosi, soprattutto uomini, che interpretano maschere più che personaggi, per un film che ricorda il cinema della commedia degli anni Trenta, un film spiritoso, bellissimo visivamente, e molto ben costruito.

budapestUn film riassunto nella locandina molto bella, un vero quadro, dove sono raffigurati come in foto tessere antiche tutti i personaggi, tanti quante le stanze di un Grand Hotel e che hanno le fattezze di attori del calibro di Adrien Brody, Murray Abraham, Jeff Goldblum, Owen Wilson, Harvey Keitel, Bill Murray, Tilda Swinton, e molti altri intorno all’impeccabile Ralph Fiennes.

Si è detto un film molto carino e intelligente, che omaggia un autore celebre come Stefan Zweig. Però, posso dire? Di film del genere si ricorda poco: forse perché c’è ironia, raffinatezza di composizione geometrica, luce bellissima, ma non c’è commozione o inquietudine o tenerezza, nulla che ci tocchi nel profondo.

Chi immaginate nei panni di Arlecchino tra gli attori italiani?

Per esempio, direi Elio Germano oppure un comico tipo Giacobazzi, ma sarebbe abbastanza ovvio. Invece, a sorpresa, Arlecchino è interpretato da un attore grande e grosso, bruno, affascinante, che ha magistralmente vestito i panni di uomini duri e spietati, come il Libanese in Romanzo Criminale o duri e sportivi come Regazzoni in Rush.

Favino_arlecchino--190x130Sì, si tratta di Pierfrancesco Favino che ha prodotto e curato la regia di Servo di due padroni (da Goldoni), dove recita la parte di un Arlecchino moderno, ma sempre veneto, affamato, furbastro, e con una vocetta di testa che mostra ancora una volta l’ampia gamma recitativa, la versatilità e la qualità di uno dei nostri migliori attori.

Il quale ci offre un tocco di Broadway con uno spettacolo ricco, brillante, cantato e ballato, con musica dal vivo di un quartetto formidabile, e una compagnia che funziona alla perfezione. Due ore e mezza che volano in un teatro pieno di ragazzi, finalmente. E soprattutto con un’operazione intelligente, di collocazione storica agli anni ’30 di musichette allegre, radio, trii femminili, tra camicie nere che compaiono sullo sfondo, a dare qualche sprazzo di storia di una cultura italiana che ha sempre dovuto sottostare a censura, cercando possibili scappatoie in sottintesi o doppi giochi.

Ci sono dei libri che sembrano vecchi romanzi del Novecento, sia per come sono costruiti che per la scrittura piana, corretta certo, come si dice “scorrevole”, ma senza picchi, benché nella storia succedano tante cose. Ma non basta che succedano delle cose, bisogna vedere come sono raccontate, qual è la gradazione che l’autore imprime, quale ritmo.

Nel romanzo Un giorno arriverò (Salani, 2012) di Silvana Mossano il ritmo è, diciamo, andante e nemmeno con brio. Si attraversa tutta la storia dello scorso secolo, dagli anni Venti fino alle seglie del Duemila, seguendo la vicenda della protagonista Anita, figlia di contadini di un casale piemontese, che vede partire la sorella appena sposata per “la Merica” (come titolava anche un film di Gianni Amelio) e che per tutta la vita sogna di andare anche lei laggiù: appunto, un giorno arriverò.

Chi ama il genere memoir e soprattutto lo stile che scorre come un placido fiume, troverà bella questa prosa corretta e descrittiva di ambienti e situazioni ricostruite con cura. Personalmente, un romanzo del genere mi pare più una narrativa privata, e uscita quasi da un laboratorio di scrittura dove si lavora magari sulla documentazione di famiglia. Oggi un affresco di settant’anni mi pare che dica troppo e alla fine non dica niente. Del resto, basti vedere lo sbilanciamento tra la prima parte, assai corposa, e le altre due, più stringate. Come se la vicinanza all’oggi a poco a poco sgonfiasse la storia.

The Buddha in the Attic (la traduzione italiana è: Venivamo tutte per mare, ed. Bollati Boringhieri 2012) di Julie Otsuka è un romanzo corale, dalla scrittura poetica, che assomma le voci delle donne giapponesi emigrate negli Stati Uniti agli inizi del Novecento. Una vicenda poco conosciuta (a me del tutto sconosciuta, per esempio), di una pagina della storia lunga, dolorosa e purtroppo possiamo dire sempre molto simile dei migranti, di ogni paese e di ogni epoca. L’illusione di trovare un mondo meraviglioso di benessere e tranquillità di chi parte pieno di speranza e di sogni, poi la delusione, lo sperdimento, il dolore, la fatica, e in più la malevolenza, lo sfruttamento, la violenza, la discriminazione sofferte.

Così una storia di quasi un secolo fa risuona attualissima, e particolarmente impressionante per il punto di vista collettivo affidato alle donne, le spose per procura ingannate da uomini che si erano descritti ricchi, fortunati, più giovani, persino romantici e si rivelarono poveri, a volte anziani, e pronti a usare le mogli come docile manodopera. Loro, le ragazze arrivate dalle città e dalle campagne giapponesi, alcune appena adolescenti, abituate a prendersi cura di sé, a scrivere e leggere, con i loro kimono di seta nei bauli, si trovarono a lavorare la terra dall’alba alla notte, a essere donne delle pulizie, cuoche, stiratrici, prostitute, persero ogni gioia, ogni fiducia, ogni desiderio. “Lavoravamo e basta” dicono con durezza, con rassegnazione.

Forse questa pagina potrebbe essere scritta oggi dalle donne migranti, per esempio nel nostro paese:

Senza di noi, loro cosa avrebbero fatto? Chi avrebbe raccolto le fragole nei loro campi? Chi avrebbe colto la frutta dagli alberi? Chi avrebbe pulito le loro carote? Chi avrebbe strofinato i loro gabinetti? Chi avrebbe riparato i loro abiti? Chi avrebbe stirato le loro camicie? Chi avrebbe sprimacciato i loro cuscini? Chi avrebbe cambiato le loro lenzuola? Chi avrebbe preparato le loro colazioni? Chi avrebbe pulito le loro tavole? Chi avrebbe consolato i loro bambini? Chi avrebbe fatto il bagno ai loro anziani? Chi avrebbe ascoltato le loro storie? Chi avrebbe tenuto i loro segreti? Chi avrebbe raccontato le loro bugie? Chi li avrebbe lusingati? Chi avrebbe cantato per loro? Chi avrebbe ballato per loro? Chi avrebbe pianto per loro? Chi avrebbe porto l’altra guancia per loro e poi un giorno – perché eravamo stanche, perché eravamo vecchie, perché potevamo – perdonarli? Soltanto un pazzo.