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violetteDue attrici di grande livello e massima aderenza ai grandi personaggi che incarnano sullo schermo fanno di Violette di Martin Prevost il punto di forza per non sfinirsi nelle due ore di film. Certo, non è facile sintetizzare una vita letteraria come quella di Violette Leduc, scrittrice pubblicata alla soglia dei cinquant’anni con la prima parte del suo percorso biografico che ebbe infine un notevole successo, grazie all’interesse, l’incoraggiamento, il sostegno (anche economico) offerto con generosità da Simone De Beauvoir.

Simone-de-Beauvoir-01Ora, stiamo parlando davvero di pezzi da Novanta, anzi da Novecento: Beauvoir e Sartre (che nel film non si vede mai, ottima idea), Gide, Camus, e la casa editrice che li pubblicava, Gallimard, tutti in libri rigorosamente bianchi, uguali, indistinguibili, per un pubblico che comprava non attratto dalla copertina e dal titolo, non per sfizio, ma perché leggeva le recensioni, si informava, andava alle conferenze, e discuteva nei famosi “dibattiti” che ancora non erano televisivi e quindi puramente polemici e frivoli.

In più, ci voleva un coraggio da leoni, e una determinazione fornita dalla genialità, a pensare e scrivere libri come “Il secondo sesso”, fondamenta del femminismo, e anche libri “scabrosi” come quelli di Violette, che narra la propria difficile vita di “bastarda”, non amata, mettendo a nudo il suo amore adolescenziale per una compagna di collegio, il trauma dell’aborto, esperienze che diventeranno i temi sociali degli anni successivi, fino a oggi.

Molto belle le inquadrature d’ambiente: la natura che sembra accogliere, la città sempre deserta e fredda, come traduzione di stati d’animo più che di realtà. Ma un regista di oggi potrebbe osare di più.

 

 

 

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

commedia-in-minoreCommedia in minore di Hans Keilson è, come dice il titolo, una commedia all’interno di una tragedia, quella dell’occupazione nazista dell’Olanda nella seconda guerra mondiale e del rastrellamento degli ebrei. Ma, a differenza delle commedie che finiscono bene, questa ha un finale curioso e benché racconti del buon cuore e della generosità di una coppia appena sposata e benestante, che ospita segretamente in casa un maturo signore ebreo, sa anche dispiegarne i lati ambigui, d’ombra, quando l’ospite all’improvviso muore di malattia e dunque svanisce l’idea, a fine guerra e fine pericolo, di mostrare al mondo di aver fatto la propria parte di resistenza all’invasore e di difesa dei deboli.

Non solo: quella morte metterà a rischio i due giovani, che si trovano a provare, sebbene per poche settimane, la vita del fuggiasco clandestino, finalmente sentendo, nel vivere sulla propria pelle la paura, più vicino l’uomo che è stato per molti mesi sotto il loro tetto e che pure non hanno mai conosciuto bene. Mi rendo conto che detto in questo modo, sembra che il romanzo (e il suo autore, lo psicanalista ebreo tedesco, scomparso a 101 anni lo scorso anno) faccia dell’ironia su chi aiuta il prossimo o chi, in momenti tanto difficili, si adoperi per chi è in pericolo di morte, mettendo a repentaglio la propria vita.

In realtà, la forza e la novità di questo libro stanno nel gioco del rovesciamento dei punti di vista, e nelle umanissime debolezze di deficit di comprensione, in una tragedia troppo grande e incomprensibile, ( e direi lontano dall’eroismo o dalla retorica della bontà assoluta) di quelli che affrontarono e osteggiarono il male anche con piccoli, significativi, incidenti comportamenti.

mazzettiIn occasione della Giornata della memoria, anticipando di un paio di giorni, venerdì scorso si è tenuto a Massa Marittima un incontro con una donna speciale, splendida: Lorenza Mazzetti (nella foto al centro, tra la sottoscritta e il vicesindaco e Assessore all’Istruzione Luana Tommi, di fronte la direttrice della Biblioteca, Roberta Pieraccioli), regista e scrittrice, che ha testimoniato in un suo libro, Il cielo cade, la sua storia durante la seconda guerra e i rastrellamenti nazisti.

cielo-cadeRimasta orfana di entrambi i genitori, Lorenza fu affidata con la sorellina alla zia paterna, sposata con Robert Einstein. Famiglia ricchissima, sofisticata, intellettuale, insieme ad amici tedeschi artisti si era rifugiata nella villa di Rignano sull’Arno, ma quando passarono le truppe tedesche, che si insediarono in villa, l’ebreo tedesco Einstein non poté sfuggire all’occhio delle SS. Riparato con i partigiani sulle montagne, Robert si salvò, ma sua moglie e le figlie furono trucidate sotto gli occhi delle cuginette, Lorenza e la sorella.

Si rinnova lo strazio di una storia orrenda, testimoniata questa volta da una ragazzina che ha vissuto la distruzione totale della sua famiglia, per la guerra e per l’antisemitismo. E direi che sono toccanti le pagine dedicate a questo zio così gentile e generoso, che aveva accolto le bambine in casa come figlie, senza esitare. Il film che ne era stato tratto, nel 1996, tratteggiava ugualmente l’umanità, la gentilezza, l’accoglienza di questi tedeschi ebrei o dissidenti, quelli che avevano creato una delle nazioni più colte e raffinate del mondo, inghiottita nel buio del nazismo.

Il libro, pubblicato nel 1961 da Garzanti, era però stato rifiutato da molti editori, che lo trovavano poco interessante, e poi scritto dal punto di vista di una bambina, dunque forse poco serio. Fu Zavattini a presentarlo a Garzanti e a farne un piccolo caso editoriale. Nel 1993, Sellerio ha ripreso il testo e lo ha pubblicato nella collana “La memoria”, com’è doveroso, arrivando alla quattordicesima ristampa, meritatissima, per un libro molto bello, che si presta alla lettura di tutti. Un tempo si diceva grandi e piccini, io direi ragazzi di ogni età.

Il nuovo romanzo di Lia Levi, intenzionalmente intitolato La notte dell’oblio (edizioni e/o), è in realtà un inno alla memoria delle basi sulle quali si fonda il nostro paese: la capacità di risorgere su macerie di una guerra, di una dittatura, della violenza razzista, dell’orrore, grazie alla grande creatività, la forza, la speranza, la fiducia e l’energia rappresentate nel romanzo dalla meravigliosa figura di Elsa, rimasta vedova con due figlie dopo l’orribile scomparsa del marito vittima della delazione contro gli ebrei.

Elsa, donna ebrea borghese, trasforma il suo talento di sarta in un mestiere e un’arte. Come la sua omonima Elsa Schiaparelli, la celebre stilista dei primi del ‘900, disegna e cuce stupendi abiti da sposa, iniziando con una semplice sposa di guerra e adoperando un lenzuolo (un po’ come fece la Schiaparelli con un abito fatto a maglia di una rifugiata). Nella Roma del dopoguerra, Elsa diventa una stilista come le famose sorelle Fontana, che qui sono citate indirettamente per l’abito da sposa confezionato alla diva Linda Christian. Perché è la loro vita che Elsa sta ripercorrendo, quella delle tre ragazze di talento Zoe, Micol e Giovanna, che in piena guerra fondarono una maison dove in seguito furono creati gli abiti per dive e principesse. Naturalmente, il romanzo ha molte sfaccettature e temi che si intersecano, primo tra tutti la ricerca di verità e giustizia, compito di Dora, la figlia minore di Elsa, tenace nel cercare la verità del destino di suo padre.

Mi chiedo come si pensi al periodo della seconda guerra mondiale, e al dopoguerra, oggi. Sembra così lontano e appannato, davvero rischia di cadere nel più implacabile oblio. Il merito di romanzi come questi, che ha dalla sua la grande eleganza stilistica, la vivezza dei personaggi, e il respiro della narrazione che procede con un ritmo cadenzato e lineare, trascurando gli effetti che vanno tanto di moda oggi, è proprio di ripercorrere una traccia, e rimetterla a fuoco, offrendo anche molta speranza a chi è giovane oggi e deve sopravvivere a una guerra invisibile dettata dall’economia, senza macerie evidenti, ma con il suo apparato di corrotti, mafiosi, inumani manager, killer aziendali, gelidi esecutori, spioni e ricattatori, che nelle guerre appaiono vincitori, ma a guerra finita risultano i primi sconfitti.

Ci sono dei libri che sembrano vecchi romanzi del Novecento, sia per come sono costruiti che per la scrittura piana, corretta certo, come si dice “scorrevole”, ma senza picchi, benché nella storia succedano tante cose. Ma non basta che succedano delle cose, bisogna vedere come sono raccontate, qual è la gradazione che l’autore imprime, quale ritmo.

Nel romanzo Un giorno arriverò (Salani, 2012) di Silvana Mossano il ritmo è, diciamo, andante e nemmeno con brio. Si attraversa tutta la storia dello scorso secolo, dagli anni Venti fino alle seglie del Duemila, seguendo la vicenda della protagonista Anita, figlia di contadini di un casale piemontese, che vede partire la sorella appena sposata per “la Merica” (come titolava anche un film di Gianni Amelio) e che per tutta la vita sogna di andare anche lei laggiù: appunto, un giorno arriverò.

Chi ama il genere memoir e soprattutto lo stile che scorre come un placido fiume, troverà bella questa prosa corretta e descrittiva di ambienti e situazioni ricostruite con cura. Personalmente, un romanzo del genere mi pare più una narrativa privata, e uscita quasi da un laboratorio di scrittura dove si lavora magari sulla documentazione di famiglia. Oggi un affresco di settant’anni mi pare che dica troppo e alla fine non dica niente. Del resto, basti vedere lo sbilanciamento tra la prima parte, assai corposa, e le altre due, più stringate. Come se la vicinanza all’oggi a poco a poco sgonfiasse la storia.

Non è una novità, però lo è. Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck è stato pubblicato quattro anni fa, ma l’edizione in formato e-book è di adesso, dunque ecco una novità elettronica.

E poi mi domando sempre di più perché i romanzi abbiano una vita così breve, così effimera, legata all’anno di pubblicazione. Mi chiedo perché tutto il pubblico dei lettori si debba trasformare in una massa di critici letterari che devono leggere sempre l’ultima novità per parlarne, per lanciarla. Il libro, poi, che ha bisogno di tempi lunghi, del famoso passaparola per cui si va a cercalo anche dopo un po’ di tempo, forse anche dopo anni.

Soprattutto per la letteratura. Soprattutto per storie che non hanno un riferimento diretto all’attualità, ma come questo memoir di Edith Bruck raccontano una storia dentro la più grande e tragica Storia del Novecento. E ogni volta che leggiamo una vicenda legata alla Shoah, la storia di un sopravvissuto, come l’Anita quindicenne scampata ad Aushwitz di questo toccante romanzo, ogni volta scopriamo un piccolo frammento in più di quel puzzle di sofferenza e violenza, che ebbe un identico  funereo scenario, per migliaia, milioni di anime con la loro distinta unicità.

In più, la storia di Anita ci colpisce perché così vicina alle donne, alle ragazze ancora oggi abusate e maltrattate. Proprio lei, sopravvissuta al lager e ancora bambina, è vittima dell’abuso di uno zio, indifferente alle sue ferite di internata, e anzi sordo, come altri intorno a lei, ai suoi racconti strazianti, che la ragazza può sussurrare soltanto a un bambino di pochi mesi, nel quale finalmente può vedere la speranza del rinnovarsi della vita.

E per fortuna arriva il lieto fine: il viaggio dalla Cecoslovacchia misera di questo inizio di dopoguerra verso la Terra Promessa, lo stato di Israele che si sta costruendo e che oggi a volte si dimentica cosa sia e da cosa sia nato.

Oggi alla Mediateca Regionale Toscana in via San Gallo 25 a Firenze, alle 17,30 presenterò insieme a Claudio Carabba (critico cinematografico) e Massimo Becattini (regista) il libro con CD “La rosa di Badgad”, di Anton Gino Domenighini. E’ un cofanetto pubblicato da Gallucci nella sua collana di storie con CD, e come del resto gli altri titoli si tratta di un importante “recupero” della storia culturale italiana, in questo caso del primo lungometraggio a cartoni animati italiano, e il primo in Technicolor, datato 1949, e premiato a Venezia come miglior lungometraggio d’animazione.Nel CD, oltre al film, possiamo conoscere, grazie al documentario realizzato da Massimo Becattini, la storia davvero avventurosa di quest’opera, avvenuta in epoca di guerra, riunendo un centinaio di artisti, grazie all’estro e alla vena imprenditoriale di Domenighini.

La storia narrata nel libro (e che non è la sceneggiatura, ma una vera e propria fiaba originale) ha anche il dono di non essere invecchiata. Capita alla narrativa per bambini e ragazzi molto di più che non alla narrativa per adulti. Forse perché gli scrittori non possono, non devono eccedere in letterarietà, e si mantengono più diretti, immediati, come si dice “scorrevoli”. Così il racconto, che mescola elementi esotici di una Persia meravigliosa, fiabeschi tratti dalle Mille e una notte (la lampada di Aladino) e in generale dalla fiaba (la magia, la metamorfosi, l’animale aiutante, la stregoneria), risulta piacevole, anche per i bambini di oggi.

Certo, mi auguro che un libro e un film del genere non siano di esclusiva destinazione ai bambini. Personalmente, mi sono quasi commossa nel vedere le figurine di Libico Maraja, che in seguito divenne illustratore, per esempio della Fabbri e di alcune fiabe, quelle che io ascoltavo nella versione “sonora”. Un libro del genere, ha ragione l’editore a segnalarlo in copertina, è consigliato dai 4 ai 99 anni.

The Buddha in the Attic (la traduzione italiana è: Venivamo tutte per mare, ed. Bollati Boringhieri 2012) di Julie Otsuka è un romanzo corale, dalla scrittura poetica, che assomma le voci delle donne giapponesi emigrate negli Stati Uniti agli inizi del Novecento. Una vicenda poco conosciuta (a me del tutto sconosciuta, per esempio), di una pagina della storia lunga, dolorosa e purtroppo possiamo dire sempre molto simile dei migranti, di ogni paese e di ogni epoca. L’illusione di trovare un mondo meraviglioso di benessere e tranquillità di chi parte pieno di speranza e di sogni, poi la delusione, lo sperdimento, il dolore, la fatica, e in più la malevolenza, lo sfruttamento, la violenza, la discriminazione sofferte.

Così una storia di quasi un secolo fa risuona attualissima, e particolarmente impressionante per il punto di vista collettivo affidato alle donne, le spose per procura ingannate da uomini che si erano descritti ricchi, fortunati, più giovani, persino romantici e si rivelarono poveri, a volte anziani, e pronti a usare le mogli come docile manodopera. Loro, le ragazze arrivate dalle città e dalle campagne giapponesi, alcune appena adolescenti, abituate a prendersi cura di sé, a scrivere e leggere, con i loro kimono di seta nei bauli, si trovarono a lavorare la terra dall’alba alla notte, a essere donne delle pulizie, cuoche, stiratrici, prostitute, persero ogni gioia, ogni fiducia, ogni desiderio. “Lavoravamo e basta” dicono con durezza, con rassegnazione.

Forse questa pagina potrebbe essere scritta oggi dalle donne migranti, per esempio nel nostro paese:

Senza di noi, loro cosa avrebbero fatto? Chi avrebbe raccolto le fragole nei loro campi? Chi avrebbe colto la frutta dagli alberi? Chi avrebbe pulito le loro carote? Chi avrebbe strofinato i loro gabinetti? Chi avrebbe riparato i loro abiti? Chi avrebbe stirato le loro camicie? Chi avrebbe sprimacciato i loro cuscini? Chi avrebbe cambiato le loro lenzuola? Chi avrebbe preparato le loro colazioni? Chi avrebbe pulito le loro tavole? Chi avrebbe consolato i loro bambini? Chi avrebbe fatto il bagno ai loro anziani? Chi avrebbe ascoltato le loro storie? Chi avrebbe tenuto i loro segreti? Chi avrebbe raccontato le loro bugie? Chi li avrebbe lusingati? Chi avrebbe cantato per loro? Chi avrebbe ballato per loro? Chi avrebbe pianto per loro? Chi avrebbe porto l’altra guancia per loro e poi un giorno – perché eravamo stanche, perché eravamo vecchie, perché potevamo – perdonarli? Soltanto un pazzo.

E il topo rise (Atmosphere Libri, 2012) è un romanzo “frame” della scrittrice israeliana Nava Semel, un testo composto da parti narrative, poesie che compongono la storia di una sopravvissuta alla Shoah. All’epoca dei rastrellamenti nazisti era una bambina di cinque anni, e fu nascosta in un pozzo sotto terra da contadini.

Sembrerebbe una fiaba, difatti Semel si avvale di diversi registri narrativi, tra i quali anche la leggenda. Come le più antiche e popolari fiabe, è una storia atroce, orrenda, piena di mostri. Per cominciare la famiglia di contadini, spietati e avidi, che tengono la bambina dietro pagamento. Non bastasse, la piccola subisce anche la violenza del figlio dei contadini. Come nelle fiabe, c’è un animale totemico, il topo, nel quale la bambina, dapprima terrorizzata, finisce per identificarsi. E come nelle fiabe c’è un lieto fine, anche se la felicità non apparterrà mai alla bambina divenuta donna.  Un sacerdote la salva, ci sarà un futuro per lei, vivrà in Israele, avrà figli e alla nipote infine raccontera, frammentata e spaventosa, la sua storia.

Semel avverte il lettore fin dalle prime pagine: “Non si tratta di quel genere di storie amate dal pubblico. Invece di una vecchia signora, date loro qualcosa di più leggero e ottimista, con una trama avvincente (…) Il pubblico del nuovo millennio emette il proprio giudizio in fretta. Dice di aver l’impressione di aver sentito abbastanza. Il mondo è pieno di storie, una storia vale l’altra (…)” Sembra proprio di sentir parlare certi esperti di marketing, certi responsabili editoriali. O la propaganda di una dittatura mediatica in cui storie e temi sono decisi e offerti come prodotti, manipolando l’opinione e anche le impressioni, le emozioni della gente.

Nel nuovo millennio, questa storia, la storia di una persona segnata dall’orrore, parte di una comunità immensa di persone straziate e persone scomparse, diventa una specie di mito. Ed ecco, nella parte finale del libro di Semel, il mito rivelarsi verità storica con il ritrovamento di un diario, per ricordare a tutti che le parole scritte e tramandate possono orientarci e ristabilire quel principio di realtà che nella confusione di storie che “valgono una l’altra” a poco a poco svanisce.