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sing_street_posterSing Street di John Carey è proprio un bel film sul desiderio che trasforma la vita di adolescenti caricati di problemi all’apparenza irrisolvibili: disperazione della società adulta, con annesso alcolismo, droga, violenza, crudeltà. La musica ovvero l’arte musicale è la via per realizzare un’esistenza illuminata, e il quindicenne Conor decide di mettere su una band che segue le orme dei gruppi emergenti o in voga nei primi anni ’80 in Gran Bretagna e dunque in tutta Europa. Innamorato di una bellissima ragazza cui chiede di recitare nei suoi video, Conor riesce a uscire dal bozzolo mefitico di un ambiente esangue, che sa esprimere soltanto sopraffazione e malessere, e infine parte con la sua ragazza verso la favolosa Inghilterra dove tutto, invece, è possibile.

Di film del genere ce ne sono stati molti: la band, il talento musicale, il ragazzino o la ragazzina che grazie alla sua dote e a una certa tenacia riescono a farcela. Sono anzi temi molto cari al cinema USA. Certo, qui si evocano gli ultimi anni “spensierati” dello scorso secolo, gli anni Ottanta dei primi video, delle band allegre, del pop scatenato e queer, che è durato per oltre trent’anni con Madonna e Michael Jackson, esplosi proprio in quegli anni. Anni pre-unione europea, quando per andare all’estero ci voleva il passaporto e il permesso dei genitori: dunque è bene ripensare a cosa significasse essere costretti in un’isola malsana, pur dentro all’Europa florida.

Ed è interessante ricordare il bisogno di “futuro” che portò al successo la serie, ma soprattutto il primo film, di Zemeckis “Ritorno al futuro”, citato in questa storia, perché punto di riferimento di questa generazione di aspiranti Marty McFly. Per loro, l’età dell’oro era rappresentata dagli sfolgoranti anni ’50 dei propri genitori, in cui tutto riluccicava dopo la guerra, o almeno così sembrava, mentre la realtà sotto quella patina era formata da oppressioni razziali, di genere, di censo, poco risolte trent’anni dopo, con una società ancora sbilanciata, reazionaria, dove giusto le ragazze hanno preso autonomia, grazie alle battaglie delle loro mamme. Ma questo è un discorso tetro e complicato, come canta Conor all’apertura del suo concerto: è tutto complicato.

Chi riuscisse a beccare questo film, che esce per pochi giorni in sale d’essai, corra subito. Non capita spesso in periodo quasi prenatalizio di poter vedere al cinema una vera chicca.

mariasHo iniziato l’anno con la lettura dell’ultimo romanzo di Javier Marias, uno degli scrittori che preferisco. E’ una lettura “slow”, lenta appunto, perché i libri di questo autore spagnolo non sono di genere, vanno gustati lentamente, a volte tornando su frasi o addirittura pagine, per la profondità delle riflessioni, per la descrizione acuta dei personaggi e delle relazioni che questi intessono, per la complessità di queste relazioni apparentemente semplici, innocue, “normali” e mai tali perché si cela sempre un mistero.

Come appunto accade in questo “Così ha inizio il male” (Einaudi, 2014) dove l’io narrante è un giovane assistente di un produttore e regista cinematografico, Muriel, un uomo affascinante, dagli occhi azzurri e la benda su un occhio (come Alain Delon-Tancredi in “Il Gattopardo” di Visconti), sposato con una donna che costantemente demoralizza, svilisce, disprezza, in un gioco al massacro che la donna sembra subire come una sorta di espiazione. Ma cos’è successo tra quei due?

Ci vuole pazienza, e soprattutto voglia di scandagliare l’animo delle persone, la vita, e anche una società diversa, non soltanto perché spagnola ma perché ambientata a trent’anni fa, negli anni Ottanta del dopo franchismo, ammantato di ambiguità politiche e sociali, segreti, ricatti. Ci vuole piacere della lettura, che non si consuma in poco tempo, in fretta, ma si prova in un tempo disteso, per pochi capitoli alla volta, magari la sera prima di addormentarsi, come si faceva prima che la televisione e i suoi diecimila canali di sciocchezzaio riempissero le nostre case giorno e notte. Ma nelle sere che iniziano alle cinque del pomeriggio, mentre fuori piove e fa un freddo autunnale, vale la pena immergersi in un libro come questo.

 

FallaciMa cos’è questa pazzia italiana di distruggere, di sprecare, di far male, anche quando ci sono già storie scritte e personaggi perfetti per fare dei buoni film? Ieri sera ho visto dieci minuti della fiction su Oriana Fallaci e mi sono prima disgustata e poi infuriata. Ma come? Forse la giornalista italiana più famosa nel mondo, una delle rarissime donne che osò sfidare questa professione tutta al maschile negli anni ’50 e ’60, che ha scritto libri importanti, osando persino proporre il proprio punto di vista molto personale benché quei libri fossero frutto di reportage, diventa una mezza isterica, non si capisce bene mossa da cosa, con viaggi nel mondo che appaiono come tanti siparietti, come se la storia si potesse riassumere col Bignami.

puccini-fallaciNon parliamo poi dell’interpretazione della povera Vittoria Puccini. Con tutti gli artisti geniali del trucco e dei capelli, della moda e della scenografia che abbiamo, italiani prestati ai massimi film inglesi e americani, per la povera Puccini trucco e parrucco peggio che in “Tale e quale”, dove peraltro c’è un po’ più di sforzo, quanto meno quei visagisti non avrebbero fatto questa finta vecchia inguardabile. Troppo bambola per avere l’intensità espressiva e anche la grinta di una giornalista di altri tempi, la Puccini parla fiorentino da anziana con effetto Pieraccioni mentre da giovane si esprime in italiano. Non convince né commuove, ci mancherebbe! Piange solo la devota assistente dentro il film, tanto per comunicare che sì, quella di Oriana è stata una vita drammatica.

Ma si vede che questo è quanto si vuole nelle fiction italiane: la povertà, la pochezza, la superficialità, in modo che lo spettatore non capisca nulla, né del contesto degli anni ’60 e ’70 italiani, né di quello mondiale con le guerre, le rivoluzioni, le dittature che probabilmente molti non sanno perché non le hanno studiate e altri a malapena ricordano, tanto chi se ne importa? Resta una donna brusca, antipatica, aggressiva, che non si capisce come mai riesce ad arrivare da tutti i capi di Stato, forse perché strepita, come nei nostri talk show. Che fosse brava, competente, informata, e coraggiosa non è dato sapere, tanto chi mai oggi leggerà quel libro meraviglioso, commuovente, che è “Un uomo”? E chi andrà a cercare “Lettera a un bambino mai nato”, o “Niente e così sia”, libri che hanno accompagnato la nostra adolescenza? Nessuno, grazie a questo pasticcio dove non c’è nemmeno l’ombra della donna che scrisse: “sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terreste.”

pifUn consiglio: andate subito a vedere il film di Pif, La mafia uccide solo d’estate. In mezzo ai vari film di Natale più o meno ridanciani e vacanzieri, è un piccolo capolavoro di semplicità, tenerezza, e grande valore civile.

Pif è quel ragazzone che da anni gira filmati di taglio giornalistico per MTV, e ha preso dalla buona vecchia scuola della Nouvelle Vague francese e (Dogma poi) quel girare per strada con la camera a mano, attaccata alla sua faccia come un terzo occhio che registra e mostra, mentre la voce fuori campo commenta, dialoga con le persone o intervista.

In questo film che ricorda trent’anni di vita sociale a stretto contatto con la mafia, Pif sceglie di essere l’io narrante bambino che con occhi stupiti e ingenui vede la Palermo degli anni ’70 e ’80, in piena stagione stragistica, quando davvero nessuno ha potuto più tirarsi fuori, e continuare a pensare che la mafia è “come i cani, basta non infastidirla”, come dice il papà nel film.

Però, non voglio raccontare banalmente la storia, perché sarebbe un cattivo servizio a un film che commuove e sa anche far ridere, ed è girato bene, come un tempo giravano bene i nostri registi che stavano tra la gente e non si atteggiavano ad artisti. Come appunto Pif, che pure alla fine ci fa capire molto bene il valore della memoria e della sua trasmissione, come valore genitoriale, familiare, affettivo, per capire, crescere e cambiare una volta per tutte.

 

NOLibertà obbligatoria era il titolo di un album (1976) di Giorgio Gaber. Inevitabile citarlo per questo film del regista cileno Larrain, “No. I giorni dell’arcobaleno” che racconta il periodo del referendum (1988) che pose fine alla dittatura di Pinochet in Cile. Grande vittoria della democrazia, si suppone. Ma il film ci rivela o ci ricorda (a chi se lo ricorda e lo sapeva, per esempi io no) il motivo alla base di quella vittoria: una indovinatissima campagna pubblicitaria a colpi di jiingle e immagini allegre, divertenti, in linea con la spensieratezza degli anni ’80 e dei film tipo Flashdance, Ritorno al futuro (citato fra l’altro dal protagonista che gira in skateboard), canzoni come “We are the world”, e balletti in stile aerobica alla Jane Fonda. Insomma, made in USA che in Cile ha messo mano prima foraggiando il dittatore, poi mollandolo: la democrazia permette una migliore circolazione delle merci.

Dunque, il film non è affatto liberatorio o entusiasmante. Si capisce che la libertà è un’opzione, che alla gente comune interessa “stare bene”, cioè risolvere i problemi materiali di base. La famosa libertà di espressione è appannaggio di intellettuali e artisti, che da soli non bastano mai a costruire una Repubblica democratica, a meno che non sia platonica.

Certo, devo confessare quanto sia stato per me faticoso vedere questo film, girato in formato televisivo d’epoca, un po’ sgranato e con colori contrastanti, simile insomma alle immagini tv degli anni ’80. Operazione artistica amatissima dalla critica, ma che io ho trovato esasperante, anche perché, da miope, mettere a fuoco scene sgranate e contrastate mi è parso uno sforzo immane. Magari è un modo per non farci cadere nella rete illusoria del cinema che, quando è bellissimo e ben fatto, ci fa sognare e emozionare, mentre qui bisogna riflettere soprattutto sulle facili illusioni.

limonovRaccomandato da amici di cui mi fido, Limonov di Emanuele Carrere mi ha davvero coinvolto. Chissà, forse perché è uno di quei libri inclassificabili: non è un romanzo, non è una biografia, non è un articolo, ma inizia come un articolo giornalistico, è invece la storia di un rapporto tra l’autore, Carrere appunto, e il suo personaggio, un uomo che esiste davvero, un lestofante, artista, rivoluzionario, assassino, che dalla Russia passa negli USA, poi in Francia, e di nuovo in Russia e in fin dei conti, come con grande ironia dice l’autore, è un fallito e tale si sente perché la sua ambizione è tanta che in ogni ruolo, in ogni vita che attraversa, non è felice, si aspetta di più, si crede anche più di quel che è e trancia giudizi impietosi su grandi poeti e scrittori, russi come lui, infelici e carcerati, ma mai criminali come lui, che criminale lo è stato per vocazione.

Naturalmente, è la scrittura a rendere tanto appassionante una storia grama e disperata. Carrere usa il metodo di Truman Capote in A sangue freddo, ma Carrere è narratore contemporaneo e nella cronaca romanzata sa inoculare buone dosi di ironia, ricostruendo anche decenni di storia non solo russa. Perché il personaggio-persona che attraversa ambienti e ceti sociali (operaio, artista, proletario, radicale, leader politioc…) permette di raccontare, attraverso la cartina di tornasole della sua vita, una società con le sue contraddizioni, i suoi drammi, i lati sconosciuti e mal interpretati da chi vive in un altro mondo, che sia Francia o resto d’Europa.

Si capisce anche il grande successo della storia: oggi più che mai si cercano storie-verità, che abbiano una forte impronte di esperienza, che mostrino come la realtà sia davvero più avventurosa e impressionante di qualsiasi romanzo. Ma questo, si sapeva: la narrativa è parassita della realtà, ma solo la letteratura sa elevare una vita a romanzo e un delinquente a eroe romantico.

argoIl solito filmone d’azione all’americana, ma ti tiene inchiodato alla poltroncina per due ore, dunque il solito filmone ben fatto, con ritmo perfetto, e una storia che appassiona. Insomma il protagonista Ben Affleck, star di Hollywood, si dimostra anche buon regista. Anche perché ha scelto un soggetto forte, storico: si parla dell’Iran, dittatura religiosa da più di trent’anni, e si ricorda proprio i primi giorni della famosa “rivoluzione islamica”, quando lo scià fuggì negli USA su un aereo carico di lingotti d’oro, e l’ambasciata americana a Teheran fu presa d’assalto dai manifestanti e dalle guardie della rivoluzione che tennero in ostaggio il personale e un gruppo di soldati, chiusi lì dentro, per un anno e mezzo.

Si sta quindi in massima apprensione, non tanto per gli ostaggi americani, quanto per quei sei che quatti quatti uscirono dall’ambasciata, ripararono in casa dell’ambasciatore canadese e riuscirono a tornare in USA grazie a un agente della CIA, come ci racconta adesso il film, mentre per la stampa di allora fu un’operazione eseguita con massima generosità e perizia dai canadesi.

E’ chiaro che in questi film si trepida per i nostri appartenenti a una democrazia occidentale, e si ringrazia pure la famosa CIA che tanto supportò lo scià e le sue squadre di torturatori e assassini. La controparte infatti è l’Iran dell’ayatollah Khomeini e poi degli ayatollah in generale, dove si ammazza, si bruciano i libri, s’impicca la gente per strada, si tolgono libertà e diritti civili, s’impone la clausura alle donne, e poi, come sappiamo, si farà la guerra all’Iraq, e si proseguirà per quasi trentacinque anni in una dittatura. Insomma, i nemici perfetti quasi come un tempo lo erano i nazisti.