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La città dimenticata ovvero L’Aquila, distrutta dal terremoto del 6 aprile del 2009 e mai ricostruita, sebbene siano state molte le promesse mirabolanti e illusorie di un restauro immediato e della realizzazione di case confortevoli per i cittadini che tutti definirono tanto dignitosi nel loro tremendo dolore.

Ma poi, passano i mesi, passano gli anni e chi volete che si ricordi, che si occupi più di un terremoto, di gente mai tornata a casa sua? Nessuno, tranne la letteratura perché questo è uno dei compiti che la letteratura si assume: ricordare, e disturbare chi vorrebbe tanto non sapere, con la memoria, e la denuncia insita nel solo atto di ricordare, la trascuratezza e l’inganno, il dolore e il presente ancora disperato e assai faticoso.

Bella-mia-Donatella-Di-Pietrantonio-195x300Così, il bellissimo romanzo di Donatella di Pietrantonio, Bella mia (Elliot, 2014), ci spinge invece ad attivare la funzione della memoria e anche quella della riflessione, oltretutto con una scrittura densa, ricca, di quella letterarietà che raramente incontriamo in epoca di racconti di genere. Una scrittura che decolla con incisività e precisione, senza indulgere nel lirismo della prima parte, quando i personaggi sono focalizzati e sembrano prendere per mano l’autrice per farla correre con loro tra le macerie della città fantasma, dove si narra che è rimasta seppellita la sorella gemella della narratrice, madre di un bambino divenuto adolescente fosco, portato dal padre musicista e poco presente a vivere con la zia e la nonna in quelle C.A.S.E. (acronimo che sta per Complessi Antisismici ecocompatibili) della nuova città, costruite dopo il sisma e che fanno rimpiangere quel “L’Aquila bella me, te voglio reveté” della canzone abruzzese cantata da una vicina.

Bello, elegante, commuovente, attuale, questo romanzo avrebbe potuto competere per il premio Strega, se i soliti meccanismi pilotati non avessero imposto libri di grossi editori, e diciamo libri, non romanzi, perché c’è un limite all’esagerazione del marketing.

Forse una chiave per capire la goleada della Germania contro il Brasile può essere racchiusa in una parola: verein. Che significa? Associazione, sodalizio, circolo, unione. Ovvero squadra.

ho dormito nella camera di HitlerNe parla con sferzante ironia il giornalista ebreo americano (nato a Tel Aviv e di origini tedesche) Tuvia Tenenbom nel suo “Ho dormito nel letto di Hitler” (Bollati Boringhieri, 2014), ingiustamente presentato come una specie di libretto razzista sui tedeschi dediti a birra e discorsi neonazisti. Capita quando i libri non sono ancora letti ma sulle riviste appaiono interviste e stralci basati sulle bandelle o sulle cartelle fornite dagli uffici stampa.

Certo, la penna sarcastica di Tenenbom non risparmia i verein, cioè i circoli, di fanatici e razzisti, che vi sono qui come in tutto il mondo, America compresa, ma nel viaggio in tutta la Germania, tra la gente, nelle aziende e nelle banche, in ospedali attrezzati al punto di fornire l’eroina di Stato trattando i tossici al pari di malati gravi, ospite di Helmut Schmidt, il venerato cancelliere e (scopro, ma in molti scopriranno con me) di origine ebraica, a colloquio con Giovanni De Lorenzo, direttore di Die Zeit, Tenenbom ci offre il punto di vista (americano, certo, e anche del figlio di chi fu perseguitato e ucciso sessant’anni fa) di chi osserva le persone, le loro idee, la loro percezione di una nazione (e in pochissimi si dicono fieri di essere tedeschi), le paure e le idiosincrasie, il razzismo e l’antisemitismo mai sopito in nessun luogo al mondo, perché è una delle forme di razzismo più antiche e dunque sempre buone da farvi ricorso quando c’è bisogno di un capro espiatorio.

Per stanare pregiudizi sotto la patina della generica tolleranza, Tuvia si spaccia per polacco, giordano, tedesco (addirittura un ragazzo gli dice che è il tipico bavarese). Da americano qual è, ascolta chi gli dice ammirato che “Obama è intelligentissimo, per essere un nero”. Da ebreo, si sente accusare delle colpe di Israele contro i palestinesi. Discorsi che tutti quanti noi sentiamo scorrere per le strade, mentre camminiamo orgogliosi della nostra bandiera della tolleranza stesa sopra di noi.

Ma quando Tuvia sferza gli studenti che ripetono a pappagallo le solite formule sulla politica internazionale chiedendo: “perché in una società democratica tutti la pensano allo stesso modo? Che cosa è successo alla pluralità di opinioni?” Ci domandiamo in effetti perché ci affidiamo alle formule dietro cui c’è il vuoto e siamo pronti a credere a una versione dei fatti, invece che approfondire. Si chiama comodità.

copFabrizio Silei è uno scrittore come si dice “per ragazzi”, ma sarebbe meglio togliere l’etichetta a certi autori che vanno oltre i ragazzi, che più semplicemente raccontano il mondo di oggi dove i ragazzi e le ragazze hanno una parte fondamentale e non relegata a tristi fatti di cronaca o emergenze.

E’ il caso di questo bel romanzo, “Katia viaggia leggera” (San Paolo) dove Silei racconta di una ragazza di quattordici anni, Katia appunto, che viaggia per l’Italia con sua mamma, divorziata e precaria e presto al seguito di un uomo affascinante quanto misterioso, che vive di truffe e furti, giustificando il proprio comportamento e riuscendo anche a convincere le due donne a essere sue complici, con un discorso assai condiviso nel nostro paese e cioè che tutto è truffa, tutto è inganno, tutti imbrogliano e raggirano, per primo lo Stato che non si cura di offrire opportunità e dunque costringe tutti a barcamenarsi.

In questo romanzo “on the road” italiano, Katia sogna e pretende una vita normale: andare in una stessa scuola, avere una famiglia, avere amicizie durature, innamorarsi. Potrà cominciare a farlo a Palermo, dopo aver attraversato tutta l’Italia, benché proprio a Palermo si attui la truffa più grande in cui è costretta a giocare un ruolo da protagonista. Ma proprio perché non è tipo da subire, Katia riesce a prendere in mano la sua vita, liberando sua madre e se stessa dall’invisibile prigionia in cui sono state rinchiuse e avviando un’alternativa legale e costruttiva al suo futuro. Insomma, un lieto fine perché appunto siamo dalle parti del libro “per ragazzi”. Però non un finale scontato, anzi: sorprendente, commuovente, soprattutto verosimile in mezzo a tante, troppe fughe dalla realtà.

still-lifeLook at all the lonely people, cantavano i Beatles cinquant’anni fa. E così il film di Uberto Pasolini, Still Life, sembra ricalcare questa famosa, bella e dolente canzone scritta e interpretata da ragazzi per lo più allegri e dediti all’amore e alla “revolution” giovanile di costumi e diritti, ma che appunto in Eleanor Rigby parlano di morti in solitudine, di gente dimenticata e funerali solitari (nobody knows). Di questo tratta Still Life, che noi traduciamo con “Natura morta”, ma significa pure “Ancora in vita”, un film triste sulle morti in totale abbandono, di chi già da tempo si era alienato dalla vita sociale e dalla rete affettiva delle relazioni.

A un certo punto mi pare persino che i Beatles siano citati, in questo film inglese tutto in stretto accento british, quando appunto il ragazzo scapigliato addetto all’obitorio dice al protagonista, un ometto tutto precisino che cerca di dare dignità alle sepolture: “you don’t belong to all this”. E allora qual è il nostro posto? Da dove veniamo? Where do they all come from? Where do they all belong? Non sono le domande della vita? Da dove vengono, qual è il loro posto? E qual è il ruolo, lo scopo dell’esistenza? L’inquadratura con le donne che si abbracciano intorno a una bambina in carretto sembra dire che è quello lo scopo, l’amore che stringe le persone, le fa riunire, le fa trionfare sul cimitero, dà dignità a qualsiasi vita, ben oltre la morte.

blue jasmine 1Blue Jasmine è un film da gente di una certa età. Certo mi piacerebbe sentire cosa ne pensano venti o trentenni, che per esempio nella multisala dove sono andata a vedere il film di Allen affollavano la sala con Lo Hobbit. Ma certo il film di un regista intellettuale e celebratissimo trent’anni fa, incentrato su una donna divorziata, fallita e impazzita, come fa ad attrarli? Peccato, però, perché alla fine il tema che Allen tratta già da alcuni film, e cioè la disuguaglianza e la spietatezza delle classi dominanti, l’impossibilità di farne parte se non si è parte per nascita e dunque il tonfo della democrazia e della contaminazione e mescolanza tra classi sociali è un tema importante e contemporaneo.

Qui poi c’è un cast eccellente, a partire dalla protagonista, la bellissima sofisticata e magistralmente brava Cate Blanchett e dalla coprotagonista Sally Hawkins. C’è un testo perfetto, per dialoghi, situazioni, che sarebbe adattissimo anche al teatro, un testo alla Tenessee Williams, al quale di sicuro si è ispirato Allen e cioè al Tram che si chiama desiderio e alla pazza Blanche che qui è la Blanchett. Come un richiamo nella recitazione alle eroine degli anni ’70 compie la Blanchett che a tratti ricorda la Geena Rowlands di “Una moglie” di Cassavetes, altrettanto bella e folle.

Con questa forte storia di donna e di donne (due sorelle, la popolana e l’altoborghese), il regista sembra dirci che si chiude il cerchio di una mai avvenuta affermazione femminile, anzi, dopo ben quattro decenni di battaglie, eccoci ancora lì sulla panchina tradite, irrealizzate, povere, sole, a parlare come pazze a noi stesse.

 

PerissinottoTitolo impegnativo e vagamente minaccioso, Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto (Piemme, 2013) è un bellissimo romanzo. Lo sto leggendo con interesse e partecipazione, e mi augurerei vincesse il Premio Strega, anche soltanto per avere un maggior “volano” diffusivo. Considero Perissinotto un bravo scrittore, serio e impegnato, che sa raccontarci la nostra storia, la nostra vita, affrontando temi importanti e controversi. Come il suo precedente (e commuovente) Semina il vento, che avevo recensito l’anno scorso.

In questo romanzo, si parla di quel che succede in continuazione nelle aziende italiane: licenziamenti di centinaia di persone per le cosiddette “ristrutturazioni”, ovverosia dismissioni per emigrare in paesi dove la forza lavoro costa meno e soprattutto si hanno maggiori libertà, d’inquinare e sfruttare, come nella felice epoca del Capitalismo selvaggio. Una parabola iniziata ben quarant’anni fa, negli anni ’70 che riaffiorano attraverso la biografia del protagonista Guido, un dirigente d’azienda, uno di quelli che ristrutturano, appunto, con spietatezza gelida e con alti compensi per il lavoro svolto. Del resto, fare i killer è un mestiere proficuo.

Ma mentre è in atto la delicata operazione che dovrebbe portargli successo e carriera, Guido si ritrova un tarlo insospettato che gl’instilla il dubbio di avere un gemello, forse un sosia, qualcuno che gli somiglia come una goccia d’acqua ed è scomparso trentacinque anni fa in una periferia di Torino, la città che in questi trent’anni è stata il simbolo dell’industria e ha vissuto tutti i rivolgimenti sociali connessi: emigrazione, discriminazione, protesta e richiesta dei diritti, violenza terroristica, declino, trasformazioni del tessuto produttivo…

Insomma, finalmente una storia vera, forte, con un protagonista vivo, che potremmo detestare e invece ascoltiamo, seguiamo, grazie alla guida critica e sensibile del narratore che in questo ritratto di un uomo sa aprire una finestra per la (scarsa) memoria italiana che ci permette di capire un po’ meglio chi siamo.

12-12-12 The Concert for Sandy ReliefPuò darsi sia un numero magico, e chissà quanti lo hanno giocato al Lotto. Di sicuro è il titolo di un album stupendo, il Concerto tenuto al Madison Square Garden di New York il 12 dicembre scorso, appunto, con tutti i più importanti musicisti pop e rock americani, dunque del mondo.

Che devo dirvi? E’ tutta gente di una certa età, ma sempre verdissima, energica, con voci e suoni strabilianti, con i pezzi memorabili che hanno accompagnato e formato generazioni intere: The Who, The Rolling Stones, Bruce Springsteen, Roger Waters ovvero i Pink Floyd (che io considero quasi come Beethoven), Paul Mc Cartney (e cioè i Beatles), Billy Joel, Bon Jovi… Insomma, possiamo dire oggi musica classica, ma fa un certo effetto vederla suonare e cantare da chi l’ha composta e per anni interpretata, e provare un’emozione fortissima, perché, signori e anche ragazzini, questo sì che è sound, e ciò che si crea nell’aria accendendo il vostro lettore, è un’autentica cascata formidabile, altissima, impressionante, vibrante, di autentica vitale musica rock.

Certo, un film che si intitola così di pretese dimostra di averne e non poche. Infatti ha la solita moralistica pretesa di mostrarci lo sfascio a tutti i livelli, di farci sorbire una predica insostenibile da parte di un politico corruttore colpito dalla malattia che fa dire la verità (pensa un po’ che trovata narrativa!), di mostrarci che in Italia il valore supremo è la famiglia, rispetto alla società investita da ideologismo, violenza, squallore, precariato, sfruttamento eccetera eccetera eccetera nel più brillante grillismo attuale.

Ora, io mi stupisco soltanto di attori come Michele Placido, Gassman e Raoul Bova, che partecipano a un film in nulla dissimile da un cinepanettone natalizio, oltretutto girato come gli spot televisivi, tanto che la scena migliore è quando la famigliola scola la pasta e si prepara ad andare a tavola come in una pubblicità della Barilla. Un film che vorrebbe essere di denuncia e alla fine è solo qualunquismo, dove c’è persino un sosia di Bersani, ovviamente corrotto e consociato, e si mostra il teatro Valle come luogo dell’intransigenza e dell’intolleranza tipiche della cosiddetta “sinistra” (ma addirittura il povero Bova è definito “comunista”: ancora!).

In compenso il regista Massimilano Bruno, che si presenta in scena come conduttore di una teletrasmissione che incita alla “verità” e legge gli articoli della Costituzione alternandoli alle scene meschine della vita sociale italiana, sproloquia e ci offre la sua banalissima e infantile morale sulla politica, sulla società. Magari, se avesse preteso meno e anche detto meno, se sapesse fare il cinema e dimenticasse “I Cesaroni” (che ha scritto), avrebbe potuto realizzare un film quantomeno decente e non un autentico obbrobio.

 

Con l’occasione del Festival ho comprato e letto Limbo di Melania Mazzucco, un libro che, pur dopo diversi mesi, non esiste in formato e-book (chissà perché).

Non so come esprimere il mio disagio nel confessare che il romanzo mi ha lasciato perplessa. Ammiro moltissimo Melania Mazzucco e ho letto con molta emozione (e interesse) i suoi precedenti lavori, sempre romanzi di alto livello, di potente visione e di scrittura ricca e complessa. Oltretutto è raro oggi trovare una scrittrice (uno scrittore) che cambi genere, sappia attraversare la storia o registrare la contemporaneità con grande libertà, senza l’obbligo di una riconoscibilità seriale, senza preoccuparsi delle presunte aspettative del proprio pubblico.

Eppure, Limbo è un romanzo che sembra tornare indietro rispetto alla linea di sviluppo della sua narrativa. Forse la scrittura è come la memoria definita spiraliforme dal poeta Brodsky, e dunque non ha una direzione lineare, piuttosto circolare e così procede. E allora questo romanzo, rispetto alla Lunga attesa dell’angelo o a Un giorno perfetto, riporta la narratrice a un punto di partenza, quando chi scrive non differenzia le voci narranti, esterna o interna, limitandosi a concentrarsi sulla propria affabulazione anziché sulla credibilità dei personaggi, sulla loro identità.

Poi c’è un piccolo problema, ma è assolutamente un problema mio. Non riesco a leggere la storia di una soldatessa, non mi interessa e un po’ mi irrita. Non riesco a provare compassione della pur ferita e smarrita Manuela, che non è una volontaria di cooperazione internazionale, ma una che parte per combattere ed eventualmente uccidere. Non mi piace l’ideologia militare, né la vita militare, né le missioni cosiddette di pace.

Condivido l’analisi che il grande psicanalista James Hillman ha compiuto proprio sulla guerra e la vita militare in “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi), dove si chiarisce come il soldato, per diventare tale, debba disumanizzarsi, atomizzarsi, in favore della disciplina, dell’obbedienza, in vista della guerra, del massacro, dell’assassinio. Ora, leggendo questo romanzo e anche i tributi dell’autrice ai soldati che le hanno raccontato le loro esperienze ho come l’impressione che, appassionata osservatrice qual è, sia stata avvolta proprio da quel terribile fascino per il dio Marte e le sue guerriere.