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La tragedia greca classica esiste ancora oggi.

rahimiSi è spostata in Afghanistan, dove nella guerra infinita, nell’interpretazione arcaica di una religione, nella lotta tribale, nella sopraffazione delle donne, emergono figure che somigliano alle antiche Antigone, Elettra, Ifigenia o Cassandra. Il testo più simile a una drammaturgia che a un romanzo, dello scrittore afghano Atiq Rahimi, Pietra di pazienza,(Einaudi) sembra proprio riprendere il filo dell’antico monologo di una di loro, divenuta nei nostri tempi moderni – e nel senza tempo afghano – una moglie che veglia il marito moribondo, al quale racconta disperata e impotente, straziata, indignata, la propria rabbia contro la guerra tra afghani, contro uomini che si scannano per orgoglio, e contro una società basata sulla disuguaglianza di genere. “Questa voce che erompe dalla mia gola” dice l’io narrante “è la voce sepolta da migliaia d’anni.” Ma che appena si solleva, sarà sofocata, uccisa, proprio come nelle antichissime tragedie.

hosseiniAnche Khaled Hosseini, celebrato autore del “Cacciatore di aquiloni”, ci conduce di nuovo nella sua terra, l’Afghanistan, iniziando da una suggestiva, atroce fiaba che sembra fornirci una chiave di lettura per un romanzo bellissimo, dove stavolta sono le donne le protagoniste principali. “E l’eco rispose”(Piemme) però non è un dramma cupo e antico, senza vie d’uscita (come sembra essere il presente di questa terra martoriata), ma un romanzo che offre possibilità ai personaggi, trasportandoli lontano da un destino gramo, chiuso dentro un villaggio, e dunque riformulando la leggenda che vuole gli eroi soccombenti, e riallacciandosi alla fiaba, che offre il riscatto a prezzo di un grande sacrificio e soprattutto affidandosi al percorso, al viaggio, alla via che porta lontano.

Qui non siamo in Afghanistan, siamo anzi in un paese che ha mandato soldati a farci la guerra o, per dirla nei termini ipocriti che si usano oggi, la pace con la guerra. E qui, nel paese che manda soldati, è estate, tempo di viaggi per turismo, ma sempre di più per lavoro, per opportunità, per non trovarsi intrappolati. Molti ragazzi (centinaia di migliaia) se ne sono andati dall’Italia, mezzo milione sono a Londra e non fanno gli stilisti o i musicisti pop. Fanno soprattutto i camerieri, come negli anni ’60. L’operazione “nostalgia”, nel nostro paese ha funzionato in tutti i sensi. Se continuiamo a dire e a pensare che i responsabili sono generiche e imperscrutabili furie (la crisi mondiale, l’Europa, le lobbies…) anziché persone con nomi e cognomi, non ci vorrà molto a tornare alla cupissima tragedia latina.

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Con l’occasione del Festival ho comprato e letto Limbo di Melania Mazzucco, un libro che, pur dopo diversi mesi, non esiste in formato e-book (chissà perché).

Non so come esprimere il mio disagio nel confessare che il romanzo mi ha lasciato perplessa. Ammiro moltissimo Melania Mazzucco e ho letto con molta emozione (e interesse) i suoi precedenti lavori, sempre romanzi di alto livello, di potente visione e di scrittura ricca e complessa. Oltretutto è raro oggi trovare una scrittrice (uno scrittore) che cambi genere, sappia attraversare la storia o registrare la contemporaneità con grande libertà, senza l’obbligo di una riconoscibilità seriale, senza preoccuparsi delle presunte aspettative del proprio pubblico.

Eppure, Limbo è un romanzo che sembra tornare indietro rispetto alla linea di sviluppo della sua narrativa. Forse la scrittura è come la memoria definita spiraliforme dal poeta Brodsky, e dunque non ha una direzione lineare, piuttosto circolare e così procede. E allora questo romanzo, rispetto alla Lunga attesa dell’angelo o a Un giorno perfetto, riporta la narratrice a un punto di partenza, quando chi scrive non differenzia le voci narranti, esterna o interna, limitandosi a concentrarsi sulla propria affabulazione anziché sulla credibilità dei personaggi, sulla loro identità.

Poi c’è un piccolo problema, ma è assolutamente un problema mio. Non riesco a leggere la storia di una soldatessa, non mi interessa e un po’ mi irrita. Non riesco a provare compassione della pur ferita e smarrita Manuela, che non è una volontaria di cooperazione internazionale, ma una che parte per combattere ed eventualmente uccidere. Non mi piace l’ideologia militare, né la vita militare, né le missioni cosiddette di pace.

Condivido l’analisi che il grande psicanalista James Hillman ha compiuto proprio sulla guerra e la vita militare in “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi), dove si chiarisce come il soldato, per diventare tale, debba disumanizzarsi, atomizzarsi, in favore della disciplina, dell’obbedienza, in vista della guerra, del massacro, dell’assassinio. Ora, leggendo questo romanzo e anche i tributi dell’autrice ai soldati che le hanno raccontato le loro esperienze ho come l’impressione che, appassionata osservatrice qual è, sia stata avvolta proprio da quel terribile fascino per il dio Marte e le sue guerriere.

Non è l’esclamazione risentita di qualche studente, magari in prossimità di un esame di letteratura russa.

E’ il titolo molto accattivante dell’ultimo romanzo di Atiq Rahimi (pubblicato da Einaudi con la traduzione di Yasmina Melaouah) e ambientato, come i precedenti, a Kabul.

A proposito, c’è ancora la guerra laggiù. Ci sono pure i nostri soldati, sulla faccenda è calata una cortina di silenzio e mi pare che persino l’ultimo libro di Melania Mazzucco (d’accordo, non l’ho letto, ne riparlerò con calma) che ricorda proprio quell’operazione militare attraverso gli occhi di una soldatessa sia caduto abbastanza nell’indifferenza. Di quel posto lontanissimo e confusissimo, di una guerra che finge di non essere tale non si vuole sapere.

Lo scrittore afgano Rahimi però ha trovato un’ottima strategia per ricordarci il suo paese, e la sua tragedia. Attraverso l’omicidio di una vecchia usuraia, proprio all’inizio, ad opera di un ex soldato che è stato in Russia e che proprio per questo ha letto e amato le opere di Dostoevskij. Proprio mentre sta calando l’ascia sulla testa della donna, Rassul è trapassato dal pensiero che si sta comportando esattamente come Raskol’nikov, l’assassino di Delitto e castigo. Non riesce perciò a rubare i soldi, scappa sconvolto, vaga per le strade della città, e perde completamente la voce.

La storia è narrata in soggettiva, ovvero attraverso il discorso indiretto libero, in modo tale da seguire molto da vicino Rassul e poter avere le descrizioni dei personaggi e delle situazioni in cui si imbatte, (e che, se fosse lui stesso a narrare, non si curerebbe di descrivere). Inoltre, questa strategia narrativa permette uno sguardo ironico – distaccato, e quella che in effetti è una vera tragedia, di povertà, morte, violenza, droga, diventa una sorta di scena teatrale, dove il protagonista quasi pirandellianamente cerca la giustizia, addirittura si autodenuncia, ma in tempi di guerra e di fondamentalismo religioso, la sua colpa non è che una inezia, eventualmente da pagare con una semplice multa.