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Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.

fuadazizE’ sempre un po’ un mistero la scelta del titolo e della copertina dei libri. Lo penso davanti al libro di Giuseppe Cattozzella, Non dirmi che hai paura (Feltrinelli 2014) sulla cui copertina campeggia una farfalla gialla. Che sì, è sinonimo di leggerezza e libertà e anima, però poco comunica della storia vera che qui si narra e che è molto attuale e di sicuro utile da conoscere per chi ogni giorno assiste sgomento (ma anche chi è distratto) all’Odissea di migliaia di rifugiati che sfidano il mare. Così, almeno per questo post scelgo la bellissima immagine di Fuad Aziz, artista di grande talento.

Si è detto storia vera, cioè quella della giovanissima atleta somala Samia Yusuf Omar, arrivata ultima nella gara dei duecento metri alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, ma pronta ad affrontare quelle di Londra con maggiore preparazione. Se soltanto l’avesse ricevuta, perché fuggita dal suo paese per l’impossibilità di diventare una vera atleta e con il desiderio di raggiungere la sorella rifugiata in Finlandia, affronta il famoso “viaggio” che Cattozzella ci descrive in tutto il suo orrore, per annegare tragicamente in mare. Per chi ancora si domandasse come mai tanti rischiano la vita per quel viaggio orrendo, rifletta su passi come questo: “il viaggio è una cosa che noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. E’ come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare.”

Certo, si tratta di una biografia romanzata, quindi sembra ovvio la scelta della narrazione in prima persona, eppure mi viene il dubbio che una terza persona in soggettiva sarebbe stata più incisiva. Un po’ per smussare il ritratto dell’armonia perfetta e perduta della prima parte, di un’infanzia in un luogo dove ci si vuole tutti bene, un po’ per trasformare questa biografia in un romanzo di formazione. Per carità: si tratta solo un giudizio personalissimo, “a mio gusto”.

lucyLucy (Feltrinelli) è il nuovo romanzo di Cristina Comencini, brava scrittrice oltre che brava regista italiana, una delle poche di cui ci possiamo vantare. La sua è una scrittura avvincente, caratterizzata da una profonda introspezione che si unisce alla rara capacità di raccontare le relazioni contemporanee, attraverso non solo dialoghi credibili e naturali, ma anche sguardi, silenzi, parole trattenute, che trasmettono le umanissime controversie fatte di piccole gelosie, rancori o conflitti, in cui tutti (e in particolare tutte) ci ritroviamo. Raramente ho trovato un dialogo telefonico tra madre e figlio tanto ben raccontato come in questo libro.

Certo, Lucy, la celebre “prima donna” del mondo paleolitico c’è soltanto di sguincio: c’è perché la protagonista è paleontologa e da tempo vorrebbe scrivere un romanzo storico sull’amata preistoria che tanto tempo e impegno le è costato, a scapito anche della famiglia che difatti non esiste più: il marito, come succede spesso, si è risposato con una donna più giovane e ha un bambino piccolo, il figlio già citato se n’è andato in Canada, la figlia grande si è sposata e cerca con fatica di rimanere incinta.

Insomma, l’antropologia di Comencini non è paleolitica, piuttosto contemporanea e femminile e si sviluppa attraverso tutti i libri e i film (e il teatro) dell’autrice che sa raccontare le donne, il loro cambiamento impressionante nell’arco di mezzo secolo, che le (ci) ha portate alla ribalta sociale. Credo che non sia un caso che Comencini parli di Lucy e cioè di uno scheletro femminile disseppellito dopo millenni, metafora di uno scheletro sociale femminile che da poco si è formato e si sta ancora sviluppando.