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ferranteQual è il mistero di Elena Ferrante? Non parlo della persona che si cela dietro un nome d’arte, che tanto incuriosisce, quanto il segreto della sua scrittura ammaliante, che risucchia il lettore nelle pagine, anche le centinaia e centinaia della sua quadrilogia de L’Amica Geniale, che quest’anno si è conclusa con “Storia della bambina perduta”.

Sarà che scrive di noi, del nostro tempo, dall’angolatura speciale di una donna nata in un quartiere popolare di Napoli e diventata scrittrice di successo? Non basterebbe. Il suo è un romanzo a sfondo storico e sociale, che riassume sessant’anni di vita italiana, dal dopoguerra fino a oggi. Potrebbe essere interessante, ma noioso. Oltretutto, quanto materiale: il rischio è la superficialità, l’approssimazione assiomatica. Invece, né l’una né l’altra. Perché si tratta della vita di una persona, che fatica e soffre, paga alti prezzi per l’amore e la realizzazione, e si rispecchia in un’altra, nell’amica di una vita, che più ancora di lei paga il prezzo della sua intelligenza e della sua sensibilità. Dunque, è questa vita messa a nudo, come cartina di tornasole di una condizione umana, femminile, in questi decenni e in questo presente italiano, che ci commuove, ci incolla alle pagine, ci fa tornare sulle frasi, sulle parole, sempre precise, addirittura spietate.

Perché sarebbe confortante leggere nella storia di Elena Greco, detta Lenù, io narrante dell’intera quadrilogia, il percorso di un riscatto dal rione povero e malfamato ai salotti letterari, alla fama, a una vita piena: ma è la stessa narratrice a registrare i limiti e la fatuità di una sorta di “scalata sociale” ottenuta attraverso lo studio e la scrittura, come un tempo accadeva e oggi, con i crudeli tempi di arrivismo attraverso strumenti più spicci come corruzione e malaffare, non accade più. Tutto finisce dove e com’era cominciato, con in più la disillusione e l’amarezza di aver perduto la parte più viva e migliore, l’essenza incandescente e irredimibile, di sé.

I libri di Elena Ferrante hanno questa capacità di risucchiarti dentro le pagine, anzi tra le righe, facendoti partecipare con ansia e commozione agli accadimenti, in modo tale che è difficilissimo staccarsi dalla lettura, riporre il libro e attendere magari il giorno dopo o la sera dopo, per rituffarsi nel magma caldo, pulsante, delle parole, delle frasi che sanno evocare sentimenti forti, violenti, cattivi, con l’uso di termini volgari dentro una forma pulitissima di scrittura attenta, precisa, piena, ricca, una scrittura mai compiaciuta di sé, ma concentrata a esplorare e mettere a nudo sentimenti e pulsioni, a esprimere il rimosso, ciò che non si dice o si nega.

ferranteIn quest’operazione di esplicitazione, Ferrante racconta il percorso delle donne negli ultimi cinquant’anni, attraverso la relazione tra le due amiche Elena e Lila, la studiosa e la geniale, la liberata, diventata scrittrice di successo e finalmente fuggita dal rione poverissimo dove è nata e la cattiva ragazza, la libera d’azione e di pensiero Lila, indomita, pronta a pagare prezzi alti per la non sottomissione al codice patriarcale e maschile, e, trattandosi di Napoli, anche mafioso. Ecco dunque il terzo romanzo e terzo episodio de L’amica geniale, intitolato Storia di chi fugge e di chi resta (edizioni e/o), dove le due amiche e due facce di un femminile che ha trasformato la vita sociale italiana, seguono i loro percorsi diversi e complementari, l’una di donna intellettuale l’altra di proletaria, sullo sfondo di un paese percorso dalle lotte politiche e dalle battaglie civili degli anni ’70 fino ad arrivare al nuovo millennio.

Una storia che non ha nulla di eroico, benché eroica a volte appaia Lila, l’irriducibile, ma anzi, mantiene un tono malinconico, disilluso, e poco speranzoso. Le donne hanno conquistato qualcosa, ma il mondo non è migliorato, anzi. Nelle prime pagine, la scrittrice lo dice chiaro e tondo che se da giovane pensava fosse il rione napoletano un luogo brutto e impossibile, da adulta ha capito che è il mondo umano in generale a essere così asfittico e intollerabile e “l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose”. Un tono pessimistico che non lascia adito ad alcuna possibilità, forse nemmeno alla narrazione che in una simile ottica appare come una bottiglia lanciata nel mare, che pure molti (e non uno solo) sono pronti ad afferrare.

 

 

 

dunneL’amicizia raccontata con nostalgia e incanto da Catherine Dunne  in La grande amica (Guanda, 2013) è giovane e potente al punto da cambiare non proprio la vita ma il punto di vista, la sensibilità della protagonista e io narrante Miriam che, a sedici anni, va a lavorare in un albergo per i mesi estivi.

E’ il 1973, siamo a poche decine di chilometri da Dublino, sulla costa, ma a Miriam sembra di andare lontanissimo, e quei tre mesi la faranno crescere, cambiare, lei unica figlia in una famiglia di tutti fratelli, con una madre severa e un padre brusco ma comprensivo, e un destino già segnato di vice-mamma all’interno di una famiglia maschile.

Ma al mare, in albergo, c’è la folgorazione nella figura di una ragazza più grande, bellissima e disinvolta, appunto “la grande amica” che cancellerà i resti dell’infanzia di Miriam con le sue timidezze e le paure, facendola diventare una ragazza spigliata, pronta a vivere una piccola avventura di nascosto dai genitori e cioè un breve viaggio in Cinquecento, loro due sole, libere.

La citazione a “Il grande amico” del titolo in realtà è nella versione italiana, perché il titolo originale è “Heart of Gold”, come l’album di Neil Young che le ragazze ascoltano, rapite. Ma è giusta, perché il racconto (un po’ strano chiamarlo “romanzo” come in copertina) sa trasmetterci la pienezza, la gioia, la fiducia e la sensazione di “tornare a casa” che offre l’amicizia femminile (il “cuore d’oro” femminile), sebbene il risvolto sia amaro e sia legato alla stilla di veleno del tradimento.

Un libro che si legge d’un fiato.

Sono tutta presa dalla lettura del nuovo libro di Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome (edizioni e/o), proseguimento de L’amica geniale (un titolo bellissimo).

Peccato che tra un romanzo e l’altro di questa epopea novecentesca (mi rifiuto di chiamarla trilogia come i fantasy) si debba aspettare diversi mesi. D’altronde, al contrario dei polpettoni infarciti di già letto già visto, questa storia è viva e se non fosse un termine un po’ fané direi anche palpitante, e la leggiamo appena uscita dal laboratorio di una vera alchimista di parole, che sa calarci perfettamente in un ambiente, quello del rione napoletano poverissimo e in via di sviluppo dove crescono le due amiche Lila e Lena. Anche i nomi quasi si confondono (a volte Lila è chiamata Lina, da Raffaella, il suo nome completo), segnale di quella simbiosi che le due bambine sperimentano felicemente da piccole, ma che già al termine del primo romanzo si è già consumata, con il matrimonio della sedicenne Lila con il ricco salumiere del rione.

In questa seconda parte della storia, si evidenzia il solco che divide le due ragazze, Lila sposata infelicemente, ma indomita e crudele, prigioniera e tiranna tra casa e bottega; Lena liceale vogliosa di riscattarsi attraverso  lo studio, innamorata di uno studente universitario, anch’egli proveniente dal rione. Intorno, una periferia che sta cambiando rapidamente, e soprattutto la presa di coscienza di queste donne e del loro ruolo in mutazione rispetto alle madri, alle donne che “erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, cui finivano sempre di più per assomigliare, o per le fatiche o per l’arrivo della vecchiaia, della malattia.”

La grande maestra di Ferrante sta nel lavorare sui caratteri, sulle emozioni, sulle ambiguità e per esempio riuscire a farci sondare le sfaccettature della personalità di Lila, la geniale delle due amiche, costretta per miseria a incasellarsi in un ruolo che pure riesce a travalicare. Lei, crudele e sarcastica, cinica, rabbiosa, sempre in guerra con sé e con gli altri, ci commuove e ci fa pensare al lunghissimo cammino delle donne, geniali quanto lei e come lei impedite nel movimento, nella libertà. La differenza, in questa magnifica storia, è che la sua complementare Elena, forzata proprio da Lila nella sfida di migliorarsi e primeggiare, diventerà scrittrice.