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Fino agli anni ’70, lo stilista come divo di massa non esisteva. C’erano i sarti che inventavano l’alta moda per una ristrettissima cerchia di élite, composta da aristocratici e ricchissimi. Per il resto, la gente si cuciva gli abiti o li faceva cucire da sarte e sarti in piccole botteghe, dove magari si entrava con una rivista in mano, per copiare gli ultimi modelli. Non esistevano neppure le taglie, che gioia: erano gli abiti ad adattarsi a ogni donna, non le donne a costringere i loro corpi a omologarsi.

Credo sia soprattutto questo il fascino del film di Anderson, Il filo nascosto: la storia di un “creativo” che ancora non pretendeva di chiamarsi così, perché erano gli anni ’50, e anche la parola “chic” è considerata un insulto. La storia è anche quella di un tormento personale di chi sta chino sui fogli a disegnare e ancor più chino a cucire per le regine e le contesse, abiti molto più simili a quelli delle fiabe che non a vestiti da lavoro o anche da cerimonia.

Il film ha quella bellezza classica che gli inglesi e gli americani (come in questo caso) riescono a promanare nei loro film in costume, con attori sublimi (Daniel Day Lewis, Lesley Manville, e Vicky Kriep), scene e costumi ovviamente perfetti (infatti si sono aggiudicati l’Oscar). Insomma, un filmone che piace e turba anche un po’, perché a un certo punto entra in gioco pure eros /thanatos.

Vedere il film al cinema ha certi interessanti risvolti: nella scena in cui la contessa prova l’abito speciale per la serata, tra le esclamazioni di meraviglia delle sarte, un ragazzo dietro di me commenta: “Orrendo”. E ha ragione. Il cinema ha sempre bisogno di essere visto in mezzo al pubblico.

 

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Confesso la mia spaventosa ignoranza dell’arte contemporanea, che mi spiace perché gli artisti non sanno soltanto interpretare gli aspetti nascosti della nostra vita, le condizioni anche più difficili dell’umano, ma sanno offrire visioni d’infinito, sanno essere di esempio per la loro ricerca di assoluto e a volte anche per la modestia com cui conducono le loro vite, indifferenti al consumismo.

Meno male che ho visitato la mostra Love a Milano! Ho scoperto così la celebre artista giapponese Yayoi Kusama e mi sono incuriosita al punto di leggere la sua autobiografia “Infinity net” (Iohan & Levi, 2013).  Negli anni ’60 dello scorso secolo, Kusama, emigrata negli Stati Uniti dal Giappone conservatore per fare l’artista, fu una specie di “sacerdotessa” della cosiddetta “rivoluzione hippie” americana, e organizzava scandalosissimi happening. Ma la sua fama è legata alle grandi opere di reti realizzate con piccolissimi puntini, reti infinite che si espandono e coprono tutta la superficie oltre il quadro, che si moltiplicano in specchi, mentre scultura i pois diventano tante piccole sfere d’acciaio che galleggiano sulla superficie di un lago o del mare.

Non soltanto pittrice e scultrice, ma anche regista, produttrice di musical, stilista, coreografa, oggi Yayoy Kusama è una signora di ultraottantenne tornata a vivere in Giappone quarant’anni fa dopo i fasti americani. Sorprendentemente, una donna dalla fama riconosciuta mondialmente, confessa in questa autobiografia: “Ho dipinto, scolpito e scritto per decenni, da quando sono in grado di ricordare, ma se devo essere sincera, non sono ancora del tutto sicura di essere diventata un’artista. Ogni opera è un passo lungo il cammino, una ricerca disperata della verità con pennelli, tele e materiali.”

Una simile dichiarazione commuove, in un mondo dove tutti sono artisti, più o meno incompresi e soprattutto artisti dopolavoristi.

educazionemilaneseMilano piovuta dal cielo, cantava Lucio Dalla, in una bellissima struggente canzone di tanti anni fa. Chissà perché piovuta dal cielo una metropoli tanto radicata in terra, industriale e legata agli affari, una città che ha sempre messo timore, non è mai stata bella, era meta di immigrati in cerca di lavoro, era il simbolo del lusso e della moda e oggi è la città del “contemporaneo” inteso come architettura, arte, cultura, turismo elitario?

Eppure nell’autobiografia di Alberto Rollo, Un’infanzia milanese (Mani editore), le parole di Lucio Dalla suonano perfette: il bambino che nasce negli anni ’50, nella Milano operaia, dove stanno sorgendo i nuovi quartieri periferici, il figlio di un metalmeccanico comunista e idealista, colto e severo, immigrato dalla Puglia, il ragazzino per cui è un’avventura andare in tram da un parte all’altra della città, e che vede il mare per la prima volta a dieci anni, il liceale che scopre con la politica il piacere dell’amicizia inossidabile e del gruppo, riconoscono in Milano qualcosa di “celeste”, che trascende la città, le sue industrie, la sua durezza, le sue contraddizioni.

E’ la Milano delle relazioni e delle occasioni soprattutto culturali che costruiscono un’educazione diversa da altre educazioni italiane, di provincia o di paese o di città assolate e vicine al mare. Per esempio, un’educazione civica rigorosa, e un bisogno di trasformazione sociale, che è passata dall’impegno politico e culturale a una necessità fisica di cambiare pelle, di farsi città europea sul serio, di dotarsi di una bellezza che non aveva.

E’ la città che non c’è più, come l’amico carissimo, l’amico migliore con cui pensi di stare per sempre insieme (perché da ragazzi tutto è per sempre o non è) scompare in un banale incidente in auto. L’educazione finisce con un’assenza, ma è come dire che la vita si costruisce su ciò che manca, sullo splendore sfiorato, sulle promesse irrealizzate. La vita non si può che raccontarla dopo, quando il paesaggio che sembrava familiare e tanto nostro non ci appartiene più.