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Il nuovo romanzo di Lia Levi, intenzionalmente intitolato La notte dell’oblio (edizioni e/o), è in realtà un inno alla memoria delle basi sulle quali si fonda il nostro paese: la capacità di risorgere su macerie di una guerra, di una dittatura, della violenza razzista, dell’orrore, grazie alla grande creatività, la forza, la speranza, la fiducia e l’energia rappresentate nel romanzo dalla meravigliosa figura di Elsa, rimasta vedova con due figlie dopo l’orribile scomparsa del marito vittima della delazione contro gli ebrei.

Elsa, donna ebrea borghese, trasforma il suo talento di sarta in un mestiere e un’arte. Come la sua omonima Elsa Schiaparelli, la celebre stilista dei primi del ‘900, disegna e cuce stupendi abiti da sposa, iniziando con una semplice sposa di guerra e adoperando un lenzuolo (un po’ come fece la Schiaparelli con un abito fatto a maglia di una rifugiata). Nella Roma del dopoguerra, Elsa diventa una stilista come le famose sorelle Fontana, che qui sono citate indirettamente per l’abito da sposa confezionato alla diva Linda Christian. Perché è la loro vita che Elsa sta ripercorrendo, quella delle tre ragazze di talento Zoe, Micol e Giovanna, che in piena guerra fondarono una maison dove in seguito furono creati gli abiti per dive e principesse. Naturalmente, il romanzo ha molte sfaccettature e temi che si intersecano, primo tra tutti la ricerca di verità e giustizia, compito di Dora, la figlia minore di Elsa, tenace nel cercare la verità del destino di suo padre.

Mi chiedo come si pensi al periodo della seconda guerra mondiale, e al dopoguerra, oggi. Sembra così lontano e appannato, davvero rischia di cadere nel più implacabile oblio. Il merito di romanzi come questi, che ha dalla sua la grande eleganza stilistica, la vivezza dei personaggi, e il respiro della narrazione che procede con un ritmo cadenzato e lineare, trascurando gli effetti che vanno tanto di moda oggi, è proprio di ripercorrere una traccia, e rimetterla a fuoco, offrendo anche molta speranza a chi è giovane oggi e deve sopravvivere a una guerra invisibile dettata dall’economia, senza macerie evidenti, ma con il suo apparato di corrotti, mafiosi, inumani manager, killer aziendali, gelidi esecutori, spioni e ricattatori, che nelle guerre appaiono vincitori, ma a guerra finita risultano i primi sconfitti.

Parafrasando il celebre titolo di Mazzantini, potremmo sottotitolare “Nessuno si salva (punto)” il libro di Joyce Carol Oates, La ragazza tatuata (The Tattoed Girl) appena pubblicato da Mondadori, ma uscito nel 2004 negli USA. La storia è infatti tragica, spietata e cruda, la ricerca delle radici del pregiudizio e della violenza che l’autrice persegue da anni e che, almeno negli ultimi libri, non lascia alcuno spiraglio di speranza, figurarsi un briciolo di bontà.

Oates indaga qui il tema dell’antisemitismo, che ha radice antica e vigorosa, e che né la letteratura né la storia né la conoscenza sembrano poter strappare via, tanto è incagliata nella roccia impenetrabile del pregiudizio che si tramanda e si diffonde con più facilità, con pochi, essenziali, rozzi concetti.

Lo scrittore Joshua Siegl, autore di un primo e acclamato capolavoro basato sulla Shoah, vive recluso, un po’ come Salinger, in una villa appartata ed è vittima di una malattia nervosa. A soli trentotto anni, ragiona e si comporta come un anziano e si gingilla con lavori mai conclusi, tra i quali una traduzione dell’Eneide. In cerca di un assistente, dopo aver escluso brillanti studenti di letteratura o giovani laureati, alla fine offre l’incarico a una ragazza strana, sola, vagabonda, arrivata chissà come nella cittadina, una ragazza che sa a malapena leggere e scrivere, apparentemente timidissima e impacciata. Vittima del buon cuore e della sua ingenuità, lo scrittore non sa di essersi davvero messo una serpe in seno. Perché la ragazza, che ha brutti ed elementari tatuaggi per tutto il corpo, è profondamente antisemita, venendo da un luogo sperduto dell’America, dove non ha conosciuto che ignoranza, violenza, sopraffazione e una buona e profonda dose di pregiudizi più forti di ogni altro precetto, persino cristiano.

Il romanzo fiume non ci premia con un finale di comprensione – o di compassione. Perché appunto nessuno si salva e nessuno è salvo. Lo scrittore stesso è lunatico, maniaco depressivo, e ha una sorella folle. In questo mondo non ci sono sani, sembra dirci l’autrice: ci sono soltanto diversi gradi di pazzia, e bisogna guardarsi bene uno dall’altro.

Dura lezione, priva di qualsiasi ironia, che suona apodittica. In considerazione del fatto che Oates gioca proprio sul contrasto linguistico – e dunque culturale e sociale – tra il colto scrittore e la illetterata ragazza tatuata, che si chiama “Alma”, ovvero “anima”: illogica, irrazionale, rozza e infine vittima di una scelleratezza inarrestabile. Si chiude il libro con una grande tristezza, ma devo confessare anche senza una particolare commozione.