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Quelli che hanno più o meno mezzo secolo (forse più che meno) apprezzeranno la lettura dell’ultimo romanzo di Luìs Sepùlveda, “La fine della storia” (Guarda 2016) che oltre ad essere una storia appassionante, ha il dono dell’asciuttezza, e anche della brevità, qualità oggi passate in secondo piano a favore di romanzi verbosissimi dove si riesce a chiacchierare tanto per dire poco o nulla.

“La fine della storia” mi ha emozionato, mi ha catturato fin dall’inizio, perché ricorda il golpe del Cile del 1973, una storia che ho anche ricordato ne “Il vento di Santiago” quasi vent’anni fa. Ma è anche un omaggio ai noir americani del passato, in cui i protagonisti sono detective un po’ maledetti. E qui, il protagonista Belmonte, un po’ maledetto lo è per la sua storia di ex sniper, addestrato in Russia per essere un rivoluzionario in Cile e poi in altri paesi centro e sudamericani, un ex giovane fervente comunista, la cui compagna fu catturata e torturata, e rimasta in vita per un soffio e desolatamente muta.

Siamo alla fine della storia, cioè alla fine di quell’idealismo che fu soffocato nel sangue di una ferocissima dittatura che mai ha pagato del tutto per i suoi crimini, perché troppi erano gli interessi in gioco. Siamo alla fine di quel gruppo di rivoluzionari che, se non furono uccisi o desaparecidos, finirono poi mercenari nelle guerre mondiali, e che riemergono dal passato per tradirsi o per vendicarsi.

Una malinconia struggente attraversa un romanzo che offre un finale per nulla scontato, ma coerente con il racconto, e che si legge sentendo ridestare dentro lo sdegno, la pietà e l’orrore di quella tremenda storia vera, buia e maledetta.

bolanoNotturno cileno di Roberto Bolano è appena stato pubblicato da Adelphi. In realtà è uscito nel 2000 in Spagna (Bolano, cileno, viveva a Barcellona dove è morto nel 2003 a cinquant’anni). Si tratta di un racconto lungo, poco più di 120 pagine scritte fittissime, senza un capoverso, quasi per non dare tregua al lettore che si troverà avvinto nel monologo di un uomo che sta per morire e fa i conti con la sua vita.

Si tratta di un prete, con la grande passione per la letteratura, al punto da diventare critico letterario e far parte di una cerchia di intellettuali e artisti cileni pre-golpe e poi anche durante la dittatura di Pinochet. Padre Sebastien non si interessa di politica, e non vuole sapere niente della tragedia che si sta consumando. Addirittura è ingaggiato dalla giunta golpista per tenere lezioni sul marxismo, perché Pinochet e i suoi generali vogliono capire, sapere di cosa si tratta. Nella grande villa dove il prete si reca spesso a parlare di letteratura, si celano segrete con prigionieri torturati, e soltanto in seguito il prete saprà che il proprietario era un agente della DINA, che per assecondare la moglie scrittrice teneva feste con letterati.

Bolano sembra dirci che non è esattamente la cultura a impedire il peggio, a migliorare le persone. Né che sia solo la paura a paralizzare le persone. “Io non avevo paura.” dice il prete ignaro di tutto. “Io avrei potuto dire qualcosa, ma non avevo visto nulla, non avevo saputo nulla, finché era troppo tardi.”

Ecco, la prossima settimana in cui si celebra la Giornata della Memoria che riguarda la Shoah, si potrebbe domandarsi come sia possibile che non si sappia nulla, che non si voglia sapere nulla anche se abbiamo gli strumenti per conoscere, informarsi, sapere, anche se siamo colti, letterati, se abbiamo la capacità di pensare e scegliere, ma l’opportunismo, la vanità, la meschinità, calano un velo pesante tra noi e la realtà.

NOLibertà obbligatoria era il titolo di un album (1976) di Giorgio Gaber. Inevitabile citarlo per questo film del regista cileno Larrain, “No. I giorni dell’arcobaleno” che racconta il periodo del referendum (1988) che pose fine alla dittatura di Pinochet in Cile. Grande vittoria della democrazia, si suppone. Ma il film ci rivela o ci ricorda (a chi se lo ricorda e lo sapeva, per esempi io no) il motivo alla base di quella vittoria: una indovinatissima campagna pubblicitaria a colpi di jiingle e immagini allegre, divertenti, in linea con la spensieratezza degli anni ’80 e dei film tipo Flashdance, Ritorno al futuro (citato fra l’altro dal protagonista che gira in skateboard), canzoni come “We are the world”, e balletti in stile aerobica alla Jane Fonda. Insomma, made in USA che in Cile ha messo mano prima foraggiando il dittatore, poi mollandolo: la democrazia permette una migliore circolazione delle merci.

Dunque, il film non è affatto liberatorio o entusiasmante. Si capisce che la libertà è un’opzione, che alla gente comune interessa “stare bene”, cioè risolvere i problemi materiali di base. La famosa libertà di espressione è appannaggio di intellettuali e artisti, che da soli non bastano mai a costruire una Repubblica democratica, a meno che non sia platonica.

Certo, devo confessare quanto sia stato per me faticoso vedere questo film, girato in formato televisivo d’epoca, un po’ sgranato e con colori contrastanti, simile insomma alle immagini tv degli anni ’80. Operazione artistica amatissima dalla critica, ma che io ho trovato esasperante, anche perché, da miope, mettere a fuoco scene sgranate e contrastate mi è parso uno sforzo immane. Magari è un modo per non farci cadere nella rete illusoria del cinema che, quando è bellissimo e ben fatto, ci fa sognare e emozionare, mentre qui bisogna riflettere soprattutto sulle facili illusioni.