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lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

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Francesco CostaFrancesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

 

rememberREMEMBER

Titolo originale: id.; regia: Atom Egoyan; sceneggiatura: Benjamin August; direttore della fotografia: Paul Sarossy; scenografia: Matthew Davies; costumi: Debra Hanson; montaggio: Christopher Donaldson; musica: Mychael Danna; produzione: Ari Lantos e Robert Lantos; durata: 95’; nazionalità: Germania e Canada; anno: 2016.  Interpreti: Christopher Plummer (Zev Gutman), Martin Landau (Max Rosenbaum), Dean Norris (John Kurlander), Henry Czerny (Charles Gutman), Jürgen Prochnow (Rudy Kurlander #4), Bruno Ganz (Rudy Kurlander #1), Sofia Wells (Molly).

Davvero non si contano i film che raccontano la caccia a qualche criminale nazista che, fuggito oltreoceano nel dopoguerra, si è nasconde sotto falso nome in Canada o in Brasile dopo essere riuscito a diventare nel corso del tempo un rispettabile componente di una comunità esclusiva e facoltosa, ignara almeno in apparenza dei suoi passati crimini. Ci sono quelli che affrontano la spinosa questione in stile quasi documentaristico e quelli che la buttano sul noir. Fra tutti è Music Box (diretto nel 1989 dal regista greco Costa-Gavras), storia di un’avvocatessa di Chicago che scopre nell’amato padre un ex nazista ungherese, quello che maggiormente si può accostare a questo Remember del regista canadese Atom Egoyan, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia dove la giuria capitanata dal messicano Alfonso Cuaron ha ritenuto opportuno non attribuirgli alcun premio.

Se il tema è quindi usurato, bisogna riconoscere che Remember lo affronta da un’angolatura indubbiamente insolita perché, imponendo al racconto le cadenze di un thriller, sceglie come protagonista un tremebondo ultraottuagenario sopravvissuto ad Auschwitz, Zev (il cui nome vuol dire in ebraico ‘lupo’, e il dettaglio rivelerà nel finale un’importanza fondamentale), che è ricoverato in una casa di cura e ha appena seppellito la moglie Ruth, deceduta dopo una lunga malattia.

Sofferente di demenza senile, Zev viene incaricato dall’amico Max (inchiodato su una sedia a rotelle e quindi impossibilitato a spostarsi) di trovare il criminale nazista che ad Auschwitz sterminò le loro famiglie. Per svolgere la sua missione, Zev fugge dall’ospizio e affronta l’ignoto, temerariamente deciso a percorrere migliaia di chilometri e ad addentrarsi in ignoti paesaggi pur di ritrovarsi vis-à-vis con il boia. E’ il punto di partenza di una storia dai risvolti paradossali perché Zev fatica a camminare, ha intermittenti vuoti di memoria e, per non perdersi, deve consultare continuamente una lettera affidatagli da Max in cui gli si dice per filo e per segno come muoversi e dove andare. Una volta trovato il carnefice dei suoi cari, dovrà giustiziarlo perché non c’è il tempo di imbastire un processo a suo carico, e a tale scopo acquista una pistola (qui il film si tinge di sarcasmo nel denunciare la facilità stupefacente con cui ci si procura un’arma negli Stati Uniti), ma la parte più difficile consiste nel riconoscere il vero colpevole fra tre uomini che portano lo stesso nome: Rudy Kurlander.

Atom Egoyan, uno dei più affermati registi canadesi, è di origine armena e quindi memore di lontane atrocità: racconta da sempre storie disturbanti sugli scherzi che spesso fa il ricordo e sulla nemesi che incombe su chi porta sulla coscienza il peso di antiche malefatte. Ne articola abitualmente gli sviluppi con un tortuoso andirivieni fra passato e presente e fra i suoi film uno dei più compiuti è l’intrigante False verità (2005), imperniato sull’acre legame, inquinato da segreti rancori e ancor più segrete attrazioni, fra due artisti nei quali era facile ravvisare un rimando a Dean Martin e a Jerry Lewis.

Remember è un film che accumula dettagli su dettagli per descrivere la faticosa ricerca di una verità che sembra svelare, in un inquietante rimescolio di carte, sempre nuove sfaccettature: la stessa personalità del vecchio contempla un continuo affiorare di elementi insospettati. Zev sa sfoderare all’occorrenza una notevole aggressività, e ne dà prova nel drammatico confronto con un volgare neonazista, o suonare magistralmente il pianoforte come se nella vita non avesse mai fatto altro.

Affrontando la parabola di questo vecchio che cerca l’assassino dei suoi cari per fargli la festa, il regista dissemina inquietanti segnali sul suo accidentato percorso per preannunciare un finale in cui tutto si ribalta, tutto cambia di segno e non è concesso alcun tipo di redenzione. Gli orrori dei lager nazisti, vergogna di un’umanità che oggi si affaccia incredula sui nuovi orrori di nuove dittature e di inedite strategie del terrore, rimarranno a imperitura memoria di quel che l’uomo è capace di fare, senza per questo disinnescare le violenze che oscurano il futuro. Alla fine del film che scorre inesorabile, con occasionali tocchi aciduli da black comedy, resta solo un mondo desolato in cui i figli piangono per le colpe incancellabili dei padri. Punto di forza della narrazione è la presenza affaticata, ma non priva di nervosismo, dell’attore Christopher Plummer, anziano quanto il suo personaggio, che recita dai primi anni Cinquanta (diretto da maestri dell’epoca d’oro come Sidney Lumet, Nicholas Ray, Anthony Mann, Robert Wise e John Huston), ricordato dalle platee femminili di diverse generazioni per essere stato il fascinoso nobiluomo di Tutti insieme appassionatamente (1965) e che vive sul piano artistico una gloriosa vecchiaia, coronata dalla recente vittoria di un premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film Beginners (2012).

Francesco Costa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lialeviMercoledì prossimo, il 27, si celebra la Giornata della Memoria per ricordare la Shoah. Nelle scuole italiane sarà l’occasione per ricordare cosa avvenne nel nostro paese prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, sotto il Fascismo, un periodo che a molti giovani sembrerà remoto come le Guerre puniche.

Ma ad accompagnare molti fortunati studenti nel percorso della memoria, ci sarà una meravigliosa scrittrice, Lia Levi, che ci ha donato in questi ultimi anni bellissimi romanzi per ragazzi e per adulti. Sono storie che attingono al suo vissuto, ai suoi ricordi di bambina e ragazza, alla sua famiglia, ma questo materiale biografico è coniugato con ricchezza immaginativa, ironia, e un ampliamento della visuale personale a un’esperienza collettiva, a un sentire condiviso e a vere e proprie avventure ambientate in anni che si vorrebbero cancellare per quel processo di rimozione, di minimizzazione se non di negazione, a favore di un’immagine più rassicurante e buonista di un paese che,oltre a imbarcarsi in una catastrofica guerra, promulgò vergognose leggi razziali.

E’ l’occasione quindi di leggere il romanzo di Lia Levi appena ripubblicato da edizioni e/o, Tutti i giorni di tua vita, una storia familiare che inizia negli anni ’20 dello scorso secolo, e che ci piacerebbe diventasse un film o anche una serie televisiva, essendoci qui tutti gli elementi perfetti per le serie: i “signori” e la gente semplice, il contesto politico come sfondo a vicende personali e familiari, le donne protagoniste che svolgono ruoli diversi oltre a quelli previsti dal regime di madri e figure docili, gli amori, il tradimento, l’irrompere della tragedia, le scelte e il futuro che sarà.

arcanoéPer i bambini, che Lia Levi ha sempre considerato il suo pubblico più schietto e generoso, è uscito per Piemme “Quando tornò l’Arca di Noè” (con le belle illustrazioni di Desideria Guicciardini) dove le storie della Bibbia raccontate dalla maestra Anna si trasformano in stimoli per progettare la salvezza in quel funesto 1943. Come dire che le storie contribuiscono a salvarci la vita.

vanstratenNon è facile incontrare, in un romanzo italiano, un bibliotecario come protagonista e io narrante. Capita spesso nella letteratura americana, per ragazzi e adulti, forse per la consuetudine del pubblico (e degli scrittori) con le biblioteche e con queste figure professionali. Così, è interessante che Giorgio van Straten scelga proprio un bibliotecario, il dottor Capecchi, per ricostruire una storia che risale all’ultima guerra e che serba un mistero e naturalmente un grande amore interrotto di conseguenza al mistero e alla guerra nel suo “Storia d’amore in tempo di guerra” (Mondadori).

Titolo da romanzo novecentesco, da Pratolini o Morante, il romanzo sfiora il Novecento postbellico italiano, lo accenna attraverso la figura di un anziano uomo politico che fu uomo di massimo potere e figura chiave dei governi della seconda metà del secolo. Viene subito da pensare ad Andreotti (anche perché è diventata figura emblematica anche per giovani registi come Pif), ma quella mistificazione “cristiana” che giustificava una gestione politica carica di misteri e ombre, compromessi e patti oscuri, era condivisa da una generazione, più che caratteristica di un solo uomo.

A quell’uomo ormai vecchio e disabile, ancora reticente, si alterna la voce fresca, vitale, e dalla memoria brillante, di una donna ebrea che visse negli ultimi anni di guerra e durante i rastrellamenti nazisti di Roma, una giovanile e appassionante storia d’amore con un ragazzo che scomparve, e di cui non si è più saputo nulle per decenni, finché il bibliotecario Capecchi, uomo melanconico e un po’ frustrato, suo malgrado si trova a risolvere il mistero.

Un romanzo del genere si presta bene a suscitare interrogativi, ad approfondire pagine ancora oscure della nostra storia. Lo faremo venerdì alle 17 a Massa Marittima, nella biblioteca Badii, insieme a Giorgio van Straten.

 

 

GiudaCi sono scrittori che riescono a coniugare comunicazione e letteratura, popolarità e contenuti complessi, grazie al tocco magico della loro narrazione che non scende a patti con la volgarità commerciale, ma sa attraversare il muro di quella volgarità nelle crepe che ancora l’arte riesce a scavare, e arriva a commuovere e far riflettere i lettori che ancora cercano – e hanno bisogno – di una buona letteratura.

E’ il caso di Amos Oz, lo scrittore israeliano che racconta con leggerezza e lentezza, e che in questo suo ultimo libro, lo stupendo “Giuda” (Feltrinelli, traduzione magnifica di Elena Lowenthal)) colloca i suoi personaggi nel 1959, a una decina d’anni dalla fondazione dello stato d’Israele, per ritrovare le radici di quel male che nel tempo si è ipertrofizzato e atrofizzato, quella frattura tra due popoli divenuta abisso e oggi esibita nel muro che divide Israele dai territori palestinesi, costringendo migliaia di persone ad attraversare ogni giorno una frontiera blindata.

Ma Oz non racconta soltanto del suo paese e della sua genesi, ricordando la discussione tra parti diverse, tra chi voleva uno stato a tutti i costi e chi non voleva alcuno stato, racconta una storia più antica, che da una frattura fece scaturire un’altra religione, potentissima e avversa all’ebraismo in cui era nata e cioè il cristianesimo. Lo racconta dal punto di vista di Giuda, il traditore, mostrato come il discepolo più colto, più ricco, il più scettico e infine il più convinto, il sostenitore più acceso, il maggior credente. Naturalmente questa storia, che è un’interpretazione, è raccontata attraverso una tesi di laurea che non sarà mai discussa, perché il protagonista si perde nella sua storia personale, in un amore impossibile e in un paese che sta nascendo espandendosi nel deserto.

Dicono tutti che oggi il thriller è il genere che racconta l’allegoria sociale della contemporaneità. Può darsi. Però non basta l’allegoria, ci vuole il tocco magistrale di un mago come Oz.

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

Di cosa parliamo quando parliamo di scrittori? Scrittori di un libro, un reportage, un’autobiografia, di articoli su giornali locali oppure di un rosa scritto a quattro mani o un giallo fantascientifico, scrittori autopubblicati e autopromossi, scrittori di scritture di ogni genere e tipologia.

Scrittori pubblicati da piccole medie o grandi case editrici, scrittori incensati, scrittori premiati, grandi comunicatori, scrittori-prodotti sicuri, scrittori di mestiere, ma ormai tutti parlano di mestiere anche chi non ha molto idea di che razza di mestiere sia.

Poi legenglandergi un libro come questo, un libro di racconti e capisci la differenza tra essere scrittori per caso o per vanità ed essere scrittori per mestiere e vocazione. Sto parlando di “Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank” di Nathan Englander (Einaudi 2012), un autore di calibro, che ci racconta belle storie, riuscendo a miscelare una narrazione contemporanea a una narrazione sulla falsariga della leggenda, sulla scia di Singer.

Così, bellissimo il racconto che apre la raccolta e che cita il celeberrimo (ma oggi temo che nessuno sappia più cosa sia) racconto di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, offrendoci riflessioni sull’identità e la memoria in noi occidentali, ebrei e non. Bellissimo il racconto di una famiglia di coloni ebrei in Israele-Palestina, dove resta solo la madre vedova e senza figli, tutti uccisi nel perenne conflitto tra due popoli irriducibili.

Per quanto mi riguarda, poi, che dire del piccolo capolavoro dell’autore anziano che gira le librerie a fare reading per un solo, implacabile lettore che lo segue dappertutto e lo incita a leggere anche se in sala c’è soltanto lui? Fantastico, struggente, mirabile, ricorda il tocco magico di un grande italiano: Italo Calvino.