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lagerbackIo pedalo, e tu? E’ il titolo del volume dedicato alla bicicletta scritto da Filippa Lagerback (edizioni Gribaudo), meglio conosciuta come modella e conduttrice TV. Lo presenterò domani alla libreria Feltrinelli di Firenze alle ore 18 insieme all’autrice. Che ci sorride in copertina, in sella alla sua bella bicicletta bianca con cestino e nelle pagine interne, in pose scattate in città, in campagna, al parco, al mare.

Il libro infatti, oltre a ricordarci quanto fa bene la bici, non solo alla nostra salute ma all’ambiente e alla vita cittadina, e a sfatare i soliti miti sulla necessità di allenamento e sulla difficoltà di andare in bici in città, offre consigli brillanti, se vogliamo da rivista di moda, ma che possono davvero aiutare tante donne a guardare la bici come un mezzo non solo per “sportive” o “fanatiche”, ma per tutte: in bici si può andare con i tacchi alti, con pantaloni larghi, con gonne e leggins, anzi si può essere assai alla moda sul sellino senza il bisogno di camuffarsi in abiti castigati.

Come si sa, sono una grande sostenitrice della bicicletta, non ho l’auto e mi muovo in città con questo mezzo che considero insostituibile. Mentre l’auto per me rappresenta una fonte di ansia con il parcheggio, il traffico, il tempo sprecato in code infinite, oltre che il costo esorbitante della benzina, la bici mi sembra un grande aiuto per arrivare dappertutto in poco tempo. E poi, ha ragione Filippa: a pedalare si mette in marcia anche il cervello, si pensa, si ricorda, e non ci si infuria. A differenza degli autisti, i ciclisti sono zen.

Paradiso amaro è il titolo italiano più evocativo e forse anche più pertinente di The Descendants di Alexander Payne, un film di quelli un po’ vecchio stile, con la star George Clooney, l’ambientazione semi-esotica nelle Hawaii, il tema doloroso collegato a un tema sociale (ecologista). Il nostro protagonista in altri anni sarebbe stato infatti Harrison Ford, specializzato in ruoli di vedovo, o anche Tom Hanks (eventualmente, in ruolo più muscolare Mel Gibson), e se si va ancora indietro nel tempo, addirittura all’arcaico Cary Grant, al quale Clooney somiglia sempre di più, pur essendo nettamente più bravo. Dalla sua, Clooney ha infatti una gamma espressiva assai più ampia del blocco facciale di Grant, ed è così bravo quando trattiene il pianto o la rabbia che ci si domanda perché dobbiamo vedercelo ogni giorno in tv o su you tube nelle pubblicità del caffé o dei telefonini, mentre con faccia scemarella ci dice “imajina”.

Il film ripercorre appunto il solco ampiamente collaudato dell’uomo ricco e di successo, improvvisamente colpito da un trauma (in questo caso un gravissimo incidente della moglie) che lo porta a ripensare alla sua vita, ai suoi valori e soprattutto ai suoi rapporti familiari. Ma il film non vuole essere il tipico drammone, cerca di alleggerirsi con i toni della commedia e il fatto che il quasi vedovo scopra che la moglie lo tradiva con una specie di Big Jim permette di far levitare la storia, creando una complicità tra il padre distratto e distante e la figlia in piena crisi adolescenziale di rifiuto dei suoi esecrabili genitori.

Intanto, sotto gli occhi dello spettatore si aprono visuali del paesaggio hawaiano, in certe parti ancora intatto, verde e blu, in stridente contrasto con le ville e i campi da golf e gli alberghi grattacielo pullulanti di bianchi grassi e sciatti, in ciabatte e capelli lunghi e sporchi, insomma i ricchi americani wasp che possiedono la ricchezza anche di queste isole. Senza accorgercene, siamo finiti in parte in una storia dalla morale ecologista, perché il vedovo avvocato non se la sente di vendere i suoi terreni ai soliti speculatori, e si prende il suo tempo per decidere a cos’altro destinarlo. Si spera, s’immagina, a una associazione ambientalista che ne faccia un parco naturale. Ma fin qui non si arriva, ci si ferma sull’immagine della famigliola di papà e bambine riuniti infine davanti al sacro focolare del televisore.