archivio

Archivi tag: emigrazione

Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.

Annunci

lehmanSi dice Lehman e a qualcuno si accende la lampadina: Lehman Brothers, quelli del crac finanziario del 2008? Yes, proprio loro.

Il regista, drammaturgo e scrittore Stefano Massini è riuscito nell’intento titanico di raccontare l’ascesa di una casata americana, dall’800 ai giorni nostri ovverosia dai tre fratelli ebrei tedeschi emigrati in USA “per fare soldi” e che dalla vendita di stoffe in Alabama a poco a poco creano un impero distributivo, bancario e finanziario. Ma il titanismo non sta tanto nella ricostruzione di una saga familiare, quanto nella narrazione scelta dall’autore: una lunghissima ballata o un poema, con richiami ai salmi, con refrain, e dialoghi già pronti per la rappresentazione scenica, un’opera che ha un ritmo sostenuto e che sciorina vita e affari, e discendenze, all’inseguimento sempre di un maggiore profitto, per il controllo del mondo. Non si arriva al famigerato crac, ma poco prima.

Qualcosa sui Lehman (Einaudi) è una lettura frastagliata eppure in grado di coinvolgere, e soprattutto ricordarci come e dove sono nate certe incommensurabili fortune: da immigrati in un paese in espansione, lungo secoli che hanno visto guerre e devastazioni, sia interne che mondiali, facendo leva sulla capacità di capire il mercato, sull’unità e la forza familiare, sulla razionalità anche nelle scelte amorose, sulla forza identitaria e sulla determinazione a costruire un grande impero che non ha più bisogno di eserciti, ma commercianti di denaro.

Ci sono dei libri che sembrano vecchi romanzi del Novecento, sia per come sono costruiti che per la scrittura piana, corretta certo, come si dice “scorrevole”, ma senza picchi, benché nella storia succedano tante cose. Ma non basta che succedano delle cose, bisogna vedere come sono raccontate, qual è la gradazione che l’autore imprime, quale ritmo.

Nel romanzo Un giorno arriverò (Salani, 2012) di Silvana Mossano il ritmo è, diciamo, andante e nemmeno con brio. Si attraversa tutta la storia dello scorso secolo, dagli anni Venti fino alle seglie del Duemila, seguendo la vicenda della protagonista Anita, figlia di contadini di un casale piemontese, che vede partire la sorella appena sposata per “la Merica” (come titolava anche un film di Gianni Amelio) e che per tutta la vita sogna di andare anche lei laggiù: appunto, un giorno arriverò.

Chi ama il genere memoir e soprattutto lo stile che scorre come un placido fiume, troverà bella questa prosa corretta e descrittiva di ambienti e situazioni ricostruite con cura. Personalmente, un romanzo del genere mi pare più una narrativa privata, e uscita quasi da un laboratorio di scrittura dove si lavora magari sulla documentazione di famiglia. Oggi un affresco di settant’anni mi pare che dica troppo e alla fine non dica niente. Del resto, basti vedere lo sbilanciamento tra la prima parte, assai corposa, e le altre due, più stringate. Come se la vicinanza all’oggi a poco a poco sgonfiasse la storia.

The Buddha in the Attic (la traduzione italiana è: Venivamo tutte per mare, ed. Bollati Boringhieri 2012) di Julie Otsuka è un romanzo corale, dalla scrittura poetica, che assomma le voci delle donne giapponesi emigrate negli Stati Uniti agli inizi del Novecento. Una vicenda poco conosciuta (a me del tutto sconosciuta, per esempio), di una pagina della storia lunga, dolorosa e purtroppo possiamo dire sempre molto simile dei migranti, di ogni paese e di ogni epoca. L’illusione di trovare un mondo meraviglioso di benessere e tranquillità di chi parte pieno di speranza e di sogni, poi la delusione, lo sperdimento, il dolore, la fatica, e in più la malevolenza, lo sfruttamento, la violenza, la discriminazione sofferte.

Così una storia di quasi un secolo fa risuona attualissima, e particolarmente impressionante per il punto di vista collettivo affidato alle donne, le spose per procura ingannate da uomini che si erano descritti ricchi, fortunati, più giovani, persino romantici e si rivelarono poveri, a volte anziani, e pronti a usare le mogli come docile manodopera. Loro, le ragazze arrivate dalle città e dalle campagne giapponesi, alcune appena adolescenti, abituate a prendersi cura di sé, a scrivere e leggere, con i loro kimono di seta nei bauli, si trovarono a lavorare la terra dall’alba alla notte, a essere donne delle pulizie, cuoche, stiratrici, prostitute, persero ogni gioia, ogni fiducia, ogni desiderio. “Lavoravamo e basta” dicono con durezza, con rassegnazione.

Forse questa pagina potrebbe essere scritta oggi dalle donne migranti, per esempio nel nostro paese:

Senza di noi, loro cosa avrebbero fatto? Chi avrebbe raccolto le fragole nei loro campi? Chi avrebbe colto la frutta dagli alberi? Chi avrebbe pulito le loro carote? Chi avrebbe strofinato i loro gabinetti? Chi avrebbe riparato i loro abiti? Chi avrebbe stirato le loro camicie? Chi avrebbe sprimacciato i loro cuscini? Chi avrebbe cambiato le loro lenzuola? Chi avrebbe preparato le loro colazioni? Chi avrebbe pulito le loro tavole? Chi avrebbe consolato i loro bambini? Chi avrebbe fatto il bagno ai loro anziani? Chi avrebbe ascoltato le loro storie? Chi avrebbe tenuto i loro segreti? Chi avrebbe raccontato le loro bugie? Chi li avrebbe lusingati? Chi avrebbe cantato per loro? Chi avrebbe ballato per loro? Chi avrebbe pianto per loro? Chi avrebbe porto l’altra guancia per loro e poi un giorno – perché eravamo stanche, perché eravamo vecchie, perché potevamo – perdonarli? Soltanto un pazzo.