archivio

Archivi tag: Francia

Tre scrittrici giovani, tre voci nuove nel panorama letterario, tutte e tre sostenute dai loro editori e dalla critica, ma soltanto di una di loro posso dire di aver apprezzato moltissimo l’originalità del tema, lo spessore della storia e della scrittura.

Le tre autrici sono l’irlandese Sally Rooney (27 anni), e il suo “Parlarne tra amici” (Conversations with friends), Einaudi; l’americana Katie Kitamura (39 anni) con “Una separazione” (Bollati Boringhieri) e l’italiana Letizia Pezzali (39 anni), Lealtà, Einaudi Stile Libero.

Indovinate un po’ chi mi ha tenuta attaccata alla storia?

Katie Kitamura con la sua “scrittura ipnotica”, come definisce il critico di “Kirkus” (scrittura ipnotica oggi va di moda)? Sbagliato. Il libro della Kitamura è un ragionamento persistente sul tema della separazione, matrimoniale e poi estrema (la morte), intinto nel mistero con un omicidio irrisolto che fa paragonare il suo romanzo addirittura a Patricia Highsmith, ma in realtà non riesce a raggiungerne le vette.

Forse l’irlandese Rooney, con un romanzo giovanile, dove si sviscera il continuo elucubrare di una studentessa all’inizio innamorata di una sua coetanea, poi presa da un bellissimo attore più grande di una decina di anni (sembra chissà cosa, forse perché a vent’anni le distanze sono più ampie), una ragazza dedita ogni tanto all’autolesionismo e aspirante scrittrice?

Nessuna delle due. Invece l’italiana Letizia Pezzali ha conquistato il mio completo coinvolgimento con una storia incentrata su una donna che lavora in un’importante banca di Londra, una donna sola, rimasta orfana, apprezzata nel lavoro, innamorata di un economista conosciuto da studentessa e dal cui ricordo non riesce a separarsi. Una storia contemporanea in cui ci ritroviamo tutti, per la mitologia del successo, del denaro e dei social, il cui uso richiede schermature, ossessione, bisogno di consenso. Una protagonista (intanto una donna in un ambiente normalmente coniugato al maschile in tanti film anche recenti) che non è più l’eroina “in carriera” di altre epoche, ma la melanconica figura di una ragazza che lavora duro, dentro il mondo crudele della finanza. Una storia che sa dirci molto di oggi, delle nostre relazioni così “fluide” e mai “leggere” come invece lo erano negli ultimi decenni dello scorso secolo.

Mi si scuserà la presentazione un po’ da barzelletta d’altri tempi, l’irlandese l’americana l’italiana, ma trovo che oggi si possa ben smettere di stracciarsi le vesti continuando ad affermare che la migliore narrativa è quella “straniera”, dove questa parola poi ha senso assai vago, perché contemplerebbe tutto il mondo e in realtà comprende a mala pena 3 o 4 lingue, in particolare quella inglese. A quanto pare il romanzo di Pezzali è già stato opzionato per il cinema, oltre che tradotto subito. Qualcosina vorrà dire.

 

Annunci

Memoria di ragazza (edizioni L’Orma, 2017) ricalca nel titolo il celebre Memorie di una ragazza per bene di Simone De Beauvoir. Credo che Annie Ernaux ne sia stata consapevole, per raccontare di un sé diciottenne, nel lontanissimo 1958, riesumando un avvenimento cruciale, che costituisce il fulcro di una lunga, profonda riflessione sulla costruzione della consapevolezza di sé e della relazione con gli altri.

In pagine di impressionante lucidità, dove l’autrice mette a nudo la propria inesperienza e il senso di disadattamento, la più che legittima voglia di libertà e di esperienza, in quegli anni intollerabili nelle ragazze, che dovevano attenersi a un rigido codice sociale, Annie Ernaux fa della propria biografia un’altissima elaborazione di scrittura e un esempio femminile pre femminista, che con appunto De Beauvoir e il suo folgorante “Il secondo sesso” prese coscienza della propria specifica condizione.

A che scopo scrivere d’altronde” riflette l’autrice “se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione – psicologica, sociologica o quant’altro – una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un’idea precostituita o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere – a sopportare – ciò che accade e ciò che facciamo.

Fa molto bene leggere queste considerazioni (e ve ne sono molte sulla scrittura, sul suo percorso) proprio ora in cui scrivere sembra un atto gratuito, un hobby, il divertimento di chi fa magari un mestiere noioso o deludente o lo considera una sorta di riscatto da frustrazioni, a meno che non sia un mestiere che spesso parte proprio da un’idea precostituita (il “tema”) o da un progetto editoriale, qualcosa che non svela mai, ma casomai sopisce, che si adegua alle mode, alle esigenze del pubblico, a divertire, anzi evadere, non tanto dalle tribolazioni quotidiane, ma proprio dal pensiero.

vita_e_morte_di_emilie_ajar_01Scrittori che si sono nascosti dietro nomi falsi: pare incredibile, considerando la grande vanità di porre il proprio nome in frontespizio su un volume, con l’idea di lasciare traccia imperitura di sé. Incredibile ma vero per molti che probabilmente sono (e sono stati) meno vanesi e più amanti della scrittura, al punto da nascondersi dietro pseudonimi perché solo la scrittura avesse valore, parlasse lei sola senza essere accompagnata da tour, selfie, YouTube, ad, totem e credit.

Uno di questi autori geniali fu Romain Gary, alias Emile Ajar, vincitore del Premio Goncourt con un romanzo che folgorò pubblico e critica, La vita davanti a sé. Soltanto vent’anni dopo rivelò, in Vita e opere di Emile Ajar, che era lui lo scrittore considerato una nuova e grande voce nel panorama letterario in cui, invece, Romain Gary era ormai finito. D’altronde anche Romain Gary era già uno pseudonimo di Romain Kacev, ebreo lituano trasferitosi a Parigi, dove si spacciava per figlio del divo del muto Rodolfo Valentino.

Il libretto che Romain Gary scrisse postumo, dopo il suo suicidio, fu pubblicato nel 1981 da Gallimard e ora da Neri Pozza. E’ interessante e molto divertente leggere quel che dietro lo pseudonimo di Ajar, lo scrittore sentiva dire o leggeva:

“Mio caro pitone era stato talmente apprezzato dalla critica che Nouvel Observateur indicava Raymond Queneau o Aragon tra i probabili autori del romanzo, perché “non poteva che essere l’opera di un grande scrittore”. Appresi presto dai giornali che Ajar in realtà era Hamil Raja, terrorista libanese. Un medico corrotto, abortista, un deglinquente comune o forse lo stesso Michel Cournot. Poi, che il libro era il prodotto di un “collettivo”. Incontrai persino una giovane donna che aveva avuto una storia con Emile, il quale, a suo dire, era un amante molto focoso.Spero di non averla troppo delusa.

Chissà chi sta dietro allo pseudonimo Elena Ferrante che risate si fa.

frantzMa che bel film questo di Francois Ozon, “Frantz”! Melanconico, nel bianco e nero  lattiginoso che esprime così bene lo stato d’animo dello sperdimento, del dolore, della mancanza di calore, che si accende nei momenti spensierati di colori caldi, perché la vita, sotto la tragedia, pulsa sempre, ed è pronta ad affiorare con l’intensità del piacere della primavera, di sentire il fruscio delle foglie, il fresco dell’acqua sulla pelle, l’indispensabile sguardo appassionato dell’altro e il suo tocco, per tornare, appunto, vivi.

Un’attrice di bellezza morbida, Paula Beer, si assume magistralmente il ruolo di Anna nel suo percorso di conoscenza e di perdono del nemico, cambiando la prospettiva della guerra e dell’omicidio. Il film perciò non racconta quella storia che abbiamo tanto visto, di chi ha ucciso e cerca espiazione, ma il punto di vista di chi è rimasto a casa, e soffre la mancanza di un amore mai sviluppato, vedendo il mondo intorno pronto a nutrirsi di vendetta e a prepararsi per la resa dei conti. E’ un film che senza ideologia o moralismo ci offre la potenza della pace che nasce dall’accoglienza gentile (femminile), dal ricucire i rapporti anche usando la menzogna (come dire che la pace ha bisogno della strategia umana a inventare e restituire senso)

“Mi piace molto riprendere i tragitti percorsi, è un modo concreto di materializzare l’idea del movimento dei personaggi e di mettere il film e i protagonisti in un luogo geografico.” Dice il regista. Così è centrale il peregrinare di Anna nei dintorni del suo paese, e poi nel suo lungo viaggio fino a Parigi, e ancora verso il paese del soldato che ha ucciso il suo promesso sposo. Un peregrinare che è un po’ formazione, un po’ guarigione, senza offrirci la semplificazione di un amore “sostitutivo”, ma la certezza che la vita è pronta davvero a squarciare il grigiore e illuminare chi è giovane e deve fiorire.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al Cinema


ILimm CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

Titolo originale: Asphalte; regia e sceneggiatura: Samuel Benchetrit; direttore della fotografia: Pierre Aim; scenografia: Jean Moulin; costumi: Mimi Lempicka; montaggio: Thomas Fernandez; musica: Raphaël Haroche; produzione: Julien Madon, Marie Savare e Ivan Taieb; durata: 100’; nazionalità: Francia; anno: 2016.  Interpreti: Isabelle Huppert (Jeanne Meyer), Valeria Bruni Tedeschi (l’infermiera), Michael Pitt (John Mackenzie), Gustave Kervern (Sterkowitz), Tassadit Mandi (Madame Hamida), Jules Benchetrit (Charly).

Non è detto che chiunque sia cresciuto nella periferia di una grande città (come chi scrive) sia necessariamente stato così sfortunato da alloggiare in uno degli appartamenti del condominio che dà il titolo (nella versione doppiata in italiano) a questo film. Situato nella più desolante banlieue di una città francese (siamo a Parigi o forse altrove), l’edificio è scalcinato al di là di ogni possibile descrizione, gli interni sono tetri e soffocanti, i vetri delle finestre sono opachi, l’ascensore non funziona e si ferma senza preavviso, diventando una trappola da cui si esce solo prendendone a calci la porta, gli inquilini sembrano zombies che vagano nel nulla e verso il nulla, e l’infelicità è una condizione che li serra in un bozzolo.

Esaminiamo il campionario umano: c’è Jeanne, attrice cinematografica in declino, divorata dal rimpianto del successo perduto, che ancora si reca ai provini con la pretesa di impersonare donne assai più giovani di lei. Sullo stesso pianerottolo sta di casa l’adolescente Charly, torvo e introverso, abbandonato a se stesso da una madre che non si vede mai. Al primo piano abita il signor Sterkowitz che è brutto, solitario e asociale: sta sulle scatole ai suoi condomini perché non ritiene opportuno contribuire alla spesa per aggiustare l’ascensore. C’è poi un’anziana signora algerina, Madame Hamida, che è rimasta sola perché il suo unico figlio langue in galera. Nessuna di queste anime perse concepisce la minima apertura verso il prossimo: vivono tappate nei loro appartamenti angusti come scatole da scarpe come topolini da laboratorio e campano sul filo di una paralizzante malinconia che impedisce la formulazione di qualsiasi progetto di vita. Tre epifanie stanno però per accendersi come bagliori in grado di illuminare a giorno le misere esistenze degli inquilini del “condominio dei cuori infranti”.

L’immusonito Charly s’incuriosisce di Jeanne e le chiede di vedere i suoi vecchi film. Rapito dal talento dell’attrice, riesce a metterla di fronte al problema dell’età e la convince, al momento di andare a fare un provino per un film sulla vita di Nerone, a proporsi non per il ruolo della quindicenne Poppea (come sarebbe nelle sue intenzioni), ma per quello dell’ottantenne Agrippina. E’ uno dei momenti più esilaranti del film perché Jeanne reagisce ovviamente con una furia indescrivibile, ma Charly riesce a persuaderla con giovanile pragmatismo che la perfida Agrippina, intrigante e assassina, è indubbiamente il personaggio più affascinante del film. E fra questi due porcospini nasce, in modo plausibile e perfino toccante, qualcosa di molto simile all’affetto.

La seconda vicenda s’iscrive nel registro del patetico perché il signor Sterkowitz, inchiodato temporaneamente su una sedia a rotelle, vaga di notte per strade fangose finché s’imbatte in un’infermiera solitaria che fuma davanti all’ingresso dell’ospedale in cui lavora. La donna, laconica e rinunciataria, fa colpo sul disgraziato che, per impressionarla, si finge un fotografo giramondo fino a far breccia nell’amarezza della donna e a strapparle un sorriso che potrebbe anche preludere a una relazione di un certo peso.

La terza epifania, capace di introdurre nella narrazione un accenno di visionarietà riguarda l’anziana Madame Hamida, algerina trapiantata in Francia, che si vede piombare dentro casa addirittura un astronauta della NASA, un ragazzone americano di nome John Mackenzie, che si è perso nello spazio (come la Sandra Bullock di Gravity) ed è inspiegabilmente atterrato sul tetto del tetro condominio. La donna si prende cura del giovane con la struggente tenerezza che non può riservare al figlio, detenuto in un carcere, e la figura di quest’anziana immigrata è così ben concepita nella sua dolcezza e nella sua forza d’animo, così credibile da farci follemente innamorare della sua bravissima interprete, Tassadit Mandi.

Mentre nel nostro cinema (soprattutto nelle commedie) abbondano personaggi cinici e furbi, seppur votati al fallimento, e dilaga incontrollato un profondo disprezzo per i cosiddetti perdenti, nel cinema francese (e in un certo cinema indipendente americano) si esprime invece per i vinti e per gl’indifesi un rispetto e un considerazione che innervano un cinema di grande civiltà e spesso capace di suggestive aperture poetiche.

Semplice, talvolta gracile, ma stilisticamente coerente, Il condominio dei cuori infranti scorre senza intoppi fino alla sua speranzosa conclusione e va sottolineata nella sceneggiatura, senza soffermarsi sull’apporto di un cast in stato di grazia, la capacità di allineare alcune trovate non peregrine come lo strano rumore che risuona frequentemente nelle adiacenze del fatiscente edificio e che, paradossalmente, ogni inquilino interpreta a modo suo, vedendovi di volta in volta il pianto di un neonato, l’urlo di una donna, il ruggito di una tigre. La reale natura di questo impressionante rumore, svelata soltanto nella scena finale, è un vero e proprio colpo di scena, ed è sostanzialmente un tributo alla forza dell’umana immaginazione, e d’altronde non ci sarebbe da stupirsene, visto che nell’ormai lontano Sessantotto si preconizzava appunto un mondo in cui potesse salire al potere proprio l’immaginazione.

Francesco Costa

violetteDue attrici di grande livello e massima aderenza ai grandi personaggi che incarnano sullo schermo fanno di Violette di Martin Prevost il punto di forza per non sfinirsi nelle due ore di film. Certo, non è facile sintetizzare una vita letteraria come quella di Violette Leduc, scrittrice pubblicata alla soglia dei cinquant’anni con la prima parte del suo percorso biografico che ebbe infine un notevole successo, grazie all’interesse, l’incoraggiamento, il sostegno (anche economico) offerto con generosità da Simone De Beauvoir.

Simone-de-Beauvoir-01Ora, stiamo parlando davvero di pezzi da Novanta, anzi da Novecento: Beauvoir e Sartre (che nel film non si vede mai, ottima idea), Gide, Camus, e la casa editrice che li pubblicava, Gallimard, tutti in libri rigorosamente bianchi, uguali, indistinguibili, per un pubblico che comprava non attratto dalla copertina e dal titolo, non per sfizio, ma perché leggeva le recensioni, si informava, andava alle conferenze, e discuteva nei famosi “dibattiti” che ancora non erano televisivi e quindi puramente polemici e frivoli.

In più, ci voleva un coraggio da leoni, e una determinazione fornita dalla genialità, a pensare e scrivere libri come “Il secondo sesso”, fondamenta del femminismo, e anche libri “scabrosi” come quelli di Violette, che narra la propria difficile vita di “bastarda”, non amata, mettendo a nudo il suo amore adolescenziale per una compagna di collegio, il trauma dell’aborto, esperienze che diventeranno i temi sociali degli anni successivi, fino a oggi.

Molto belle le inquadrature d’ambiente: la natura che sembra accogliere, la città sempre deserta e fredda, come traduzione di stati d’animo più che di realtà. Ma un regista di oggi potrebbe osare di più.

 

 

 

Yasmina-portraitEccola qua: bella, sorridente, solare. E’ Yasmina Reza, l’autrice di racconti teatrali feroci, che con spietatezza indagano le relazioni di coppia , familiari e interpersonali. Non a caso la sua famosa pièce, divenuta film, si intitolava “Carnage”, cioè massacro e metteva in scena non una battaglia o un assalto o un eccidio di massa, ma una conversazione tra due coppie scaturita da un piccolo incidente tra due bambini e sfociata in una orrenda scenata di offese, recriminazioni, confessioni, dove tutti e quattro i protagonisti escono umiliati e feriti.

feliciIn Felici i felici (Adelphi), citando Beckett (Giorni felici) e Borges, lo sguardo si allarga da due a più coppie e persone che s’intersecano vuoi per lavoro, vuoi per parentela, amicizia, malattia, ciascuno con il suo bel peso di dolore, rancori, paura, incertezza e segreti inconfessabili, ciascuno, come già raccontavano gli esistenzialisti, chiuso nel microcosmo della propria solitudine e incomprensione, con gli altri a fare, anziché da sostegno e da compagnia, invece da avversario e torturatore: siamo ancora nell’Inferno di Sartre, dove l’Inferno sono gli altri.

Non è proprio quel che penso e vedo intorno a me e mi sforzo di raccontare nei miei libri, ma certo Yasmina Reza ha una vera maestria di scrittura nel tratteggiare ambienti e personalità contemporanee, nevrosi e rapporti umani, e nel raccontarli con vivezza, realismo, con efficace discorso diretto, ci mostra gli atteggiamenti, la meschinità, la grettezza, la cattiveria delle “piccole cose” che ci avvelenano l’esistenza e dal quale bisogna fare attenzione non ci divorino del tutto, convincendoci che l’infelicità è condizione umana terreste, mentre la felicità è un inarrivabile e forse inesistente ideale.