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Simpaticissimo John Niven, l’autore di “A volte ritorno” e di “Maschio bianco etero”, soprattutto fa morire dal ridere i suoi coetanei quarantenni. A me, confesso, mi è venuta inizialmente una botta di depressione a leggere il suo “ Le solite sospette” (Einaudi 2016). Primo: perché si parla di vecchiette riferendosi in particolare a tre sessantenni. In effetti per un quarantenne, una donna di sessant’anni è quasi decrepita, che poi ci siano in giro Fiorelle Mannoie e madri di adolescenti (a causa delle crescenti gravidanze ultrattempate), non ha importanza. Passata la boa dei 50, è ufficiale: la donna è gallina vecchia.

Inganna poi la copertina, con una vera anziana che avrà come minimo ottant’anni, per imitare la copertina del “Centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonason, un libro esilarante pubblicato anni fa e che ha avuto un discreto successo. In realtà di novantenne nel gruppo delle “anziane” ribelli ce n’è una ed è la più scatenata di tutte. Le signore appunto vecchie (ma in Inghilterra ho visto che usano sempre il termine politicaly correct di “una certa età”, quindi Niven usa a proposito il termine vecchio per dissacrare), ideano e realizzano una rapina in stile classico, incappucciate e armate, ma con i colpi a salve. Fuggono poi allegramente in Francia, si danno alla pazza gioia con 4 milioni di sterline, in barba a un sistema che lucra sui più deboli ma soprattutto sulle donne, che siano borghesi o no, che siano state rivoluzionare, femministe oppure devote casalinghe, che siano vecchie o giovani.

Alla fine, anche un uomo (maschio bianco etero) la figura peggiore la riserva ai suoi simili: maniaci, sfruttatori, stupratori, vigliacchi,  bugiardi, non proprio delle aquile (neppure i detective), egoisti, che non saprebbero nemmeno lontanamente improvvisarsi rapinatori per pagare una costosa operazione al proprio nipotino. Sicché alle vecchie: chapeau!

 

 

Sto leggendo in questo periodo due biografie: la prima è Steve Jobs scritta da Walter Isaacson, l’altra è l’autobiografia di Oliver Sacks, In movimento (Adelphi).

Meglio scrivere in prima persona usando il materiale noto della propria vita o lasciare il compito a qualcun altro? Gli scrittori non hanno dubbi: auto narrarsi, selezionando le parti ritenute interessanti, significative, raccontare se stessi come atto di coraggio, osservandosi come un personaggio, autoanalizzarsi, e puntare sulla forza di una presunta verità attraverso la finzione narrativa.

Gli altri non possono fare a meno di farsi raccontare da chi è esperto, e spesso riescono a comporre un ottimo risultato di finta autonarrazione come il caso di “Open”, bellissimo best seller di Agassi. Finto perché chi ha scritto non è chi ha vissuto, ma ha saputo calarsi in lui, dando voce alla sua personalità.

sacksOliver Sacks, psichiatra e scrittore, ovviamente ha scelto la forma autobiografica, e il suo corposo romanzo di sé  segue passo passo la sua educazione, la sua difficile presa di consapevolezza dell’omosessualità, la passione per i viaggi e le moto, la relazione complicata con la madre e con il fratello schizofrenico, il lavoro specialistico e i successi editoriali (soprattutto con Risvegli), ma alla fine ci mostra un uomo profondamente solo, che confessa. “Non era facile per me credere di stare a cuore a qualcuno…. l’immaginaria mancanza di interesse dei miei nei mei confronti non poteva essere la proiezione di qualcosa che mancava, o era inibito, in me?” Forse per questo aveva scelto anche la strada della scrittura, per scandagliare la sua personalità, per raccontare il dolore e l’affascinante studio della mente umana, l’illusione e la forza dell’immaginazione.

Steve Jobs è un’altra storia, ne parliamo domani.

ChildrenAct_Vintage“Mozzafiato” come strilla la copertina non si può dire, di questo “The children act”, ultimo romanzo di Ian McEwan. Ma interessante, coinvolgente e profondo: questi aggettivi ci sembrano i più appropriati. Anche perché non è semplice la materia che tratta lo scrittore, una materia legale imperniata sulla tutela dei bambini secondo il “Children Act” inglese, stabilito nel 1989 per la protezione e la cura dei bambini, con o senza i genitori che sono responsabili del suo benessere.

Ma si tratta di un romanzo e non di una cronaca o di un saggio, perciò la protagonista è una giudice (dal curioso nome di Fiona Maye, quasi come la famosa campionessa del mondo di atletica Fiona May) che si occupa dei casi di minorenni.  E il libro si apre in mezzo a una tempesta coniugale, con il marito che fa la valigia e se ne va per poter vivere in tutta libertà una “storia” con una donna ovviamente più giovane. Non molto originale, si direbbe, se non che la faccenda interessante è che il marito chiede quasi una sorta di permesso di avere un’avventura senza però separarsi, perché i vantaggi del matrimonio sono superiori ai rischi di una separazione definitiva. A questo punto, si pensa che la moglie, giudice e donna indipendente, lo butti fuori a calci, invece…

Eh, ci vuole proprio un tocco da maestro a capire come sono complesse le storie umane e le fragilità di persone anche apparentemente salde come rocce, magari chiamate a giudicare comportamenti altrui e a decidere di destini grazie all’applicazione di leggi idealmente giuste, ma che possono portare a conseguenze incontrollabili e anche drammatiche. Come il caso che tocca a Fiona: decidere se un ragazzo appartenente ai testimoni di Geova debba essere sottoposto a una trasfusione oppure no, come vorrebbero i genitori e la comunità religiosa.

La mia piccola notazione è che un romanzo del genere, con tutte le sue lunghe descrizioni sui procedimenti giudiziari e sulle specifiche legali, nel nostro paese avrebbe fatto rizzare i capelli agli editor, pronti con le cesoie a tagliare senza pietà passaggi che “annoiano” i lettori già abbastanza distratti. Invece, gli inglesi hanno pubblicato così com’era, lasciando a noi lettori il compito di saltare le pagine, se vogliamo. In italiano il libro s’intitola La ballata di Adam Henry.

imitation gameThe imitation game, il gioco dell’imitazione: bel titolo per il film di Morten Tyldum che ricorda la vicenda della decrittazione dei codici segreti durante la seconda guerra mondiale e la geniale figura (ignota ai più) di Alan Turing, il matematico che seppe costruire una macchina in grado di espugnare il formidabile apparecchio per i codici Enigma, in mano ai tedeschi.

Perché sì, è un film storico che rende grazie a questa pagina sconosciuta e anche poco onorevole dell’Inghilterra puritana e omofoba, stretta in regole ferree, dove al primo posto si collocava la disciplina militare, quando per vincere la guerra ci volle, unita alla forza, intelligenza, creatività e intuizione, una risorsa di un pensiero che “pensa” e si comporta in modo differente da quello comune. Perciò è un film sui comportamenti sociali, sull’imitazione del socialmente accettabile che è una strategia di sopravvivenza per chi non è omologabile, ed è un film sulla difficoltà di adattamento di un’intelligenza acuta e fredda, che non sa dialogare con l’emozione né con la socializzazione umana. Magnifico Benedict Cumberbatch che si cala nei panni del brillante matematico con i suoi occhi freddi e la sua espressione smarrita, che fatica a comprendere le relazioni umane.

La guerra sullo sfondo sembra quei resoconti di cronaca che ci arrivano ancora oggi in casa dalle tivù, piatta per quanto orrenda, e non sfiora il gruppo di scienziati che seguono dati statistici o strategici per limitare i danni, non insospettire il nemico, e in parte orientarlo verso obiettivi precisi. Anche questa è “imitazione” della guerra che i soldati combattono e che i civili soffrono, che distrugge mezzo mondo.

Alan Turing ebbe l’intuizione di una macchina in grado di elaborare dati da sola, in pratica immaginò il computer. Ma poiché non era bravo nell’imitation game sociale, fu condannato per omosessualità e morì a quarant’anni nel 1951, riabilitato solo due anni fa dalla regina. Se fosse vissuto, chissà se avremmo avuto portatili con il simbolo di una mela morsicata.

Però, viaggiare, oggi è piuttosto assecondare una forma di consumismo. Quale conoscenza ci procura, quale arte si pratica intruppati in queste masse di turisti che oggi ho rischiato almeno un paio di volte di travolgere mentre procedevano assiepati sulla pista ciclabile, rischiando io stessa di essere travolta da uno dei loro pullman, chiamato appunto Earth a la carte? Sì tutta la terra disponibile ad essere consumata, basta pagare per tornare a casa sfiniti e carichi di cianfrusaglie che presto butteremo via e di foto che dimenticheremo nel “cloud”.

Allora, oggi per viaggiare sul serio, per essere permeati da un po’ di conoscenza, bisogna tornare a piedi (o in bici), andare lentamente sui percorsi, leggere, riflettere, sforzarsi di capire, recuperare la storia.

La_strada_delle__5371dc42bfc78Così ci propone Paolo Ciampi, giornalista e scrittore, nel suo “La strada delle legioni. L’Inghilterra coast to coast lungo le vie romane” (Mursia) appena uscito. Non è una guida, anzi, non c’è nemmeno una cartina dell’itinerario che è quello bellissimo del Vallo di Adriano, che io stessa ho percorso lo scorso anno nel tratto più alto (Walltown crags), da cui si apre uno spettacolare scenario sulla campagna dei Borders.

Accompagnato dal più celebre libro di Marguerite Yourcenar, Le memorie di Adriano (un libro che oggi nessuno potrebbe più scrivere e anche se lo facesse, nessun editore probabilmente pubblicherebbe), Ciampi percorre il National Trail sviluppato lungo quest’antica costruzione di difesa (che in certi punti quasi scompare o si mimetizza tra i muretti dei giardini), ricordando non solo la frontiera che delimitava l’Impero antico, ma soprattutto offrendoci spunti per approfondire la letteratura (poesie, romanzi, la letteratura latina di Tacito o il Virgilio del discusso verso “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”), la storia, l’etimologia, confrontando passato e presente di muri più recenti e confini attuali.

Certo è che si rimane affascinati dal magnifico paesaggio e dalla cortesia delle persone che s’incontrano (posso confermare), e dal fatto che una frontiera antica sia diventata una meta turistica, per quel tipo di viaggiatori che scarpinano per scoprire e godere di luoghi diversi, sfuggendo la banalità dell’Ovunque, i soliti alberghi, gli stessi stabilimenti balneari, le stesse merci in ogni parte, anche la più remota, del mondo. Queste sì, sono oggi le lacrimae rerum.

lindisfarneA Durham è in mostra un libro speciale, normalmente conservato nella British Library e in prestito per l’esibizione fino a fine ottobre. Si tratta de I Vangeli di Lindisfarne, un prezioso e bellissimo manoscritto degli inizi del 700 d.C., quel turbinoso periodo storico dell’Alto Medio Evo, nel quale i monasteri si diffusero in tutta Europa, diventando i massimi centri culturali, artistici, religiosi. In particolare, bisognerebbe sempre ricordare che furono i monaci a salvare i testi antichi, ricopiandoli sui manoscritti e creando spesso autentici capolavori per oltre settecento anni. 

Il manoscritto di Lindisfarne è un’opera meravigliosa e speciale: anzitutto si conosce il nome del trascrittore e artista, il vescovo Eadfrith, che morì nel 721 lasciando in parte incompiuta l’opera. In più, tra le righe latine, c’è la prima traduzione inglese del vangelo, ovviamente postdatata di un paio di secoli e redatta in minuscolo anglosassone. Il libro proviene dall’isola di Lindisfarne, dove fu fondato uno dei primi monasteri inglesi, che oggi è poco più che una rovina. L’abbazia insomma fu distrutta dai Normanni, e sull’isola sparì tutto, ma il libro fu salvato dai monaci fuggiti altrove e oggi è ancora qui a trasmetterci tutto il suo fascino di un’arte che seppe miscelare cultura celtica e iconografia latina, oriente e occidente. 

Chi volesse vederlo e magari sfogliarne le pagine: British Library.

focheEccole qua a godersi il sole sugli scogli, tipo bagnanti, con le pinne belle larghe, qualcuna a pancia in su, qualche altra sdraiata di lato. Sono le foche che abitano sulle isole Farne (Northumberland), abituate ad essere osservate dalla gente in barca, che, come me, le fotografa e le filma, con un brivido di emozione.

Perché non so a chi capita di vedere una foca da vicino, nel suo habitat, oggi. Se ne vedono in acquari oppure, orrore, ancora in certi circo o zoo. Invece, quando si possono vedere così in panciolle, a casa loro, con le piccole teste che spuntano dalle onde, le pinnette sollevate, insomma, si prova un’autentica gioia, una grande tenerezza, il piacere di avvicinarsi a creature del mare libere, vederle per pochi minuti e poi lasciarle in santa pace a godersi il sole, il pesce, il loro mare.