archivio

Archivi tag: guerra

Dal momento che quasi tutti i giornalisti sono anche scrittori, alla fine qualche scrittore si mette a disposizione del giornalismo, della cronaca, per dar voce alla più dolente attualità. Sto parlando del nuovo (in realtà uscito da un anno) libro di Melania Mazzucco, Io sono con te, storia di Brigitte (Einaudi, 2016). Qui la romanziera, la visionaria scrittrice che ha dato voce a Tintoretto, la impressionante precorritrice di tutte le storie di femminicidio e di stalking con Un giorno perfetto di dieci anni fa, si mette umilmente a disposizione di una storia vera e straziante, e racconta la vicenda di una donna immigrata dal Congo e arrivata a Roma nel freddissimo inverno, senza niente, né amici né dove andare e senza neppure sapere l’italiano.

Confesso che alcune pagine sono davvero truci. Si ripete come un eterno orrendo refrain quel percorso infernale di chi vive in una dittatura e si trova sotto il mirino dell’esercito: il rapimento, le torture, la fuga rocambolesca, senza sapere più che fine hanno fatto i propri figli, senza aiuti, solo con la speranza di sopravvivere. Qui allora la scrittrice si mette al servizio della storia vera, della realtà, percorre le strade della sua città con ii passo, gli occhi, il sentimento di Brigitte, e le presta l’io narrante per ricordare il suo passato.

Che dire? Qui si sospende il giudizio estetico a favore di quello etico: è una storia tra tante, unica eppure uguale alle tragedie individuali che formano la cosiddetta “massa” di migranti o immigrati. Il riscatto non è certo eroico, l’aspirazione è di una vita normale, in pace e sicurezza. Per questo una scrittrice titola “io sono con te”. Con i più deboli, da sempre, la letteratura.

Annunci

sniperPer cadere nella seducente trappola del film di Clint Eastwood, American sniper, bisogna anzitutto bersi le due favolette che già ci furono propinate nel 2001 per sferrare l’attacco all’Iraq: la prima è che la guerra in Iraq serviva a combattere il terrorismo internazionale (per la menzogna che l’Iraq nascondeva armi atomiche il primo ministro inglese Tony Blair perse il posto), la seconda è che c’è una guerra che bisogna pur combattere, per difendere se stessi, il proprio paese e varie altre ciance retoriche.

Con la sospensione della credulità così avviata, si sta due ore a seguire la parabola del brav’uomo Chris Kyle, texano semplice e di buon cuore, che va alla guerra perché vuol dare una mano a proteggere l’America e anche i suoi commilitoni. i Navy Seal, cioè gli addestratissimi militi del corpo speciale della marina. Il brav’uomo è un cecchino dall’occhio di falco che uccidendo donne e bambini perfidissimi, che nascondono granate, salva i marines in perlustrazione in città diroccate e ancora abitate da infidi cittadini iraqeni (ma perché non se ne vanno dal campo di battaglia, cioè da casa loro?). A tal punto sente il suo dovere di cane pastore, che Kyle torna tre volte in Iraq per varie campagne e alla fine uccide anche un cecchino nemico, il malefico siriano campione olimpico asservito alla diabolica causa degli islamici.

Bene. E se invece avessimo ribaltato la visione? Se quel cecchino siriano fosse stato il protagonista, quello che cerca di dare una mano in un paese devastato e assediato, rastrellato da corpi di un esercito invasore? Per carità, il punto di vista è americano, e io non ci vedo nessuna denuncia sull’assurdità della guerra, tutt’altro. Ne esce rafforzata l’idea cavalleresca di un paese che combatte per proteggersi e lo fa con regole e persino buon cuore, contro la brutalità insensata di spietati “macellai” che trapano i bambini. Ma attenzione, è solo propaganda, è seduzione, è finzione. Quando il buon cecchino americano ha sotto tiro quello che dovrebbe essere il secondo bambino da uccidere, ed esita e infine non lo colpisce perché il piccolo lascia cadere il bazooka che ha tentato di impugnare, bene, questo non è scrupolo paterno, ma esigenza di copione: la regola degli studios è che due bambini in uno stesso film non possono morire.

 

hemonIl libro delle mie vite dello scrittore bosniaco Aleksandar Hemon è uno di quei libri che ci toccano. Perchè ci ricorda cos’è successo vent’anni fa in un paese non molto lontano da noi, la Bosnia, attraverso gli occhi di un giovane “ribelle” qual era lo scrittore che collaborava a una rivista, leggeva come un matto, e si interessava di una cultura proibita nel suo paese, la Bosnia, fino agli anni ’90 sotto la dittatura comunista, che teneva insieme stati della penisola balcanica pronti a affilare le armi e fare un macello appena caduto il regime.

Non ci sono numeri di capitoli, ma titoli, come se fossero tanti racconti riuniti in un’antologia che compone come un puzzle la biografia dell’autore. Il primo è, significativamente, “Le vite degli altri” citazione del celebre film di Henkel sulla Germania poliziesca per raccontare appunto la vita di una bambino ai tempi del regime comunista. La vita umana non è una sola, soprattutto per chi deve attraversare l’orrore di guerre, emigrazione, condizione di rifugiato, come succede a Aleksandar che ha la fortuna di essere chiamato negli Stati Uniti per una borsa di studio proprio quando Sarajevo viene assediata e rimane a Chicago cercando di cavarsela come può. I suoi genitori nel frattempo sono fuggiti in Canada e sua sorella si è rifugiata in Serbia. Così, ecco la “Vita al tempo di guerra” o la “Vita di un flaneur”.

Ma il romanzo delle vite e dei sogni, della giovinezza e dell’amore, del divenire scrittore e sentirsi anche americano, ha la lievità dell’ironia, del saper vivere  e raccontare in modo arguto e profondo, finché non si arriva alle pagine commuoventi, laceranti de “L’acquario”, in cui Aleksandar parla della malattia della sua bambina di dieci mesi. Allora tutto diventa “intensamente, gravemente reale”. Non c’è orrore più grande della malattia e della morte della propria piccola figlia.

Con l’occasione del Festival ho comprato e letto Limbo di Melania Mazzucco, un libro che, pur dopo diversi mesi, non esiste in formato e-book (chissà perché).

Non so come esprimere il mio disagio nel confessare che il romanzo mi ha lasciato perplessa. Ammiro moltissimo Melania Mazzucco e ho letto con molta emozione (e interesse) i suoi precedenti lavori, sempre romanzi di alto livello, di potente visione e di scrittura ricca e complessa. Oltretutto è raro oggi trovare una scrittrice (uno scrittore) che cambi genere, sappia attraversare la storia o registrare la contemporaneità con grande libertà, senza l’obbligo di una riconoscibilità seriale, senza preoccuparsi delle presunte aspettative del proprio pubblico.

Eppure, Limbo è un romanzo che sembra tornare indietro rispetto alla linea di sviluppo della sua narrativa. Forse la scrittura è come la memoria definita spiraliforme dal poeta Brodsky, e dunque non ha una direzione lineare, piuttosto circolare e così procede. E allora questo romanzo, rispetto alla Lunga attesa dell’angelo o a Un giorno perfetto, riporta la narratrice a un punto di partenza, quando chi scrive non differenzia le voci narranti, esterna o interna, limitandosi a concentrarsi sulla propria affabulazione anziché sulla credibilità dei personaggi, sulla loro identità.

Poi c’è un piccolo problema, ma è assolutamente un problema mio. Non riesco a leggere la storia di una soldatessa, non mi interessa e un po’ mi irrita. Non riesco a provare compassione della pur ferita e smarrita Manuela, che non è una volontaria di cooperazione internazionale, ma una che parte per combattere ed eventualmente uccidere. Non mi piace l’ideologia militare, né la vita militare, né le missioni cosiddette di pace.

Condivido l’analisi che il grande psicanalista James Hillman ha compiuto proprio sulla guerra e la vita militare in “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi), dove si chiarisce come il soldato, per diventare tale, debba disumanizzarsi, atomizzarsi, in favore della disciplina, dell’obbedienza, in vista della guerra, del massacro, dell’assassinio. Ora, leggendo questo romanzo e anche i tributi dell’autrice ai soldati che le hanno raccontato le loro esperienze ho come l’impressione che, appassionata osservatrice qual è, sia stata avvolta proprio da quel terribile fascino per il dio Marte e le sue guerriere.