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ishiguroL’ultimo libro di Kazuo Ishiguro è bellissimo. Raramente si incontra una scrittura ammaliante, che sa recuperare la narrazione della leggenda attraverso la sensibilità contemporanea e che, senza usare le solite tecniche narrative ormai assai abusate, sa condurre il lettore per mano attraverso un percorso lento e magico, simbolico e letterario, dove le citazioni di celebri romanzi sono inseriti con sapienza, come ingredienti che arricchiscono una ricetta segreta e la rendono unica.

Intanto, la sfida: un fantasy per adulti, per gente di una certa età, che ha come protagonista una coppia anziana che parte per la sua personale “quest” e cioè la ricerca di un figlio che si è trasferito lontano. Nel viaggio i due anziani gentili incontrano Galvano, nipote e cavaliere di re Artù ormai invecchiato e simile a un vetusto don Chisciotte; s’imbattono in un ragazzino sfuggito alla furia superstiziosa di un villaggio e in un guerriero che ha la missione di uccidere il drago femmina Querig, colpevole di aver creato con il suo fiato magico una nebbia che rende immemori, e che impedisce di ricordare anche ciò che è successo il giorno prima.

Il tema della memoria, caro a Ishiguro, qui ci offre una nuova questione. E cioè se sia davvero così fondamentale e necessario serbare il ricordo che ingenera e alimenta odi, conflitti, guerre, per rancori e incapacità di superare il male ricevuto o inferto. Quando il guerriero ucciderà il drago che crea la nebbia, il Gigante della storia sarà disseppellito e produrrà nuovi lutti. Eppure, questa è la giustizia umana, che ha bisogno di risarcimento al male per costruire una pace non anestetizzata.

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revivalMemoir: vero o falso?

Il memoir, ovverosia il racconto delle proprie memorie, è un genere molto usato soprattutto da chi ha attraversato periodi storici drammatici. Ma è anche una strategia narrativa molto usata per vicende inventate, che con l’uso del discorso diretto (io) e con la ricostruzione dettagliata di personaggi e situazioni, danno l’impressione di una vera e sofferta confessione della propria vita.

generazioneperdutaQuest’estate ho appunto letto due memoir: il vero, Generazione perduta di Vera Brittain (Giunti) è un tomo che ricorda la tragedia della prima guerra mondiale (di cui si celebra quest’anno il centenario dell’ingresso italiano). Potrebbe essere un capolavoro, ma la descrizione assai minuziosa delle situazioni e la relativa freddezza del racconto, lo rendono il classico malloppo, che va benissimo per la traduzione televisiva che ne è stata tratta. Di sicuro il cinema saprà sopperire quell’emozione “trattenuta” con situazioni più toccanti e coinvolgenti, soprattutto per la centralità del personaggio femminile, donna determinata e autonoma per l’epoca.

L’altro, il falso memoir, è Revival di Stephen King, dove chi narra è un uomo che ripercorre tutta la sua vita, dall’infanza negli anni ’60 fino ad oggi, sotto l’ombra all’inizio apparentemente consolatoria, poi minacciosa, di un pastore metodista appassionato di elettricità al punto da farne oggetto di ricerche terapeutiche e infine di un delirio d’onnipotenza. Come sempre in King, il soprannaturale aleggia e poi irrompe, ma la prima parte del romanzo, con l’atmosfera degli anni ’60 (che ricorda Harper Lee, Il buio oltre la siepe) è senz’altro la migliore, forse perché il falso memoir coincide con memorie vere, e velate di malinconia, che appartengono allo scrittore.

Certo, è assai difficile toccare vette che pochi hanno raggiunto con la narrazione del sé e che spesso hanno coinciso con la condanna a un solo grande libro, come il magnifico Chiamalo sonno di Henry Roth (1934), un classico che vale davvero la pena di leggere per chi ha ancora voglia di scoprire la letteratura.

still-lifeLook at all the lonely people, cantavano i Beatles cinquant’anni fa. E così il film di Uberto Pasolini, Still Life, sembra ricalcare questa famosa, bella e dolente canzone scritta e interpretata da ragazzi per lo più allegri e dediti all’amore e alla “revolution” giovanile di costumi e diritti, ma che appunto in Eleanor Rigby parlano di morti in solitudine, di gente dimenticata e funerali solitari (nobody knows). Di questo tratta Still Life, che noi traduciamo con “Natura morta”, ma significa pure “Ancora in vita”, un film triste sulle morti in totale abbandono, di chi già da tempo si era alienato dalla vita sociale e dalla rete affettiva delle relazioni.

A un certo punto mi pare persino che i Beatles siano citati, in questo film inglese tutto in stretto accento british, quando appunto il ragazzo scapigliato addetto all’obitorio dice al protagonista, un ometto tutto precisino che cerca di dare dignità alle sepolture: “you don’t belong to all this”. E allora qual è il nostro posto? Da dove veniamo? Where do they all come from? Where do they all belong? Non sono le domande della vita? Da dove vengono, qual è il loro posto? E qual è il ruolo, lo scopo dell’esistenza? L’inquadratura con le donne che si abbracciano intorno a una bambina in carretto sembra dire che è quello lo scopo, l’amore che stringe le persone, le fa riunire, le fa trionfare sul cimitero, dà dignità a qualsiasi vita, ben oltre la morte.

Già, questo è il dilemma anche per un lettore appassionato e fiducioso. Perché capita di avere tra le mani autentiche mazzate che nessuno osa più definire tali, un po’ per il, diciamo, pedigree dell’autore, un po’ perché non si vuole scoraggiare il pubblico. Però dire schiettamente che certi libri possono essere controproducenti, non credo faccia male, anzi. E dire in tutta sincerità che anche noi che leggiamo con piacere e dedicandovi del tempo quando ci imbattiamo in libri noiosi o repellenti o incomprensibili, li abbandoniamo senza pietà, anzi con sollievo, perché no?

lionel-asboE allora ecco qua: ho definitivamente mollato l’ultimo libro di Martin Amis, Lionel Asbo. Pietà! Posso capire che Amis sia apprezzato per la sua ricerca linguistica, dunque dagli inglesi e americani, con i suoi personaggi che parlano una lingua elementare e sconnessa, sintomo di una perdita d’identità oltre che di cultura e di ogni etica o valore. Ma io non ce la faccio ad andare avanti in un romanzo che fin dall’inizio mette in scena un ragazzo di quindici anni che va a letto con la nonna. Certo, lei è abbastanza giovane, una trentottenne spavalda che ascolta i Beatles (strano, non sono proprio un gruppo da quarantenni, ma da sessantenni), però…

Poi ho mollato anche Russell Banks, La deriva dei continenti (Einaudi). Oddio che tristezza questo personaggio depresso, questa ambientazione americana. Mi viene in mente Altman di vent’anni fa. Ma poi mi accorgo che di questi autori quel che non va, che non va bene per me, è la scrittura. Perché appena mi sono rifugiata ne La vita come un romanzo russo di Emanuele Carrere, mi sembra di aver ricominciato a respirare. Ora sì.