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The Wonder (Little, Brown and Co., New York, 2016), ovvero La meraviglia o meglio ancora “Il prodigio” come titola l’edizione italiana, è l’ultimo appassionante romanzo di Emma Donoghue, l’autrice di “The Room”, storia impressionante e basata su una vicenda reale, diventata di recente un film.

Probabilmente anche The Wonder avrà una versione cinematografica, perché alla fine le storie della Donoghue si prestano benissimo alla traduzione in film: pochissimi personaggi, che si muovono in un piccolo ambiente. Anche qui, siamo spesso dentro una stanza, quella di Anna, la bambina in odor di “miracolo”che sembra possa vivere senza mangiare, dove arriva la scettica infermiera Elizabeth Wright, detta Lib: non un’infermiera qualsiasi, ma una delle donne formate da Florence Nightingale per accudire i soldati britannici in Crimea. La differenza è sostanziale, perché siamo nel 1920 e le donne non possono ancora studiare, né avere voce in capitolo neppure nelle cure di una bambina, e il comportamento, la volontà, la caparbietà di Lib sono eccezionali.

Ma ancor più eccezionali sono la sua astuzia e la capacità di sfruttare il pregiudizio sulle donne, sulla loro emotività e l’incapacità di gestire situazioni delicate, per riuscire nel suo piano che non posso rivelare, per non rovinare la sorpresa di un bel romanzo a sfondo storico, ben ambientato, ben costruito, che ci permette di riflettere sulla superstizione e il fanatismo, estremismi di tutte le religioni quando si mescolano con l’ignoranza e l’insensibilità.

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sing_street_posterSing Street di John Carey è proprio un bel film sul desiderio che trasforma la vita di adolescenti caricati di problemi all’apparenza irrisolvibili: disperazione della società adulta, con annesso alcolismo, droga, violenza, crudeltà. La musica ovvero l’arte musicale è la via per realizzare un’esistenza illuminata, e il quindicenne Conor decide di mettere su una band che segue le orme dei gruppi emergenti o in voga nei primi anni ’80 in Gran Bretagna e dunque in tutta Europa. Innamorato di una bellissima ragazza cui chiede di recitare nei suoi video, Conor riesce a uscire dal bozzolo mefitico di un ambiente esangue, che sa esprimere soltanto sopraffazione e malessere, e infine parte con la sua ragazza verso la favolosa Inghilterra dove tutto, invece, è possibile.

Di film del genere ce ne sono stati molti: la band, il talento musicale, il ragazzino o la ragazzina che grazie alla sua dote e a una certa tenacia riescono a farcela. Sono anzi temi molto cari al cinema USA. Certo, qui si evocano gli ultimi anni “spensierati” dello scorso secolo, gli anni Ottanta dei primi video, delle band allegre, del pop scatenato e queer, che è durato per oltre trent’anni con Madonna e Michael Jackson, esplosi proprio in quegli anni. Anni pre-unione europea, quando per andare all’estero ci voleva il passaporto e il permesso dei genitori: dunque è bene ripensare a cosa significasse essere costretti in un’isola malsana, pur dentro all’Europa florida.

Ed è interessante ricordare il bisogno di “futuro” che portò al successo la serie, ma soprattutto il primo film, di Zemeckis “Ritorno al futuro”, citato in questa storia, perché punto di riferimento di questa generazione di aspiranti Marty McFly. Per loro, l’età dell’oro era rappresentata dagli sfolgoranti anni ’50 dei propri genitori, in cui tutto riluccicava dopo la guerra, o almeno così sembrava, mentre la realtà sotto quella patina era formata da oppressioni razziali, di genere, di censo, poco risolte trent’anni dopo, con una società ancora sbilanciata, reazionaria, dove giusto le ragazze hanno preso autonomia, grazie alle battaglie delle loro mamme. Ma questo è un discorso tetro e complicato, come canta Conor all’apertura del suo concerto: è tutto complicato.

Chi riuscisse a beccare questo film, che esce per pochi giorni in sale d’essai, corra subito. Non capita spesso in periodo quasi prenatalizio di poter vedere al cinema una vera chicca.

Francesco CostaFrancesco Costa  /  AC-Costa al cinema

 

 

 


 

brooklynBROOKLYN

Titolo originale: id.; regia: John Crowley; sceneggiatura: Nick Hornby, dal romanzo di Colm Toibin; direttore della fotografia: Yves Bélanger; scenografia: François Séguin; costumi: Odile Dicks-Mireaux; montaggio: Jake Roberts; musica: Michael Brook; produzione: Finola Dwyer e Amanda Posey; durata: 111’; nazionalità: Irlanda, Gran Bretagna e Canada; anno: 2016.

Interpreti: Saoirse Ronan (Ellis Lacey), Emory Cohen (Tony Fiorello), Domhnall Gleeson (Jim Farrell), Jim Broadbent (Padre Flood), Julie Walters (Madge Keogh), Eva Birthistle (Georgina), Fiona Glascott (Rose Lacey), Jane Brennan (Mary Lacey), Eileen O’Higgins (Nancy), Emily Beth Rickards (Patty), Eve Macklin (Diana).

 

Avviso importante: chi cerca un personaggio femminile di cui innamorarsi perdutamente, si affretti a vedere Brooklyn senza perdere un minuto di tempo! Se amate le figure femminili ispirate alla lontana alle eroine di certi romanzi di Daphne du Maurier, come l’indimenticabile Rebecca, (e mi riferisco a quelle ragazze striminzite, scialbe, scolorite che all’occorrenza sanno però coniugare fermezza e semplicità, timidezza ed eroismo), allora vi giuro che la giovane Ellis Lacey si scaverà un posticino nel vostro cuore e che ve la porterete dietro a lungo!

Per attirare nelle sale cinematografiche (e farceli restare per circa due ore) spettatori sempre più giovani e sempre più distratti da altre forme d’intrattenimento, il cinema degli ultimi anni si è dettato alcune regole che, lungi dall’essere sempre efficaci, appiattiscono spesso decine di prodotti in un’omologazione poco produttiva. Le regole base sono le seguenti: frastornare più che convincere, tramortire più che incantare, mettere in scena ammazzamenti e nevrosi, bombardamenti e ferocia, perversioni e distruttività, perché le persone positive sono noiose e poco seducenti! Ebbene, Brooklyn si muove coraggiosamente in controtendenza. Non è un thriller né un film bellico, non è una commedia e non è neanche, a differenza di quel che si sente dire in giro (l’ignoranza dilaga sovrana), un melodramma visto che evita le tinte forti e i personaggi eccessivi, e il groviglio di nevrosi e di azioni inconsulte, che sono le caratteristiche salienti di quel genere narrativo. Insomma, per dirla a chiare lettere, l’indimenticato Douglas Sirk e i suoi “nipoti” (ci si riferisce soprattutto al tedesco Rainer Werner Fassbinder e allo spagnolo Pedro Almodovar) stanno di casa da tutt’altra parte…

Brooklyn non si propone di rispedire a casa il pubblico con i timpani doloranti e i sensi in subbuglio per le troppe sparatorie, e neanche di farlo scompisciare dal ridere o di farlo singhiozzare a più non posso, perché racconta una vicenda lineare e molto semplice in toni, udite udite, sommessi e pacati: è un film, direi, che discende piuttosto da quel cinema del pudore e dei sentimenti a volte inespressi, incentrati su limpide figure di donna, che a Londra toccò vertici di poesia con il memorabile Breve incontro (1945) di David Lean e che in Italia vantava un ispirato cantore in Antonio Pietrangeli del quale non si ameranno mai abbastanza i bellissimi La visita (1963) e Io la conoscevo bene (1965).

Brooklyn ruota intorno a un personaggio femminile che si rivela tanto più intrigante in quanto non gioca mai la carta della seduzione. Un personaggio che ispira rispetto perché, nonostante la goffaggine iniziale, cela giudizio e forza di carattere. Ma chi è questa Ellis Lacey e dove vive? Orfana di padre, abita con la madre e la sorella Rose in una cittadina della poverissima Irlanda del secondo dopoguerra. Disoccupata e senza prospettive, accetta l’aiuto di un sacerdote che la convoca all’altro capo del mondo, nella remota New York, dopo averle procurato un impiego di commessa in un grande magazzino di Brooklyn. Pur vivendo con indescrivibile strazio il distacco dalla madre e soprattutto dall’amatissima sorella, Ellis varca l’Atlantico e affronta l’ignoto nel Nuovo Continente. E’ meraviglioso veder evolvere il personaggio di sequenza in sequenza, dall’iniziale inadeguatezza a una disinvoltura che non è mai iattanza. Tutto ti fa innamorare di Ellis: le ambizioni modeste ma concrete (il suo sogno è di diventare contabile come la sorella), la serenità con cui affronta la convivenza con ragazze più sfrontate nella pensione di una caustica signora, l’incontro con un idraulico italiano che s’innamora di lei. Sullo sfondo, ricostruita con affettuosa competenza, risalta la New York del dopoguerra che sutura le ferite del periodo bellico e ai reduci offre onesti divertimenti come feste danzanti in scalcinate sale da ballo e un tuffo in mare a Coney Island. Un evento tragico fa da spartiacque fra la Ellis delle ristrettezze giovanili e quella di New York: l’adorata sorella muore improvvisamente in Irlanda. Costretta a rimpatriare per dare conforto alla madre, Ellis ritrova gli amici d’infanzia e conosce un giovanotto che fa da contraltare all’idraulico italiano: tanto quest’ultimo è semplice, diretto, sentimentale tanto l’altro è laconico, sofisticato e introverso. Ci si può innamorare contemporaneamente di due persone distinte e separate? Io direi di sì, e lo pensa anche Ellis che, vivendo giornate intrise di un loro incanto, patisce con la stessa intensità la nostalgia dell’idraulico Tony e l’attrazione per il raffinato Jim. Quale strada deciderà di prendere? Tornerà a New York dal ragazzo italiano o resterà nel paese natale per accasarsi con il compatriota che è peraltro un ottimo partito? E si deciderà a confessare un importante segreto che si tiene in corpo e che io non sarò così perfido dal rivelarvi?

Ritmo pacato, ma non soporifero; regia fervida ma non caramellosa; sceneggiatura intensa ma non artificiosa del famoso scrittore Nick Hornby (apparentemente il meno indicato per narrare una vicenda a tinte così tenui, avendo scritto romanzi dai toni ben più vivaci, eppure così bravo da guadagnarsi una candidatura all’Oscar), e lascio per ultimo il più evidente punto di forza di questo nitido, bel film: la performance di Saoirse Ronan, a sua volta nominata per il premio Oscar. Se c’innamoriamo di Ellis è perché in realtà c’innamoriamo fin dalla prima scena di questa fantastica attrice dagli occhi di un irripetibile azzurro che, senza smorfie o piagnistei, sostiene davanti alla macchina da presa la difficoltà del primo piano con una sicurezza evidentemente dovuta non soltanto a un innegabile talento artistico, ma anche a una forza interiore e a una segreta gioia di vivere che lasciano il segno. Provare per credere: non si può fare a meno di amarla!

Francesco Costa

 

dunneL’amicizia raccontata con nostalgia e incanto da Catherine Dunne  in La grande amica (Guanda, 2013) è giovane e potente al punto da cambiare non proprio la vita ma il punto di vista, la sensibilità della protagonista e io narrante Miriam che, a sedici anni, va a lavorare in un albergo per i mesi estivi.

E’ il 1973, siamo a poche decine di chilometri da Dublino, sulla costa, ma a Miriam sembra di andare lontanissimo, e quei tre mesi la faranno crescere, cambiare, lei unica figlia in una famiglia di tutti fratelli, con una madre severa e un padre brusco ma comprensivo, e un destino già segnato di vice-mamma all’interno di una famiglia maschile.

Ma al mare, in albergo, c’è la folgorazione nella figura di una ragazza più grande, bellissima e disinvolta, appunto “la grande amica” che cancellerà i resti dell’infanzia di Miriam con le sue timidezze e le paure, facendola diventare una ragazza spigliata, pronta a vivere una piccola avventura di nascosto dai genitori e cioè un breve viaggio in Cinquecento, loro due sole, libere.

La citazione a “Il grande amico” del titolo in realtà è nella versione italiana, perché il titolo originale è “Heart of Gold”, come l’album di Neil Young che le ragazze ascoltano, rapite. Ma è giusta, perché il racconto (un po’ strano chiamarlo “romanzo” come in copertina) sa trasmetterci la pienezza, la gioia, la fiducia e la sensazione di “tornare a casa” che offre l’amicizia femminile (il “cuore d’oro” femminile), sebbene il risvolto sia amaro e sia legato alla stilla di veleno del tradimento.

Un libro che si legge d’un fiato.