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Archivi tag: Letteratura americana

Less, il romanzo di Andrew Sean Greer, parla di uno scrittore che appunto si chiama Arthur Less, e il nome è, come dicevano i miei prof in un tempo perduto, nomen omen, cioè dice tutto: meno di una persona che dovrebbe essere, a cinquant’anni quasi suonati, un po’ realizzata, oltretutto facendo il lavoro dello scrittore che però, è “meno” di successo del suo ex amante, famoso poeta e “genio”. Less non è geniale, è mediocre, è pavido, e scappa in giro per il mondo per evitare il matrimonio di un altro amante, l’ultimo, il giovane Freddy che lo ha lasciato.

Less è insomma noiosetto, non ha talento, ha scritto un libro forse buono più amato all’estero che non in patria, è stupito perciò dei premi (in Italia, patria dei premi), dai complimenti, e si aggira tra Festival e conferenze sempre poco a suo agio, oltretutto impedito da una conoscenza delle lingue pari a zero, un po’ come la gran parte degli americani e degli inglesi che, beati loro, possono contare sulla loro lingua come veicolare globale.

Capisco la mia amica Sarah che va molto a rilento nella lettura di questo libro scelto per fare conversazione “letteraria” in inglese. Non c’è nulla che ti attiri, ti incuriosisca, mi dice delusa. Io trovo interessante Less perché alla fine ogni scrittore si sente un po’ così, a meno che il proprio ego non lo spinga a immaginarsi un premio Nobel incompreso. Però, sì, dopo qualche centinaia di pagine in cui il personaggio soprattutto si è mosso per il mondo, smuovendo poco della propria interiorità, ti chiedi come abbia fatto Greer a scrivere un libro tanto bello come “Storia di un matrimonio” e se per caso questo nuovo romanzo non parli proprio di lui, alla soglia dei temutissimi fifties.

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repubblicaimmaginazioneImagine, immagina che non ci siano paesi, cantava Lennon nel secolo scorso, facendo appello alla facoltà che ci permette di superare barriere e pregiudizi, divieti, obblighi e tradizioni, cioè l’immaginazione. E “La Repubblica dell’immaginazione” (Adelphi, 2015) s’intitola l’ultimo libro di Azar Nafisi, scrittrice iraniana diventata cittadina americana, e docente di letteratura angloamericana (della sua esperienza di insegnante sotto il regime degli Ayatollah scrisse nel bellissimo “Leggere Lolita a Teheran”, 2004).

Così quest’ultimo libro è frutto della sua esperienza di insegnante e scrittrice non più in un paese dominato dal fondamentalismo religioso, ma nel propagandato faro delle libertà e dei diritti, ovverosia negli Stati Uniti dove è talmente tutto libero che leggere diventa scontato, anzi banale, anzi trascurabile, così si perde sia il diritto di leggere che l’impegno di formare un gusto letterario, di esercitare la riflessione, di ricordare non tanto la Storia quanto la memoria letteraria. In più, trascurando la lettura e la letteratura, si perde l’insostituibile capacità di immedesimarsi attraverso le storie e la comprensione reciproca che la narrativa è in grado di innescare facilmente.

Nafisi perciò intraprende un percorso nei classici della letteratura americana: Huck Finn, il vagabondo, l’antieroe, il ragazzo che scardina la pedagogia letteraria perché alla fine del suo viaggio non è diventato migliore, non è cambiato, dunque non ha fatto quel che ogni ragazzo in un romanzo di formazione dovrebbe fare: crescere e adeguarsi alla società in cui vive.

Mescolando biografia personale, con l’accoglienza negli USA, il rapporto con l’amica d’infanzia Farah che la spinge a scrivere, i ricordi di ragazza, Nafisi analizza Babbitt di S.Lewis e Il cuore è un cacciatore solitario, di Carson McCullers, come specchi della società americana in cui vive e che sembra non aver più bisogno di libri né di scrittori, né di letteratura.

Mi sono spesso chiesta” dice quasi alla fine del libro “se questo attacco alla letteratura da molti considerata inutile o irrilevante non sia il riflesso del desiderio di sbarazzarci di tutto quel che per noi è doloroso o ripugnante, che non si adegua alle nostre regole, che non semplifica la vita e non ricade nella nostra sfera di potere o di controllo. In un certo senso, rifiutare la letteratura equivale a rifiutare il dolore e quel dilemma chiamato vita.”

Già.

 

chabonMaps and Legends dello scrittore americano Michael Chabon (Forth Estate, 2010, pubblicato in italiano da Indiana, 2013) è un bel saggio sulla narrativa che riflette sui labili confini tra generi letterari e tra tipologie, e potrebbe anche accendere una discussione, se ci fosse voglia e tempo e attenzione alla letteratura oggi (ma abbiamo ahinoi troppe preoccupazioni per curarci di “quisquilie” letterarie), sulla narrativa di “intrattenimento”, sul significato di intrattenimento che in molti ambienti (accademici, per esempio) è considerata di per sé una funzione negativa. Ma chi scrive è un narratore e dunque ricorda per esempio l’etimologia di intrattenere (buffo leggerlo in inglese) che viene dal latino e significa “reggersi in due”, si suppone in questo caso lettore e narratore. Altro potrebbe essere perciò il divertimento (dal latino di-vertere, allontanarsi, distogliere) che prevede un movimento non di condivisione e sostegno, ma di separazione.

Intrattenersi quindi può essere leggere Shakespeare o Kafka, se per un lettore questi autori sono di sostegno, profondità, piacere nel leggerli e riflettere.

Ecco perché Chabon polemizza, con garbo, sulle classificazioni dei generi letterari, sulla considerazione di una letteratura principale, alta, che si suppone ponderi sulla condizione umana in modo filosofico e lessicalmente ricco, e una narrativa di genere come la fantascienza o il thriller, che sempre di più accolgono e sono scelte da scrittori di grande calibro per storie allegoriche e metaforiche dell’attualità.

Non vi dico poi che piacere leggere le considerazioni sulla letteratura per ragazzi, quella che di solito si considera una letteratura pedagogica, propedeutica per la vera e importante narrativa. Qui Chabon prende ad esempio Philip Pullman e il suo mondo poetico, fantasioso, visionario e chiama tutti noi, gli autori di narrativa per adolescenti, “adventurers”, “avventurosi che tracciano il loro percorso nella terra di confine tra i mondi, un luogo che, peggio che vada, è invisibile, e meglio che vada, è inospitale.”