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Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

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copFabrizio Silei è uno scrittore come si dice “per ragazzi”, ma sarebbe meglio togliere l’etichetta a certi autori che vanno oltre i ragazzi, che più semplicemente raccontano il mondo di oggi dove i ragazzi e le ragazze hanno una parte fondamentale e non relegata a tristi fatti di cronaca o emergenze.

E’ il caso di questo bel romanzo, “Katia viaggia leggera” (San Paolo) dove Silei racconta di una ragazza di quattordici anni, Katia appunto, che viaggia per l’Italia con sua mamma, divorziata e precaria e presto al seguito di un uomo affascinante quanto misterioso, che vive di truffe e furti, giustificando il proprio comportamento e riuscendo anche a convincere le due donne a essere sue complici, con un discorso assai condiviso nel nostro paese e cioè che tutto è truffa, tutto è inganno, tutti imbrogliano e raggirano, per primo lo Stato che non si cura di offrire opportunità e dunque costringe tutti a barcamenarsi.

In questo romanzo “on the road” italiano, Katia sogna e pretende una vita normale: andare in una stessa scuola, avere una famiglia, avere amicizie durature, innamorarsi. Potrà cominciare a farlo a Palermo, dopo aver attraversato tutta l’Italia, benché proprio a Palermo si attui la truffa più grande in cui è costretta a giocare un ruolo da protagonista. Ma proprio perché non è tipo da subire, Katia riesce a prendere in mano la sua vita, liberando sua madre e se stessa dall’invisibile prigionia in cui sono state rinchiuse e avviando un’alternativa legale e costruttiva al suo futuro. Insomma, un lieto fine perché appunto siamo dalle parti del libro “per ragazzi”. Però non un finale scontato, anzi: sorprendente, commuovente, soprattutto verosimile in mezzo a tante, troppe fughe dalla realtà.

pifUn consiglio: andate subito a vedere il film di Pif, La mafia uccide solo d’estate. In mezzo ai vari film di Natale più o meno ridanciani e vacanzieri, è un piccolo capolavoro di semplicità, tenerezza, e grande valore civile.

Pif è quel ragazzone che da anni gira filmati di taglio giornalistico per MTV, e ha preso dalla buona vecchia scuola della Nouvelle Vague francese e (Dogma poi) quel girare per strada con la camera a mano, attaccata alla sua faccia come un terzo occhio che registra e mostra, mentre la voce fuori campo commenta, dialoga con le persone o intervista.

In questo film che ricorda trent’anni di vita sociale a stretto contatto con la mafia, Pif sceglie di essere l’io narrante bambino che con occhi stupiti e ingenui vede la Palermo degli anni ’70 e ’80, in piena stagione stragistica, quando davvero nessuno ha potuto più tirarsi fuori, e continuare a pensare che la mafia è “come i cani, basta non infastidirla”, come dice il papà nel film.

Però, non voglio raccontare banalmente la storia, perché sarebbe un cattivo servizio a un film che commuove e sa anche far ridere, ed è girato bene, come un tempo giravano bene i nostri registi che stavano tra la gente e non si atteggiavano ad artisti. Come appunto Pif, che pure alla fine ci fa capire molto bene il valore della memoria e della sua trasmissione, come valore genitoriale, familiare, affettivo, per capire, crescere e cambiare una volta per tutte.