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Ninna nanna di Leila Sliman (Rizzoli 2017): mi chiedo se l’ho letta o no. Sì, mi ricordo che l’ho letta, ma ho come una botta di amnesia (e proprio ieri si parlava di amnesie temporanee, che sono il mio terrore), però non ricordo un nome, e poi che succedeva? Ed ecco riemergere il ricordo, e la paura e il disturbo provocati da questa storia che il cervello si vede ha ritenuto opportuno mettere da parte.

Perché non c’è storia peggiore dell’omicidio di due bambini piccoli ad opera di una baby sitter che all’inizio della storia appare come la perfezione assoluta: buona, allegra, bravissima, adorata dai piccoli e oltretutto ottima cuoca, che alla coppia stremata dal lavoro, lascia manicaretti addirittura da consumare in allegre cene tra amici. Del resto, è una signora di mezz’età sempre ben curata, non una ragazza nervosa e senza esperienza, quindi per Paul e Myriam quasi un dono inaspettato. Finché non cominciano a esserci segnali un po’ allarmanti di un comportamento disturbato, che i due giovani però non vogliono esaminare, perché perdere la tata significherebbe perdere la libertà di lavorare fino a tarda ora, di avere tempo per la cenetta romantica, insomma, ritornare a un periodo che soprattutto per Myriam è stato assai duro: in casa con i bambini, rinunciando alla propria carriera…

Non è un thriller questo di Leila Slimani, ma un romanzo sul genere de “L’avversario” di Carrére, dove si analizza pulsioni oscure e inspiegate, dove i personaggi mostrano facciate luminose e dentro di loro impenetrabili oscurità, che nessuno si perita di indagare. Perché i rapporti oggi sono questi: essenzialmente familiari e chi entra in casa nostra come tata, cameriera, come badante e cura i nostri figli o genitori, spesso non ci interessa fino in fondo chi sia, dove viva, cosa faccia, quali drammi serbi in sé.

Ma in più, ecco perché questo romanzo disturba, terrorizza: quale madre lavoratrice non ha dovuto lasciare i propri bambini a qualcuno per tornare al suo posto, per non perdere terreno nella professione, e tornare ad essere, oltre che una mamma, una donna con i propri interessi, il proprio talento? E questa “colpa” infine ricade sempre sulla madre, a cui una sostituta sottrae i figli quasi fosse una sorta di Angelo sterminatore.

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francofoniaIn una sala strapiena di gente accorsa anche per solidarietà con la Francia, ho visto in anteprima Francofonia di Sokurov. Il film si basa su un’idea bellissima, sul Museo del Louvre, luogo dell’identità non solo francese, ma occidentale, occupato durante l’invasione nazista. Potrebbe essere di massima attualità per la metafora della salvezza di patrimoni culturali e identitari, e sa donarci anche momenti notevoli, ma è una straordinaria occasione sprecata.

Perché risulta noioso, e la mente, invece che essere sfidata in riflessioni sull’arte e la cultura, la memoria, l’unicità della rappresentazione umana così come si è costruita in millenni nella cultura occidentale, tende a distrarsi, a sfuggire.

Sarà la voce fuori campo che filosofeggia in modo un po’ lugubre, sarà questo assemblare il falso documentario d’epoca con veri spezzoni dell’occupazione nazista di Parigi e con un girato nel Museo dove il fantasma di Napoleone si aggira nelle sale a ricordarci che il patrimonio artistico si fonda anche su furti di opere durante la guerra. Insomma, alla fine il film sembra che non finisca mai e quando si accendono le luci in sala ci si stupisce che sia passata soltanto un’ora e mezza.

Che peccato! Perché domandarsi a cosa servono i musei, e ricordare che uno stato “ha bisogno di musei” per l’identità, il valore della storia e della memoria, dell’arte, della bellezza e del sublime, che la cultura occidentale si fonda sul ritratto, sul guardare l’altro e riconoscersi anche attraverso secoli, sarebbero pietre miliari. Come bella è l’idea del cargo in un mare tempestoso, che perde i container con i tesori d’arte. Però non basta mettere insieme idee e concetti per realizzare un bel film, bisogna saper tenere la barra o si rischia di perdere i pezzi e affondare.

 

pompidouCos’è questa cosa che chiamiamo arte contemporanea? Uno si aggira per il Museo del Centro Pompidou di Parigi intristendosi. Quell’uno sono io che da ragazza trovavo tanto interessante e stimolante l’arte del momento, e che oggi vorrei scappare e basta dopo essermi aggirata in sale con opere che sembrano più l’ingrandimento di certi esperimenti d’illusione ottica, più divertenti se si vanno a vedere alla non molto lontana Villette, il Museo della Scienza, e altre opere che francamente sembrano quei lavori delle scuole, con il cartone e lo scotch a vista, e posso garantire che nelle scuole medie e elementari si fa molto meglio, se non altro la visione è più solare.

banksyFuori, per le strade, mi sembra ci sia più arte contemporanea che non dentro musei che sono nati piuttosto per la conservazione di quanto è già storicamente determinato. Per le strade, ci sono fontane e sculture, graffiti anche immensi come questo di Banksy, ci sono store ricavati in fabbriche, ci sono persone abbigliate in modi originali, uomini con gonne lunghe, ragazze in vestiti da monaci giapponesi e pettinature rasta, c’è il design di accessori per la casa o di borsette da donna, ci sono i giovani turisti giapponesi o coreani, ragazzi con grandi camere che filmano mentre camminano, mostrando la stolidità e l’ossessione dell’immagine e della registrazione di un’esperienza.

le balconSi dirà che è un modo di pensare vecchio, di chi, cioè la sottoscritta, andando al Museo d’Orsay s’incanta davanti all’eterno Manet, questo “Le balcon” più ancora del famosissimo Dejeuner sur l’herbe, con quei personaggi pensosi, eterei nella loro voluminosa gravità. Si sa che quest’arte ottocentesca così luminosa piace a tutti, ma è quel “si sa” discutibile: quest’arte colpisce ancora, storicizzata certo, non solo per l’immediatezza della rappresentazione, ma per l’espressione luminosa dell’essere, per il piacere dell’armonia che sembra un regno perduto nelle ossessioni odierne di artisti declamati tali da un gruppo di critici e curatori di musei dai quali si esce snervati. Ti domandi perché la gente (ed è gente motivata, preparata, non il turista di massa che va alla torre Eiffel per tre ore di coda disneyana) debba arrivare a dire che non s’intende, non ne capisce, e debba magari studiare un pamphlet prima di arrivare al nocciolo della questione sollevata da qualcuno che ha fatto una sala di labirinti arancioni tutti uguali.

parisiensLes Parisiens è un libro illustrato molto carino, da regalare agli adoratori irriducibili di Parigi e da regalarsi per sorridere sui piccoli cliché di cittadini tanto in evidenza da sempre. Scritto da Amandine Pechiodar, gode delle illustrazioni eleganti e ironiche di Kanako Kuzo, motivo per il quale ho comprato il libro, che non so se si trova nelle librerie italiane, ma nei bookshop on line sì.

parisiens2Certo, rispetto ad alcuni decenni fa, quando l’antropologia del parigino era raccontata dalle matite sferzanti di Claire Bretéchér (io la adoravo, oltretutto era bellissima) o di Wolinsky, le cose sono molto cambiate. Allora i parigini erano politicizzati, nevrotici e in crisi nelle relazioni di coppia e di famiglia. Ora sono più modaioli, dediti allo shopping, al jogging, alle feste. Le donne sono magrissime, elegantissime, col tacco, con scollature vertiginose. Non ci sono quei dialoghi infiniti ed esistenzialisti in pagine di fumetti, ma tavole che illustrano la stanza “tipica” della parigina, il bar “tipico”, la festa della fine dell’anno in cui tutti sono attaccati al cellulare (un tempo prendevano in giro noi italiani per quest’uso ormai copiato da tutti), e anche una rottura amorosa tipica di oggi (cioè l’abbandono tramite cellulare).

Ovviamente si parla e s’illustra la solita borghesia ricca, perché ai piani più bassi la gente è travolta da ben altri problemi e pensieri e ansie, prima di tutte come sbarcare il lunario, a Parigi come a Roma o a New York.

Finalmente ho visto un film che da tempo desideravo vedere, Hugo Cabret, di Martin Scorsese, tratto dalla graphic novel di Brian Selznick (grazie anche a Emma che lo ha consigliato qui). Posso dire che ha superato di molto le mie aspettative e che è uno dei rari casi in cui il film si rivela superiore al libro che l’ha ispirato, perché mentre il romanzo illustrato non mi aveva particolarmente commosso, il film mi ha invece emozionato, e benché sia una storia piuttosto intellettuale, metacinematografica e con rimandi alla letteratura, riesce ad essere toccante come – tanto per citare due figure citate dal film – David Copperfield e Charlie Chaplin.

Non so invece cosa ci facessero tanti bambini al cinema. Mi pare un film da ragazzi (adolescenti) e adulti, magari appassionati di cinema, incantati da una Parigi anni ’20 post bellica, dove vivono orfani come Hugo e la sua amica e dove George Meliés, proprio l’inventore del film fantastico e d’intrattenimento, si nasconde dietro i panni di un venditore di souvenir. Mi sono sembrati sconcertati e confusi sia i bambini che i loro genitori, che magari si aspettavano una fiaba, anche di quelle allucinanti e molto catastrofiche che vanno adesso per la maggiore. Prima del bel film, la programmazione della sala ha proposto una serie di rombanti trailer zeppi di mostri, antichi o futuristi, persino mitologici, che minacciano (o minacciarono) la Terra e guerrieri, solitari o eserciti interi, ingaggiati per contrastarli in battaglie si capisce titaniche per tenerci desti, scuoterci, e soprattutto assordarci o, come dicevano con pertinenza i miei prof, rincretinirci.

Stamattina sono andata a rifornirmi di té, la mia bevanda preferita. Sarò banale, ma i miei due gusti preferiti sono l’Earl Grey e il Jasmine, uno per la mattina e uno per ogni momento della giornata. Ci sono anche altre varietà che scelgo ogni tanto, ma siccome sono abbastanza metodica, va a finire che torno sui miei due gusti.

NON USO BUSTINE! Compero il tè in un negozio molto carino, Le vie del té in piazza Ghiberti (a Firenze). E’ una casa del Tè che offre decine e decine di qualità varie, contenute in bellissimi barattoli verdi allineati sulle scaffalature di legno. Si può scegliere leggendo attentamente una lista con la divisione dei té per provenienza e qualità. Per curiosità, qualche volta ho comprato un té giapponese o uno speziato, ma come ho detto, alla fine torno sempre a bomba sul bergamotto e il gelsomino. Nel tempo, mi sono provvista anche di teiera speciale: con colino incorporato, di ghisa oppure, massima sciccheria, tutta di vetro. Questa particolare teiera è perfetta per una varietà di té (gelsomino bianco per esempio) arrotolato in palline che, con l’acqua calda, si dischiudono e allungano le foglie nell’acqua, come fili d’erba, effetto assai scenografico da proporre quando ti arrivano quegli ospiti snob tra capo e collo e tu, naturalmente, non hai assolutamente nulla in casa, soltanto biscotti del Mulino Bianco e magari questo provvidenziale té.

Le vie del té ha anche qualche tavolino per la degustazione (non so se sia giusto questo termine per il té, ma è per intendersi). Sono appunto pochi tavoli dove si può davvero passare un po’ di tempo in santa pace (i bevitori di té di solito sono persone amanti della quiete). Di certo non come il ricordo che ho del famosissimo e visitatissimo Palais des Thés a Parigi, nel Marais.

Intanto era novembre e pioveva a dirotto, anzi è piovuto ininterrottamente per tutti e cinque i giorni in cui io e mio marito siamo stati a Parigi. Non eravamo in vacanza (ero alla Fiera del Libro), ma quando si è in una città del genere e si è italiani provinciali (oltretutto gli italiani sono tutti provinciali, anche i metropolitani romani o milanesi), ci si sente in vacanza e si va a vedere i posti. Io poi, mi sono piccata di andare in questo palé dé té (comm se di an fransé). Si sa come siamo noi ragazze quando ci mettiamo in testa una cosa, no? Sicché, via per queste strade del Marais sotto il diluvio (le diluge), in cerca di ‘sto palé che non si trovava. Mio marito stringeva i denti e l’ombrello tra le dita forse per non strozzarmi sul posto e io dura, eh no bisogna vedé le palé, bisogna andà labà… Dopo un’ora, fradici e sfiniti, vediamo una coda di un centinaio di metri in attesa sotto l’acqua per allé nel palé! A quel punto, mi sono arresa. Ci siamo rifugiati nel primo normalissimo bar e ci siamo sparati una cioccolata calda avec la pannà. Per una volta, in barba al té.

 Carino il nuovo film di Allen, che diverte sollecitando un tema che penso colpisca soprattutto chi ha oltrepassato la mezz’età, e cioè la difficoltà di essere, vivere, comprendere la contemporaneità e dunque la tendenza o addirittura l’ossessione di ripensare con nostalgia al passato, idealizzandolo. Meglio ancora se è un passato che non si è vissuto e che, a posteriori, mostra tutta la sua gloria nelle arti e nella cultura.

Il protagonista, sceneggiatore aspirante scrittore, vaga dunque nella Parigi oh cara che il film mostra attraverso un caleidoscopio di cartoline all’inizio. I toni giallini delle immagini sembrano suggerire che siamo proprio dalle parti delle vecchie immagini d’epoca. Il mondo non è più così, ma quando siamo turisti in una città storica e importante, ci piace pensare che sia ancora un po’ quella della Belle Epoque o addirittura dei ruggenti anni ’20.

Il salto temporale, per lo scrittore Owen Wilson (che sa interpretare benissimo Allen, con gesti e espressioni di Allen da giovane) avviene come il passaggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi: a mezzanotte in punto passa un’auto d’epoca dentro cui ci sono personaggi che lo trascinano nel bel mondo del passato.

Sì, più bello il mondo di un tempo in cui gli artisti erano una compagnia povera, bella e talentuosa, mentre oggi sono tutti famosi già a dodici anni, cantando in qualche trasmissione televisiva e la profetica minaccia di Warhol o chi per lui è divenuta banale constatazione: il quarto d’ora di celebrità per tutti. Eppure, qui ci tocca stare e allora con un pizzico di speranza ci consiglia di vivere dove ci piace di più, in una città bella anche sotto la pioggia e in compagnia di qualcuno che abbia la nostra stessa sensibilità.