archivio

Archivi tag: Razzismo

godhelpVolete un buon libro moderno, una buona letteratura che ci dica qualcosa di oggi, di noi? Questo è il libro: God help the Child, non so quando sarà pubblicato in italiano e ringrazio la tenacia di continuare a studiare l’inglese anche soltanto per poter leggere romanzi come questi. Lo ha scritto una signora che sa il fatto suo, una donna ultraottantenne che sa dirci più e meglio di qualsiasi esordiente che magari, per non sbagliare, per guadagnare, per essere famosa presto e subito, si butta su generi più lucrosi,quelli che si dicono contemporanei e parlano di lupi mannari, roba d’altri tempi.

imgres-2Lei no. Lei, Toni Morrison, va dritta al punto, non teme di affrontare non uno ma diversi temi scabrosi: la molestia pedofila, la trascuratezza e l’incapacità dei genitori, il pregiudizio razziale, l’odio razziale, la paura razziale sul colore della pelle. E lo fa da maestra (premio Nobel 1993): il colore nerissimo terrorizza anche chi è afroamericano, ma che magari ha sfumature meno intense, non ha pelle che sembra una notte buia, e di fronte alla stessa figlia prova repulsione, mai tenerezza, né amore.

Certo, la bambina cresce, anzi, nella società mutata della multiculturalità la sua nerezza diventa affascinante, soprattutto se evidenziata da consigli di un bravo stilista, e può addirittura farle scalare i gradini di un’azienda di prodotti di bellezza, perché oggi “black is the new black” e vende.

Ma un romanzo contemporaneo non è una semplice fiaba sul genere della mia “Black Snowwhite”. Così a questa storia s’intrecciano quelle degli altri personaggi, tutti collegati dalla pedofilia che sfiora o distrugge i bambini, e gli adulti se sono genitori o insegnanti, e non è detto che siano indenni dal pericolo i figli di famiglie amorose e attente, che parlano con i figli e li incoraggiano e forse non li mettono sufficientemente in guardia dal male, dall’orrore.

Non mi vergogno a dire che mi sono molto commossa a leggere questo romanzo superbo, moderno, incalzante, che sa mostrare i diversi e complementari punti di vista, che ci sorprende e ci fa riflettere profondamente. Che dopo una lunga e tenera descrizione di due giovani che stanno per avere un bambino e sognano per lui tutto il bene possibile, senza errori, senza distrazioni, chiude con un secco: “Così credevano”, perché l’educazione è anche un atto di fiducia, di speranza e un po’ di presunzione.

SELMA-posterSarò sincera: pensavo che Selma, il film che racconta una battaglia fondamentale della lunga, faticosa e tragica strada del riconoscimento dei diritti di base per gli afro-americani, fosse il solito polpettone agiografico . Pensavo cioè a un film abbastanza retorico e senza mezzi toni: un po’ lo è, con i bianchi razzisti, sprezzanti, orrendi, brutali (d’altra parte i razzisti erano appunto tutti bianchi) e i neri generosi, buoni, gentili, comprensivi e lungimiranti, ma va bene così.

E’ difficilissimo raccontare un personaggio come Martin Luther King senza farne un santo (e il film riesce a renderlo umano, con fragilità e dubbi), e quasi impossibile non creare le contrapposizioni tra buoni e cattivi. Anzi, la regista Ava DuVernay riesce almeno a mostrarci il giochino degli interessi politici che stanno dietro alle grandi battaglie sociali.

Di certo, un film così almeno può raccontare cosa è successo nell’arco di vent’anni a chi è giovane e crede che il mondo occidentale e quello americano in particolare sia sempre stato beneficiato da diritti di uguaglianza e magari non sa che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile un Presidente americano di colore. In sala, alcuni ragazzi americani apparivano visibilmente scioccati.

Il nuovo romanzo di Lia Levi, intenzionalmente intitolato La notte dell’oblio (edizioni e/o), è in realtà un inno alla memoria delle basi sulle quali si fonda il nostro paese: la capacità di risorgere su macerie di una guerra, di una dittatura, della violenza razzista, dell’orrore, grazie alla grande creatività, la forza, la speranza, la fiducia e l’energia rappresentate nel romanzo dalla meravigliosa figura di Elsa, rimasta vedova con due figlie dopo l’orribile scomparsa del marito vittima della delazione contro gli ebrei.

Elsa, donna ebrea borghese, trasforma il suo talento di sarta in un mestiere e un’arte. Come la sua omonima Elsa Schiaparelli, la celebre stilista dei primi del ‘900, disegna e cuce stupendi abiti da sposa, iniziando con una semplice sposa di guerra e adoperando un lenzuolo (un po’ come fece la Schiaparelli con un abito fatto a maglia di una rifugiata). Nella Roma del dopoguerra, Elsa diventa una stilista come le famose sorelle Fontana, che qui sono citate indirettamente per l’abito da sposa confezionato alla diva Linda Christian. Perché è la loro vita che Elsa sta ripercorrendo, quella delle tre ragazze di talento Zoe, Micol e Giovanna, che in piena guerra fondarono una maison dove in seguito furono creati gli abiti per dive e principesse. Naturalmente, il romanzo ha molte sfaccettature e temi che si intersecano, primo tra tutti la ricerca di verità e giustizia, compito di Dora, la figlia minore di Elsa, tenace nel cercare la verità del destino di suo padre.

Mi chiedo come si pensi al periodo della seconda guerra mondiale, e al dopoguerra, oggi. Sembra così lontano e appannato, davvero rischia di cadere nel più implacabile oblio. Il merito di romanzi come questi, che ha dalla sua la grande eleganza stilistica, la vivezza dei personaggi, e il respiro della narrazione che procede con un ritmo cadenzato e lineare, trascurando gli effetti che vanno tanto di moda oggi, è proprio di ripercorrere una traccia, e rimetterla a fuoco, offrendo anche molta speranza a chi è giovane oggi e deve sopravvivere a una guerra invisibile dettata dall’economia, senza macerie evidenti, ma con il suo apparato di corrotti, mafiosi, inumani manager, killer aziendali, gelidi esecutori, spioni e ricattatori, che nelle guerre appaiono vincitori, ma a guerra finita risultano i primi sconfitti.