archivio

Archivi tag: relazione padre-figlio

L’Italia è l’approdo di una parte del mondo che scappa da guerre e violenze, miseria, morte, e si butta in mare da oltre venticinque anni. Perché è da oltre un quarto di secolo che stiamo parlando di “emergenza” e non di un esodo continuo, condotto da trafficanti di uomini, protetto da criminalità, utilizzato nelle propagande politiche di ogni tornata elettorale, per essere ancora lì sotto i nostri occhi assuefatti, che  non vogliono più guardare.

Davide Enia, drammaturgo e romanziere, siciliano, ha scritto su questa nostra lacerante storia un libro molto bello, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che esorterei a leggere soprattutto chi amministra città, chi governa e si abbandona alle solite sciocchezze da bar, anziché affrontare con coraggio, visione positiva, responsabilità e autorevolezza un grande fenomeno globale, in cui l’Italia si trova ad essere protagonista per il salvataggio delle vite in mare. E vi garantisco che c’è da piangere quando si rilegge cosa fa la nostra Capitaneria di Porto, vengono i brividi quando in mezzo al mare, in un battello dove metà dei componenti sono cadaveri putrefatti, finalmente si vede profilare la nave italiana, che non abbandona né fugge, ma va dritta a salvare i superstiti.

Enia mescola racconto di cronaca nell’isola-zattera Lampedusa (dove, come scrive, non è corretto dire che “sbarcano” ma “approdano” i fuggitivi) a riflessione autobiografica, alternando il viaggio come fuga al viaggio interiore come consapevolezza, e ricorda che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità”, la verità di chi è scappato, che un giorno racconterà com’è andata, qual era “l’esatto prezzo della vita in quelle latitudini del mondo”.

 

 

Annunci

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389Francesco Costa  / AC-Costa al Cinema

 

 


 

 

steve_jobs_locSTEVE JOBS

Titolo originale: id.; regia: Danny Boyle; sceneggiatura: Aaron Sorkin, dal libro di Walter Isaacson; direttore della fotografia: Alwin H. Küchler; scenografia: Guy Hendrix Dyas; costumi: Suttirat Anne Larlab; montaggio: Elliot Graham; musica: Daniel Pemberton; produzione: Danny Boyle, Guymon Casady, Christian Colson, Mark Gordon e Scott Rudin; durata: 122’; nazionalità: Usa; anno: 2016.

Interpreti: Michael Fassbender (Steve Jobs), Kate Winslet (Joanna Hoffman), Seth Rogen (Steve Wozniak), Jeff Daniels (John Sculley), Katherine Waterston (Chrisann Brennan), Perla Haney-Jardine (Lisa Brennan).

Sulla movimentata esistenza di Steve Jobs, fondatore della celebre fabbrica di computer Apple scomparso a soli 56 anni nel 2011, era già stato realizzato un film con Ashton Kutcher, passato del tutto inosservato, e anche questa seconda versione firmata da Danny Boyle non era stata esattamente un successo di botteghino alla sua uscita nelle sale, ma il consenso dei critici e una grandinata di candidature prima al Golden Globe e poi al premio Oscar l’hanno aiutata a riscuotere anche un crescente favore da parte del pubblico.

Si può intanto affermare senza timore di sbagliarsi che Steve Jobs spartisce con il farsesco Uno, due, tre (diretto nel 1961 a Berlino da Billy Wilder) il primato del film più parlato della storia del cinema. Dialoghi incalzanti, un continuo botta e risposta, personaggi che sbraitano l’uno contro l’altro, ed è scontato che tutto questo richiede un cast di suprema bravura, perché il ritmo non rallenti, ma il film di Danny Boyle è al riguardo inattaccabile: il fantastico Michael Fassbender, candidato al premio Oscar per il ruolo di Steve, ha un talento che gli permette di affrontare qualsiasi sfida, e intorno a lui si allinea uno stuolo di straordinari comprimari, fra i quali spicca la superlativa Kate Winslet, già premiata con il Golden Globe e nominata per l’Oscar alla miglior attrice non protagonista, nei panni di Joanna Hoffman che di Jobs era la segretaria, il braccio destro, la confidente, il Grillo Parlante, un mentore insostituibile e tante altre cose…

Il film è rigorosamente suddiviso in tre atti ciascuno dei quali corrisponde a una data fatidica nell’inarrestabile scalata al successo di Steve Jobs perché vi si annunciava il lancio sul mercato di un prodotto che avrebbe fatto epoca: nel 1984 il Macintosh, nel 1988 NeXT Computer e nel 1998 l’iMac. In tutt’e tre le occasioni si rincorrono tensioni e ripicche, inganni e tradimenti, battibecchi incessanti e pretese (da parte di Steve) talvolta irragionevoli: se la parte iniziale richiede forse un’attenzione particolare e magari anche una preparazione specifica per essere compresa, la seconda parte si concentra fortunatamente sugli aspetti più intimi della personalità di Steve Jobs, un egocentrico narcisista che era incline all’anaffettività anche a causa della sua tribolata infanzia di trovatello. Bambino abbandonato da una madre single e poi adottato da Paul e Clara Jobs dopo essere stato rifiutato ad appena un mese di età da altri due coniugi, aveva serie difficoltà ad abbandonarsi ai sentimenti e per anni ha negato di essere il padre della piccola Lisa, avuta da una pittrice visibilmente squilibrata, e si è deciso a riconoscerla soltanto nel 1986. E’ l’aspetto più coinvolgente del film che culmina in un finale sorprendentemente toccante quando, sotto gli occhi della fida Joanna, il riottoso Steve e sua figlia Lisa riescono a creare un’intesa reale dopo l’ennesimo scontro, e va detto che è indagata con grande finezza la complessa relazione fra padre e figlia (senza dimenticare il miracolo di scegliere per il ruolo Lisa tre meravigliose attrici perché il personaggio ha un’età diversa, passando dai 5 ai 19 anni, in ciascuno dei tre atti che scandiscono il racconto), ma la vera sfida che il film vince è che, nonostante duri due ore e sia prevalentemente girato in interni, la storia fila come un treno e non conosce un momento di noia, quando tutti sappiamo che disgraziatamente ci capita spesso di incappare in film che durano soltanto ottanta minuti e sembrano lunghi oltre due ore.

Il merito di questa riuscita non risiede tanto nella pur dinamica regia di Danny Boyle o nelle formidabili prestazioni degli interpreti quanto in una sceneggiatura impeccabile (scritta da Aaron Sorkin) che andrebbe fatta studiare non soltanto a chiunque voglia firmare i dialoghi di un film, ma anche e soprattutto ai produttori che si assumono spesso la responsabilità di immettere sul mercato cinematografico (ovviamente per pochi giorni perché il pubblico non abbocca, essendo meno scemo di quanto loro sperano) pellicole senza capo né coda, con eroi e sentimenti di plastica. Storie a una dimensione, insomma: la complessità continua a fare paura.

Francesco Costa

 

misachefuoriCome si chiama qualcuno che ha perso un figlio? Non c’è una parola non solo in italiano, ma neppure in altre lingua. Bisogna risalire alla Bibbia per trovare, in ebraico la parola “av shakul” al maschile e “em shakula” al femminile, da “shakul” perdere un figlio. Dice bene Concita De Gregorio, in questo piccolo, commuovente, tremendo libro “Mi sa che fuori è proimavera” (Feltrinelli, appena uscito): la morte di un figlio è “la misura aurea del dolore”, perché inconcepibile, innaturale, il più orrendo dei dolori, che immaginiamo insuperabile, anzi, non lo immaginiamo proprio, di solito lo rimuoviamo.

Così, è davvero emblematica la storia di Irina Lucidi, “em shakula” di due bellissime gemelle di sei anni, sottratte dal marito una mattina e scomparse, e non è stato nemmeno possibile sapere se e come sono morte, perché il padre si è suicidato: un fatto terribile di cronaca di cinque anni fa. Lui era svizzero tedesco, e forse questo fatto, che fosse svizzero e non di altra minacciosa origine, di qualche paese in odor di terrorismo, ha rallentato se non addirittura scoraggiato le indagini. In più Irina invece è italiana e in Svizzera un’italiana non è proprio come gli altri.

Dunque: non si tratta solo di ricostruire uno di quei fattacci di cronaca nera, si tratta di andare anche a scandagliare pregiudizi, negligenze, stereotipi, di vedere come infine una persona può continuare a vivere, perché “di dolore non si muore”, e fondare coraggiosamente un’Associazione per la ricerca dei bambini svizzeri scomparsi (www.missingchildren.ch), andare avanti, credere nell’amore e nella vita. Un libro difficile da leggere, ma da leggere d’un fiato, per riflettere, per interrogarsi sulle relazioni umane.

boyhood locSiamo qui, in questo mondo, a sperimentare. Nessuno ha un’idea precisa, sceglie direzioni, e può darsi che sbagli non una ma cento volte, come in un bosco dove non si riesce ad orientarsi. “Stiamo improvvisando” dice il papà di Mason, protagonista di “Boyhood”, il film “non-film” girato da Richard Linklater in dodici anni con lo stesso cast che in parte cresceva (i ragazzini), in parte invecchiava (gli adulti). Grande progetto, riuscito e acclamato, per un falso documentario sulla crescita.

Il senso del film, scritto via via che si girava nel corso degli anni, mi pare un po’ questo: che la vita si fa vivendola, soprattutto in tempi dove non c’è più un’ideologia o una religione a determinare le azioni collettive e personali. E in un’epoca in cui sono saltate anche le barriere generazionali, così la vita che fa un ragazzo non è poi dissimile da quella che fa suo padre: si beve, si suona, si vede amici, ci si veste in modo simile, si usa lo stesso linguaggio, e ci si pone le stesse domande (“Ma qual è il senso?” “Il senso di cosa?”). La differenza è in quella parola che tutti ripetono come un mantra: la responsabilità. Quando si è adulti si dovrebbe essere responsabili di noi stessi e magari degli altri, per esempio dei nostri figli, ma non è un obbligo, piuttosto una scelta.

Diciamo che a me questo film ha messo tristezza: non c’è gioia, né spensieratezza nell’infanzia e nell’adolescenza di bambini sballottati qua e là, con un padre biologico lontano e uno putativo ubriacone e violento, con una mamma che deve cavarsela da sola, con molta forza e coraggio. La famiglia è quella naturale di base, madre e figli, il resto sono variabili. Ci sono anni che passano in attesa di crescere, di levarsi di casa, iniziare la propria esistenza, liberarsi dal bullismo e dalle ragazze insensibili, dagli adulti che non comprendono ma controllano. Sperando di trovare un percorso proprio, indicato dal talento o da chissà cosa, dentro questo bosco ignoto che è la vita.

birdmanI supereroi sono eterni, ma i poveri attori che in anni fulgidi della loro carriera li interpretano sono destinati a diventare vecchi, rugosi, un po’ spelacchiati e cercano il riscatto di un talento che hanno piegato alla celebrità e alla macchina per soldi delle megaproduzioni. Così ironizza il bravissimo Inarritu nel suo ottimo “Birdman” che poi sarebbe una parodia di “Batman” tanto più che l’interprete principale è Michael Keaton che negli anni ’90 interpretò i primi due Batman diretti da Tim Burton. Da allora, supereroi a iosa sugli schermi, non se ne può quasi più, e il cinema sembra tutto colonizzato da questi blockbuster che attirano e narcotizzano il pubblico con dosi massicce di azione, battaglie, lotte mortali e pure un po’ di psicologismo spiccio su lati oscuri e lotte interiori del supereroe medesimo.

Allora il film di Inarritu, girato prevalentemente dentro l’angusto spazio di un teatro di Broadway, diventa la riflessione sul mestiere dell’attore e sul suo naturale e inappagabile narcisismo, sulla sua inestinguibile sete di essere approvato e ammirato, più che amato. Quanto ad amare, lasciamo perdere: marito pessimo e padre fallito, il nostro protagonista deve almeno mostrarsi eccelso sul palco, per il quale ha ceduto tutta la vita e pure i soldi.

Girato con un ritmo che toglie il respiro, rutilante come il rollio di sottofondo della batteria che poi si vedrà in una scena, diventando di colpo non musica extratestuale, ma diegetica. nel gioco continuo che il regista ci offre tra finzione e verità, dentro un film che gioca con i ruoli degli attori e delle loro stesse interpretazioni, e cioè Keaton-Batman, Edward Norton un po’ alter ego di Hulk un po’ Fight Club, e la ragazzina tossica Emma Stone, fidanzatina di Spiderman, il film non ci offre un finale, non è lì per farci la morale né dire cos’è meglio, cos’è più cultura. Ci mostra invece come si può fare un film di grande effetto senza effetti speciali e mostri intergalattici, ci ricorda che il teatro è la vera palestra degli attori, benché sia frequentato da poche centinaia di persone rispetto allo sterminato popolo del web a cui basta vedere uno in mutande per cliccare “like”. Ma come dice Keaton a un certo punto: miliardi di mosche mangiano la merda, ma non vuol dire che è buona.

 

 

sdraiatiQuando un libro ha un successo popolare come Gli sdraiati di Michele Serra (Feltrinelli), evidentemente tocca sensibilità collettive, e allora forse meglio leggerlo. Queste sensibilità però sono sempre quelle della gente di una certa età di cui ho detto nel precedente post, che Serra evidentemente è capace di accentrare nella figura del padre ostile, che non si raccapezza con il figlio adolescente, lo sdraiato che dorme di giorno e vive di notte ed è costantemente altrove grazie allo smartphone, in ogni luogo tranne che a scambiare due parole con il suo papà.

Che tristezza.

E anche: che noia. E soprattutto sai che novità. Leggendo il libro, non ha fatto altro che venirmi in mente il mio, di padre, negli anni ’70 del secolo scorso, furibondo con le sue due figlie strambe, sempre attaccate al telefono con gli amici, sdraiate (anche noi) sui divani e sui letti a blaterare (fumando come treni) e pontificare sul mondo, perché si pontificava parecchio sentendosi piccoli cristi in terra e questo vizio a qualcuno è rimasto addosso, per esempio a Serra che ha più o meno la mia età.

Poi c’era la musica rock a tutta manetta (almeno i nostri figli hanno il buon gusto dell’auricolare), musiche che papà giudicava “barbare” (essendo melomane e amante dell’opera lirica), e una moda folle per cui portavamo in pieno inverno gli zoccoli e le gonne di garza. E poi cianciavamo di politica, convintissimi che eravamo vicini a una rivoluzione (niente meno!). I maschi si acconciavano e atteggiavano a profeti (non hanno mai smesso).

Caro Serra, che tanto con mi leggi, prima di scrivere un libro così uggioso sui figli di oggi (avendo l’età per i nipoti), ti dirò un piccolo aneddoto personale. Mia madre una volta è venuta con me al liceo di mio figlio, per un colloquio con i professori. Era l’ora di ricreazione e per il corridoio passeggiavano le tribù contemporanee: hiphopper, tatuati, piercingizzati, le brave bambine, le ragazze dark, gli straccioni con capelli rasta, gli astronauti con le cuffie sempre all’orecchio, una miscellanea di umanità che ha fatto commentare la vecchia signora: “Mamma mia come sono i giovani di oggi!” Poi si è voltata verso di me e ha sbottato: “Voi però eravate peggio.”

Pensaci.

complesso-telemacoLo psicanalista Massimo Recalcati ci aiuta a orientarci in una società dominata dal narcisismo, da un individualismo infantile e regressivo, dove si è abbandonata una legge alla quale siamo sottomessi tutti come esseri umani, la “Legge della Parola”, che delimita e regola l’esperienza umana, permettendo di controllare e liberarsi dalla violenza, dall’angoscia, dalla depressione.

Questo suo ultimo volume di riflessioni, “Il complesso di Telemaco” (Feltrinelli), dopo i suoi illuminanti volumi dedicati alla figura del padre, ci accompagna dentro la relazione genitori-figli, dal punto di vista dei giovani, dei figli che spesso sono “capofamiglia”, considerati spesso “partner” o “amici” da adulti non cresciuti, che rifiutano il ruolo di maturità che gli compete, genitori che non vogliono essere o fare i genitori, ma eterni ragazzi.

Proprio ieri sera in televisione ho visto un intervistato che definiva il nuovo premier “un ragazzo come noi”: quarantasei anni e uno è sempre ragazzo, con capelli (se ne ha) incanutiti, in jeans e scarpe da ginnastica sporche. Per carità: dal momento che nonni venerabili hanno preso il posto dei padri, è chiaro che i padri sono ragazzi e i figli una specie di nulla, dal momento che nessuno lascia loro il posto, o come dice Recalcati “non assume le conseguenze simboliche della loro parola”. Così, milioni di giovani, ammonisce lo psicanalista (e chi è genitore sa che è vero, avendone la diretta esperienza) vivono come prigionieri volontari nelle loro camerette, senza desideri, né prospettive, senza possibilità di avvenire, in un presente di godimento obbligatorio, nella “dispersione ludica”. Sono dei Telemaco diseredati che popolano la “scura notte dei Proci”.