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Il film italiano più bello dell’anno, Tutto quello che voglio di Francesco Bruni,  l’ho visto in un orrido cinema d’essai senza aria condizionata e con le poltroncine di finto vellutino, nelle peggiori condizioni quindi per godersi uno spettacolo.

Ma il film è coinvolgente al punto che riesci a uscire dal corpo tormentato dall’ultima sala di stampo brechtiano (mi riferisco alla teoria per cui lo spettatore doveva essere sempre cosciente di sedere in teatro, quindi non stare comodo, figurarsi sparapanzato) e fatti trascinare dentro una bella storia di incontro tra generazioni ormai sideralmente lontane quali un anziano ultra ottantenne, poeta e minato dall’Alzheimer, e un ventenne NEET (not in education employment and training) di oggi, che cammina pericolosamente lungo quella linea sfocata di confine con la delinquenza, fatta di piccolo spaccio e pestaggi, alimentati da una rabbia cieca.

Uno straordinario Giuliano Montaldo presta la sua personalità all’anziano poeta che ricorda Mario Luzi, toscano e autore di magnifiche poesie anche sulla seconda guerra mondiale (inoltre, senatore a vita e amico di Sandro Pertini) una guerra che i giovanissimi di oggi devono andare a cercare sul web, perché chi ricorda una data, un nome? Ma il contatto non tanto con la poesia (che c’è nei libri di scuola come testimonianza del passato), quanto con il corpo del poeta, la sua biografia, le sue parole, trasformano un ragazzo ignorante in una persona sensibile, più consapevole e infine pronta ad aprirsi all’altro, a innamorarsi, a chiedere scusa e a saper trovare le parole per le emozioni.

Interessante e divertente che le poesie di stampo classico e un po’ “alla Luzi”, siano state scritte da Simone Lenzi, leader dei Virginiana Miller e scrittore, che appare nelle vesti del parroco officiante il funerale, al termine del film.

Peccato per il titolo di questo bel film che porta fuori strada, rispetto al tema relazionale. Avrei preferito qualcosa sul genere “Io e il poeta”, ma forse i produttori alla parola poeta si terrorizzano, senza sapere che la poesia va molto di moda: vadano a sentire un reading di Catalano, e capiranno.

Romanzo ambizioso, Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa (Mondadori 2017, una copertina splendida), che racconta un trentennio di storia italiana (dai ’60 ai ’90 dello scorso secolo) attraverso una coppia siciliana, carabiniere lui, ragazza semplice, sposa sedicenne lei.

Non è affatto una storia romantica, la loro, anzi: la giovinezza li rende impacciati, spaventati ed estranei fin da subito, dentro un matrimonio che va avanti giusto perché il carabiniere Mario è spedito a Roma e torna raramente in Sicilia, dalla giovane moglie Melina e dalla bambina Maria concepita subito. O forse sarebbe andata meglio se i due ragazzi si fossero conosciuti meglio, apprezzati pian piano, e avessero preso abitudine uno all’altro? Chissà: come al solito non c’è una seconda recita per la nostra unica rappresentazione su questo mondo.

Naturalmente, la famigliola non è unica protagonista di un romanzo che attraversa trent’anni di storia italiana: c’è una zia simpatica e vitale, c’è la vicina dal grande cuore mamma Africa, c’è il mafioso, e soprattutto c’è, come dice infine l’autrice, un’intera città, Palermo, con il suo mercato, la gente che viene da ogni parte del mondo, la capacità di accogliere e di far convivere le persone.

Un libro che si legge volentieri, scritto con passione, che per me ha il limite della focalizzazione multipla dei personaggi in una narrazione tutto sommato circoscritta, che sembra sfiorare temi più che impegnarvisi. Maria, che appare all’inizio la protagonista, descritta minuziosamente e indagata nei pensieri, a tratti scompare nelle pieghe di altre vicende, ricordandoci che c’è un narratore esterno a tenere le fila, e dunque impedendoci di abbandonarci completamente alla storia, facendoci commuovere o stupire.

lapenaNon ci sono personaggi positivi, in questo thriller dell’autrice canadese Shari Lapena, una delle numerose esordienti di talento nordamericane che subito accedono al massimo successo nel mondo letterario, grazie alla potenza di fuoco di un mercato che piazza i libri in tutto il mondo (questo è il Canada, ma è simile agli USA)

La ex avvocato e ex insegnante ci racconta in La coppia della porta accanto (Mondadori) la storia del rapimento di una neonata mentre i genitori sono a cena dai vicini di casa. In più, si capisce fin dall’inizio che le cose non quadrano: la mamma della rapita soffre di depressione e ha un passato ancora più oscuro; il papà ha grossi guai economici con la sua azienda. Ci si mettono anche la vicina fatalona, cinica, antipatica, il suocero arrogante e spietato, la suocera superficiale, insomma, un gruppo di personaggi che fanno invidia a “Carnage” (la piece magnifica di Yasmina Reza, in italiano Il dio del massacro, diventato film di Polanski nel 2011 ).

La storia è scarnificata da ogni divagazione o descrizione, da altri personaggi o situazioni, procede per narrazione asciutta e attraverso il dialogo oppure domande introspettive che si pongono costantemente i personaggi tormentati dai sensi di colpa. Si capisce che è già pronta per un film, un po’ tipo “Gone Girl” dove ugualmente non c’era uno che si salvasse.

Ho come il sospetto che queste autrici (spesso donne) escano da una sorta di factory, quella di corsi di scrittura dove si realizzano storie ben congegnate grazie all’uso brillante di archetipi narrativi (per quanto riguarda Young adult gli schemi di Propp) e di quelle domande che l’insegnante spinge a porsi e che poi finiscono nella scrittura. Non è il primo romanzo che leggo, dove trovo la raffica di domande che i personaggi pongono a se stessi e dunque al lettore, partecipe della loro angoscia anche perché, in questo caso, si trova nel ruolo del genitore imperfetto e attanagliato dalla paura di sbagliare e non essere all’altezza di un ruolo non più naturale ma sociale.

galateoSe volete fare un bel regalo, comprate il libro della soave Elda Lanza, una meravigliosa signora di novantadue anni, che ha lavorato in televisione in gioventù e ora scrive, per esempio questo semplice manuale di buone maniere intitolato “Il tovagliolo va a sinistra”(Vallardi), che oggi più che mai mi sembra indispensabile.

Non tanto per apparire, per affettare chissà quale etichetta che peraltro è ignorata ovunque tranne che nelle ambasciate e nelle corti, non per essere blasé, ma per conoscere e ricordare quella gentilezza, quella cortesia sempre più rara, che permette a chi la possiede di muoversi con grazia e leggerezza, con sicurezza, nel mondo delle relazioni. Saper sorridere, salutare, sapersi muovere senza impaccio, senza villania, con il rispetto di chi è più anziano, con il tatto che ci vorrebbe un po’ di più. Perché non è affatto vero che è meglio chi “dice quel che pensa”, o che “parla come mangia” soprattutto se mangia e se pensa molto male. E’ meglio chi sa esprimersi con onestà e gentilezza, senza offendere e senza dissimulare.

La signora Lanza conosce il mondo di oggi e propone una sorta di galateo per cellulare, internet, per salire e scendere in ascensore, per viaggiare senza abbrutirsi, per entrare nelle relazioni contemporanee che sembrano oggi più informali e spesso lasciano le persone più tragicamente incerte e isolate, senza saper come salutare o parlare agli altri, come presentarsi, come esprimersi. Un libretto che bisogna proprio avere sempre a portata di mano, ve lo dice una che ha sulla sua scrivania il glorioso Galateo di Monsignor della Casa, cinquecento anni portati molto bene.

 

1452098_635743198919369853_francesco_costa_299x389   Francesco Costa  /  AC-Costa al Cinema

 

 


 

immLA CORRISPONDENZA

Regia, soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore; direttore della fotografia: Fabio Zamarion; scenografia: Maurizio Sabatini; costumi: Gemma Mascagni; montaggio: Massimo Quaglia; produzione: Isabella Cocuzza e Arturo Paglia; musica: Ennio Morricone; durata: 116’; nazionalità: Italia; anno: 2016.

Interpreti: Jeremy Irons (Ed), Olga Kurylenko (Amy), Shauna Macdonald (Victoria), Simon Anthony Johns (Jason), Anna Savva (Angela), Paolo Calabresi (Ottavio).

Giuseppe Tornatore ha vinto nel 1988 il premio Oscar per il miglior film straniero con Nuovo Cinema Paradiso, ma nella versione voluta, anzi imposta, dal produttore Franco Cristaldi che tagliava di netto tutta la seconda parte del racconto in cui il protagonista tornava disilluso sui luoghi dell’infanzia per crogiolarsi nei ricordi. In quell’ormai lontano episodio, che forse pochi ricordano, il regista avrebbe dovuto cogliere un monito di cui tener conto durante la stesura delle future sceneggiature, ma ci si deve ormai arrendere al fatto che non ce la fa proprio a risparmiare agli spettatori l’implacabile accavallarsi di innumerevoli prefinali che li costringe a boccheggiare in platea in attesa del vero finale che sembra non arrivare mai. Con l’eccezione del tetro La sconosciuta che, tagliato con la dovuta secchezza, non contiene un fotogramma di troppo, a ogni film del regista siciliano si potrebbe tagliar via almeno mezz’ora senza con ciò danneggiare il racconto che ne trarrebbe anzi un oggettivo miglioramento. Sussurrata a fior di labbra alla conclusione di ogni suo film, la verità è che vanno giudicate in modo diverso le sue due attività: il regista Tornatore ha un tocco inconfondibile, ma lo sceneggiatore Tornatore non sa scrivere. Ignora troppi fattori decisivi per la riuscita di un racconto: la progressione drammaturgica che deve scandirne le fasi, il valore della concisione, la distanziazione ironica che potrebbe alleggerire l’enfasi dei suoi dialoghi e, in quest’ultimo film che è sicuramente il suo peggiore, anche un ritmo che tenga sveglia la platea, ma a questo punto bisogna parlare di che cosa tratti La corrispondenza.

“Noi due siamo tutto un mistero altrimenti non staremmo insieme!”

Quest’uscita sublime (la prima di tante, e mette tristezza immaginare il regista che si spreme le meningi per cesellare queste scempiaggini) la sussurra nella scena iniziale la bellissima Amy all’attempato Ed mentre si stringe ardentemente a lui in una stanza d’albergo, e basta a far capire che il film parte male. Dopo aver baciato Amy, Ed esce di scena nel senso letterale del termine: non lo vedremo più se non sullo schermo di un computer perché, come certi astri ci appaiono vivi e brillanti anche dopo la loro morte, lui finge di essere vivo, ma è in realtà stato stroncato da un male incurabile. Valente astrofisico, tormenta l’infelice Amy (e gli incolpevoli spettatori) con massicci invii di lettere, cd, messaggi, in cui sputa sentenze sul cosmo e ripete all’amante quanto l’ami senza capire che, se l’amasse davvero, la lascerebbe in pace. Dopo quasi due ore di questa solfa, il finale è prevedibile: Ed non può certo resuscitare e la bella Amy dovrà pur piantarla di vagare affranta da un luogo all’altro, inseguita dal flebile commento musicale di Ennio Morricone che ha fornito prove ben più vivide del suo talento. C’è da aggiungere che Amy lavora come stuntgirl in film d’azione, uscendo puntualmente illesa da incendi o incidenti stradali quando in realtà spera di rompersi l’osso del collo per espiare la colpa di aver involontariamente causato la morte del padre, ma è una sottotrama di cui non si dice molto e di cui non c’importa niente, visto che del defunto non si vede neanche una foto.

La povera Olga Kurylenko regge da sola il peso del film, dal quale neanche un mostro di bravura come Meryl Streep uscirebbe indenne, e sarebbe iniquo infierire su di lei perché l’ex indossatrice ucraina rivela invece buone capacità di attrice nel riuscito Perfect Day del regista spagnolo Fernando Leon de Aranoa, che si può forse ancora recuperare in qualche sala. Film di ben altro livello, ambientato nei Balcani durante il conflitto serbo-croato, segue un gruppo di operatori umanitari, incaricati di tirar fuori un cadavere da un pozzo in una zona minata. Refrattari a ogni forma di stanzialità, i moderni picari spendono i giorni fra ripicche e sberleffi, schermaglie erotiche e sostanziale affinità d’intenti. In una girandola di emozioni genuine e di dialoghi scoppiettanti, la fascinosa Olga dà la replica (ma non su Skype) ad attori del peso di Benicio del Toro, Mélanie Thierry e Tim Robbins. Oscillante fra umorismo e commozione, il finale arriva al momento giusto e non quando si dispera di poter mai uscire dal cinema, e sui titoli di coda risuona, dono impagabile, la stupenda voce di Marlene Dietrich che lamenta gli orrori di ogni guerra! Chi può, corra a vederlo!

Francesco Costa

mariasHo iniziato l’anno con la lettura dell’ultimo romanzo di Javier Marias, uno degli scrittori che preferisco. E’ una lettura “slow”, lenta appunto, perché i libri di questo autore spagnolo non sono di genere, vanno gustati lentamente, a volte tornando su frasi o addirittura pagine, per la profondità delle riflessioni, per la descrizione acuta dei personaggi e delle relazioni che questi intessono, per la complessità di queste relazioni apparentemente semplici, innocue, “normali” e mai tali perché si cela sempre un mistero.

Come appunto accade in questo “Così ha inizio il male” (Einaudi, 2014) dove l’io narrante è un giovane assistente di un produttore e regista cinematografico, Muriel, un uomo affascinante, dagli occhi azzurri e la benda su un occhio (come Alain Delon-Tancredi in “Il Gattopardo” di Visconti), sposato con una donna che costantemente demoralizza, svilisce, disprezza, in un gioco al massacro che la donna sembra subire come una sorta di espiazione. Ma cos’è successo tra quei due?

Ci vuole pazienza, e soprattutto voglia di scandagliare l’animo delle persone, la vita, e anche una società diversa, non soltanto perché spagnola ma perché ambientata a trent’anni fa, negli anni Ottanta del dopo franchismo, ammantato di ambiguità politiche e sociali, segreti, ricatti. Ci vuole piacere della lettura, che non si consuma in poco tempo, in fretta, ma si prova in un tempo disteso, per pochi capitoli alla volta, magari la sera prima di addormentarsi, come si faceva prima che la televisione e i suoi diecimila canali di sciocchezzaio riempissero le nostre case giorno e notte. Ma nelle sere che iniziano alle cinque del pomeriggio, mentre fuori piove e fa un freddo autunnale, vale la pena immergersi in un libro come questo.

 

invisibiliCon l’estate, gli anziani restano spesso in città, se sono fortunati in belle case con aria condizionata e la figura tutta italiana della “badante”, altrimenti in piccoli e soffocanti mono o bilocali, con l’unico svago del supermarket, dove approfittare anche di un po’ di fresco.  Figli e nipoti, se ci sono, probabilmente non hanno tempo né voglia di occuparsi di persone fragili e un po’ lamentose, figurarsi portarsele in vacanza, come faceva mia mamma (santa) con un vecchio zio.

Eppure qualche giovane che osserva e comprende molto bene gli anziani c’è. Per esempio il simpatico Fabio Bartolomei che scrive questa divertente storia di anziani irriducibili, La banda degli invisibili (e/o) in cui Angelo, ex partigiano, Filippo, Ettore, Osvaldo decidono di rapire nientemeno che Berlusconi, capo del governo nel momento in cui è stato scritto il libro e anziano pure lui, ma del tipo “diversamente anziano”.

Com’era prevedibile, l’azione fallisce e i nostri eroi sono subito acciuffati dalla polizia. “Ma come vi è venuto in mente?” chiede il commissario, incredulo e comprensivo. “Volevamo solo che ci chiedesse scusa” risponde Angelo. Scusa di aver sperperato un patrimonio messo insieme con fatica e sacrifici da signori come Angelo e gli altri: un patrimonio chiamato “Paese di cui andare orgogliosi”, una frase che purtroppo tutti si piccano di ripetere a sproposito.