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Il film italiano più bello dell’anno, Tutto quello che voglio di Francesco Bruni,  l’ho visto in un orrido cinema d’essai senza aria condizionata e con le poltroncine di finto vellutino, nelle peggiori condizioni quindi per godersi uno spettacolo.

Ma il film è coinvolgente al punto che riesci a uscire dal corpo tormentato dall’ultima sala di stampo brechtiano (mi riferisco alla teoria per cui lo spettatore doveva essere sempre cosciente di sedere in teatro, quindi non stare comodo, figurarsi sparapanzato) e fatti trascinare dentro una bella storia di incontro tra generazioni ormai sideralmente lontane quali un anziano ultra ottantenne, poeta e minato dall’Alzheimer, e un ventenne NEET (not in education employment and training) di oggi, che cammina pericolosamente lungo quella linea sfocata di confine con la delinquenza, fatta di piccolo spaccio e pestaggi, alimentati da una rabbia cieca.

Uno straordinario Giuliano Montaldo presta la sua personalità all’anziano poeta che ricorda Mario Luzi, toscano e autore di magnifiche poesie anche sulla seconda guerra mondiale (inoltre, senatore a vita e amico di Sandro Pertini) una guerra che i giovanissimi di oggi devono andare a cercare sul web, perché chi ricorda una data, un nome? Ma il contatto non tanto con la poesia (che c’è nei libri di scuola come testimonianza del passato), quanto con il corpo del poeta, la sua biografia, le sue parole, trasformano un ragazzo ignorante in una persona sensibile, più consapevole e infine pronta ad aprirsi all’altro, a innamorarsi, a chiedere scusa e a saper trovare le parole per le emozioni.

Interessante e divertente che le poesie di stampo classico e un po’ “alla Luzi”, siano state scritte da Simone Lenzi, leader dei Virginiana Miller e scrittore, che appare nelle vesti del parroco officiante il funerale, al termine del film.

Peccato per il titolo di questo bel film che porta fuori strada, rispetto al tema relazionale. Avrei preferito qualcosa sul genere “Io e il poeta”, ma forse i produttori alla parola poeta si terrorizzano, senza sapere che la poesia va molto di moda: vadano a sentire un reading di Catalano, e capiranno.

vanstratenNon è facile incontrare, in un romanzo italiano, un bibliotecario come protagonista e io narrante. Capita spesso nella letteratura americana, per ragazzi e adulti, forse per la consuetudine del pubblico (e degli scrittori) con le biblioteche e con queste figure professionali. Così, è interessante che Giorgio van Straten scelga proprio un bibliotecario, il dottor Capecchi, per ricostruire una storia che risale all’ultima guerra e che serba un mistero e naturalmente un grande amore interrotto di conseguenza al mistero e alla guerra nel suo “Storia d’amore in tempo di guerra” (Mondadori).

Titolo da romanzo novecentesco, da Pratolini o Morante, il romanzo sfiora il Novecento postbellico italiano, lo accenna attraverso la figura di un anziano uomo politico che fu uomo di massimo potere e figura chiave dei governi della seconda metà del secolo. Viene subito da pensare ad Andreotti (anche perché è diventata figura emblematica anche per giovani registi come Pif), ma quella mistificazione “cristiana” che giustificava una gestione politica carica di misteri e ombre, compromessi e patti oscuri, era condivisa da una generazione, più che caratteristica di un solo uomo.

A quell’uomo ormai vecchio e disabile, ancora reticente, si alterna la voce fresca, vitale, e dalla memoria brillante, di una donna ebrea che visse negli ultimi anni di guerra e durante i rastrellamenti nazisti di Roma, una giovanile e appassionante storia d’amore con un ragazzo che scomparve, e di cui non si è più saputo nulle per decenni, finché il bibliotecario Capecchi, uomo melanconico e un po’ frustrato, suo malgrado si trova a risolvere il mistero.

Un romanzo del genere si presta bene a suscitare interrogativi, ad approfondire pagine ancora oscure della nostra storia. Lo faremo venerdì alle 17 a Massa Marittima, nella biblioteca Badii, insieme a Giorgio van Straten.

 

 

braccialettoDi quanti libri oggi possiamo dire che li leggiamo con e per il piacere di leggere, che significa soprattutto il piacere di farsi abitare da una scrittura perfetta, lieve e profonda come una carezza?

Pochissimi. Il braccialetto di Lia Levi (edizioni e/o) è uno di questi rari doni della letteratura italiana contemporanea, un piccolo romanzo che fa venire i brividi più di uno dei soliti thriller, che incolla alla pagina per la bellezza delle frasi, mai frutto di autocompiacimento letterario, ma puro lavoro di scrittura, di un ottimo, levigato mestiere come d’un cesellatore. Frasi che sono al servizio di un racconto, però. E questa è poi la grande sfida di una scrittrice di massimo calibro: scrivere non “per scrivere”, ma per raccontarci una storia potente come lo sono le storie apparentemente piccole e umanissime.

La storia è quella di un’amicizia tra due quindicenni, appiccatasi in un’estate speciale come lo fu quella del 1943, subito dopo la caduta del Fascismo e prima del tragico 8 settembre dell’armistizio italiano e dell’orrore di una guerra proseguita con la più grande sofferenza nel centro e nord Italia. L’estate che per il protagonista Corrado si accende anche della speranza che le leggi razziali fasciste cadano e lui, ragazzo ebreo, possa finalmente frequentare il liceo Visconti. Ma gli sviluppi della storia non sono né lineari né procedono secondo giustizia o trasparenza. Arriva settembre, le leggi razziali sono rimaste e i nazisti occupano Roma, ricattano gli ebrei e infine li deportano.

In quella grande storia drammatica, la piccola storia personale di Corrado si dipana tra dubbi, affannosa ricerca d’identità propria, attrazione e rifiuto per l’amico Leandro, ragazzo tormentato, amante dei poeti francesi, conosciuto in un cinema e dunque appassionato di film come lui. Ma l’amicizia non è affatto semplice, istintiva e immediata come banalmente si mostra oggi in tivù o nei film o nei libretti adolescenziali. Dice bene Lia Levi: “l’amicizia e l’amore richiedono tempi distesi, non certo quelli di chi sta correndo con la mente altrove”. Possiamo aggiungere anche la lettura? Perché sembra anch’essa appartenere allo stesso ceppo sentimentale, e necessita di attenzione e partecipazione.

Così vorrei aggiungere che un libro come questo ti chiede di essere letto più volte, trattandosi di un vero, piccolo gioiello come il braccialetto che campeggia nella copertina dorata.

grande_bellezzaSono andata a leggermi qualche critica su La grande bellezza di Paolo Sorrentino pre-Oscar. Una faccenda penosa.

Credo che si cada sempre nel contenutismo, pericolosissimo nel caso di un regista mai realista, invece surreale e bravissimo a rendere simboliche le sue inquadrature geometriche, che francamente più che Fellini mi hanno ricordato Pasolini, e Bunuel per appunto il surrealismo, l’astrazione.

Capisco perciò che i suoi film siano di comprensione internazionale, perché il ragionamento non è sociale, non è sulla Roma d’oggi, sullo sconforto della vita contemporanea (come fece Fellini ne La dolce vita), ma casomai sullo stato dell’arte e la Roma che appare è quella eterna, di “grande bellezza” appunto, scenografia metafisica, eterea, su cui si stagliano le piccolezze delle umane vicende, ma soprattutto dell’arte piccolissima di oggi, fatta di performance autoreferenziali, egocentriche e prive di comunicazione, ad uso di un piccolo pubblico di addetti ai lavori, lontanissime dunque dal mondo, dalle persone.

Ma credo che già questa mia interpretazione sia parziale e non renda merito a un film bellissimo e melanconico, dove il rito del funerale assume la massima spettacolarità, rispetto a tutto ciò che è effimero eppure ripetitivo, le feste e i balli notturni, i discorsi fatui sulle terrazze lontane dalla gente normale che non c’è, è “fuori scena”.

Oggi si va al cinema per vedere commedie o thriller o film fracassoni o distopici o di denuncia. Si va per chiudersi nel genere. Invece Paolo Sorrentino non è riconducibile a nessun genere, nessuno schema, nessuna citazione benché si scomodino appunto Fellini o Pasolini o Malik. Ha una cifra inconfondibile, che ci libera dal soffocamento del marketing culturale.

 

Ecco, mi accingo infine a parlare di un libro assai incensato dalla critica, almeno da quella come si dice “che conta”, persino da Gad Lerner su Vanity Fair. Si capisce quindi il mio timore nel maneggiare roba così scottante!

Capisco benissimo che i critici in questione, uomini di una certa età, abbiano adorato il romanzo così maschile di Alessandro Piperno, dove ci sono pagine e pagine sull’impotenza e l’onanismo di uno dei due personaggi, il sensibile Samuele. Quanto al fratello Filippo, si tratta invece di un tizio nullafacente e fumettaro a tempo perso (e perciò incensato dai media) sposato con una starlette della televisione, proveniente dal vivaio degli anni ’90 di “Non è la Rai”, trasmissione che doveva essere il massimo per i voyeurs. E Filippo è sia marito che voyeur della moglie anoressica, egoista, narcisista, figlia di papà ricchissimo.

Le donne, poverine, si arrabattano con uomini del genere, in questo romanzo che è un fiume in piena di grande maestria verbosa. Piperno è infatti molto bravo nel racconto brillante. Mi ha ricordato certi amici che rallegrano le cene o le serate con la loro parlantina sciolta, gli aneddoti simpatici, la proprietà di linguaggio, l’eleganza anche nel dire volgarità, e soprattutto il cinismo mascherato da ironia. Così ridi, ti diverti, ma poi non c’è niente, nel discorso, che ti faccia pensare a qualcosa di essenziale, di toccante, non c’è un grumo di emozione, perché lo scrittore ha abolito i sentimenti, se non quelli di una madre quasi santa, la mamma italiana, o la yiddische mama di Moni Ovadia.

Romanzo maschile, ho detto, ma (ci mancherebbe) su uomini in crisi, quarantenni poco cresciuti, e ovviamente altoborghesi e romani (ma international, come usa per i ricchi, tra Landon e Niuyork). Siamo in un ambiente che levita molto al di sopra delle miserie umane date dal lavoro o dalle relazioni sociali peggiorate, accanite dalla crisi economica, dalla mancanza di progetti di solidarietà. I problemi scaturiscono casomai dalla sessualità. Il grave danno della famiglia ricca e nevrotica è originato da un padre accusato di pedofilia.

Romanzo maschile, appunto, ma anche Caos calmo (di Sandro Veronesi) lo era, eppure tanto più profondo, vivo, emozionante, coinvolgente di questa sarabanda. E poi dicono dei romanzi femminili al limite del chik-lit. Si sa, le donne fanno sempre ridere a parlare delle loro cose. Quelli degli uomini invece, sono, come dice Camilleri, gran cabbasisi.

Che peccato per il film di Ozpetek! Magnifica presenza ha una bella fotografia, un cast ottimo, con un bravissimo Elio Germano (che devo dire ormai impazza in tutto il cinema italiano, ma sa cambiare ruoli da ottimo attore), una bella idea, e un bell’inizio, ma… poi il film perde ritmo, sembra sgonfiarsi, non sa più dove andare e alla fine non si risolve neppure.

Sembra che il regista provi a essere Almodovar, con personaggi simili, donne pettinate e truccate come quelle “sull’orlo di una crisi di nervi” di vent’anni fa, ma per esere Pedro bisogna avere un coraggio da leone e forse un contesto non italiano, che ancora è contraddistinto da una feroce omofobia. Così, Il protagonista “quasi” gay, resta in una specie di limbo senza sentimenti, senza una possibilità. Distratto dai fantasmi di casa, non riesce a vedere lo sguardo interessato del vicino di casa, non riesce a passare un provino e diventare attore, insomma non ce la fa a svilupparsi, a uscire da una nevrosi.

Magari è questo il significato del film, chissà. Però risulta noioso, tristarello alla fine. Con alcuni cameo raccapriccianti come Platinette al naturale, che sembra il Jabba di Guerre Stellari, flaccido, minaccioso, grugnente.